Recensioni / Comicità contro il pensiero unipolare

La letteratura italiana ha una ricca tradizione comica e umoristica i cui capolavori maggiori sono noti: da canti dell'Inferno di Dante al Decameron di Boccaccio, dalle Facezie del Piovano Arlotto al Morgante di Luigi Pulci, dal Baldus di Folengo all'Orlando Furioso di Ariosto. Per non dire di tanti altri autori e titoli di testi, di genere e stile diversi, ma entro la straordinaria galassia delle scritture umoristiche. Nell'Otto-Novecento l'umorismo italiano non ha smesso di fiorire, con personalità come ad es. Collodio Sergio Tofano, Carlo Manzoni e Achille Campanile, Ettore Petrolini e Totò, Cesare Zavattini o Giovannino Guareschi: scientemente legato al «giornalismo umoristico» del XIX sec. con vignette, caricature e narrazioni in prosa e versi. A loro si accompagna Luigi Malerba, pseudonimo di Luigi Bonardi (1927-2008). Poco importa che l'autore di una «favola» - la definizione è di Malerba stesso - come Il Pataffio (1978) pieno di invenzioni verbali "maccheroniche", avesse in mente la novellistica dal Trecento al Seicento e i buffoni di corte: con l'irrisione, la beffa a criticare il nuovo feudalesimo del denaro e la volgarità del mondo odierno.
L'umorismo va infatti pensato quale un insieme. Come in un organo vi sono tante tastiere e registri, le varie declinazioni, ognuna con una sua specificità formale e di significato, dell'ironia e del comico: parodia, satira, facezia ecc. L'umorismo come nozione vasta e complessa, "gran madre" di tutto ciò che si articola in sorriso e riso, fu degli antichi, poi di Joseph Addison e Giacomo Leopardi. Seguiti da una messe di pensatori dell'Otto-Novecento, i cui studi sugli aspetti fisiologici, psicologici, filosofici, artistici dell'umorismo sono stati fondamentali: primo fra tutti Léon Dumont, con Des Causes du Ríre (1862), le cui tracce restano nel pensiero di Friedrich Nietzsche e William James fra gli altri, ma anche in Luigi Pirandello (L'Umorismo, 1908 e 1920). È proprio il variegato ventaglio di pensatori europei - Theodor Lipps, Henri Bergson, Sigmund Freud e, fra gli italiani, Giorgio Arcoleo, Filippo Masci o Alberto Piccoli Genovese - ad aver influenzato, per conoscenza diretta e indiretta, il fare di tanti nostri scrittori e letterati fino a Malerba. Le stesse avanguardie primo-novecentesche - con gli sberleffi futuristi odi Aldo Palazzeschi - rimasero fedeli all'idea di umorismo-sovversione, che contestasse l'ordine costituito per erigere una cultura più moderna. Marcel Duchamp collaborò con il giornale satirico «Le Rire»; e i suoi ready-made si nutrirono della volontà dissacratoria dell'umorismo ottocentesco: il dirompente Pinocchio di Collodi docet.
Malerba, co-fondatore del Gruppo 63 e legato alla neoavanguardia, dimostra di essere consapevole di tutto ciò. In Strategie del comico fa emergere proprio il laboratorio, se non una specie di «alfabeto» del riso al quale attinge la sua produzione letteraria. Il libro, inedito, è all'insegna della più tipica digressione alla Rabelais e alla Laurence Steme, cioè della disorganicità/organicità avventurosa. L'autore vi prende a riferimento la tradizione del Rinascimento: quella di Poggio Bracciolini o Bertoldo e non solo. Evi unisce volentieri incursioni teoriche, le note quasi estetico-filosofiche alimentate dai pensatori a cui accennavamo prima; e una «panoramica» sulle opere e i personaggi maggiori (Don Chisciotte o Lazarillo de Tormes) della letteratura mondiale e del cinema contemporaneo (Charlot, l'amato Buster Keaton). Non a caso Malerba, sceneggiatore e soggettista cinematografico, ha scritto Le lettere di Ottavia: una satira del «mondo della celluloide» negli anni Cinquanta-Sessanta e altro paradossale «elogio della finzione» piccolo-borghese di affaristi che lo popolavano e di aspiranti attrici, che a Roma tentavano spregiudicatamente l'avventura del cinema.
È però la scrittura narrativa dei racconti Sull'orlo del cratere a rappresentare al meglio l'umorismo e il comico di Malerba: il suo singolare aspetto doppio, antico e moderno insieme; e la sua varietà di toni nella misura breve, che potremmo definire secondo gli "statuti" della tradizione comico-umoristica, nella codificazione degli ultimi secoli. Come ricostruito puntualmente da Gino Ruozzi curatore del libro, Sull'orlo del cratere è una raccolta a cui Malerba ha lavorato fino a pochi giorni dalla morte, e in cui ha riunito testi degli anni Sessanta e Ottanta pubblicati in giornali e riviste. Nella sua prefazione Ruozzi ha il merito di metterne in luce alcuni aspetti caratteristici della scrittura comica: il mosaico dei rimandi intertestuali e tematici fra i racconti e le altre opere, Le lettere di Ottavia induce, ma anche fra i primi e il cinema in multimedialità; oppure l'uso in dual audience del testo Come il cane diventò amico dell'uomo (1973), in origine destinato ai bambini. A ragione Ruozzi conclude il suo discorso notando: «Malerba è autore di imprevedibili varchi, insieme sferzante e delicato, pronto allo sdegno e all'invettiva come all'ironia più discreta e sorridente. Di certo egli vuole esplorare e raccontard le cose da più punti di vista, opponenendo il confronto almeno bipolare (Mille milioni e Un miliardo di messe cantate) alla tirannia del pensiero unipolare».