Recensioni / Malerba. La serietà del comico

Gli scrittori scrivono sempre. Che cosa dovrebbero fare, visto che sono scrittori? Sembra una mania e invece è un destino. Come quello di Luigi Malerba, il narratore nato 1'11 novembre del 1927 a Pietramogolana (una frazione di Berceto, in provincia di Parma, dominata dai resti di un castello medievale già di per sé molto malerbiano) e morto a Roma il 9 maggio de1 2008. Esordiente nl 1963, lo stesso anno del famoso Gruppo al quale aderisce con caratteristica indipendenza, e da lì in poi instancabile sperimentatore tra romanzi, racconti, sceneggiature, saggi e invenzioni verbali di ogni tipo. A fianco del "Meridiano" Mondadori che gli è stato dedicato nel 2016, meritano un posto di riguardo i testi via via scoperti o riscoperti da Quodlibet, lungo una direttrice che privilegia la dimensione del comico, tutt'altro che eccentrica all'interno dell'opera di Malerba. Nel decennale della morte, dopo una serie di titoli che vanno dal Medioevo paradossale del Pataffio alla raccolta completa delle Storie e Storiette tascabili, tocca a uno di quei libri che per l'appunto uno scrittore scrive quasi senza accorgersene, ma che poi si rivelano i più personali e illuminanti.
In Strategie del comico (pagine 148, euro 14,00) Malerba aveva infatti riordinato materiali di diversa provenienza, destinati a comporre un discorso unitario al quale è forse mancatala sistemazione finale e che però, proprio in virtù di questa parziale incompiutezza, ha conservato intatta la sua vivacità. Un progetto relativamente tardivo, considerato che nella Panoramica introduttiva Malerba si richiama alla Storia del comico e del riso allestita da Liborio Termine nel 2003, ma nel quale sono riconoscibili elementi anteriori, come gli appunti pubblicati una ventina di anni prima sulla rivista «Alfabeta», la recensione alle autobiografiche Memorie a rotta di collo dell'impenetrabile Buster Keaton (l'edizione italiana è del 1992) o ancora le note prese in Cina nel 1980. È in questa occasione che Malerba ha modo di verificare la natura volatile o addirittura «deperibile» del comico, continuamente soggetto a variabili di tipo storico e culturale. Al momento del viaggio, ricorda, bastava che sul palcoscenico di un teatro di Pechino salisse un attore vestito all'occidentale perché subito il pubblico scoppiasse a ridere. Ma negli anni Duemila, mentre l'autore sta risistemando le sue carte, questo esotismo al contrario ha ormai perso la sua efficacia, tanto da trasformare il bozzetto in «un reperto archeologico».
Le pagine di Strategie del comico sono sempre percorse da questa contraddizione: da un lato c'è il tentativo di classificare e ricondurre a sistema i meccanismi del riso, dall'altro non si può non constatare l'impossibilità di una simile impresa, che se condotta con eccessiva pedanteria finirebbe per essere a sua volta ridicola. Ma il discorso di Malerba è serio, non serioso, perché - come lui stesso avverte - «del comico conviene parlare con serietà altrimenti il discorso si disperde, diventa falso e inutile». Pur obbedendo a regole intuitive, che sembrano rimandare a una sorta di universalità, il comico rimane sfuggente, a volte indecifrabile nella sua contiguità con la tristezza e perfino con il tragico, di cui si costituisce a volte come caso particolare. Nel suo presentarsi come «scarto rispetto alla norma» (una definizione che Malerba mutua dagli studi del linguista Leo Spitzer), il comico si pone in una relazione del tutto particolare con le categorie della metafisica: «Si può deformare solo ciò che non è già deforme», postula lo scrittore, che dedica molta attenzione al fenomeno del cosiddetto risus paschalis, l'esplosione incontrollata di ilarità che, ancora in età rinascimentale, accompagnava la celebrazione della Risurrezione da parte del sacerdote. È un po' come se sull'altare, all'improvviso, facesse irruzione Bertoldo, senza dubbio la maschera più amata da Malerba, che ne segue le tracce fin nella tradizione turca, dove il buffone sapiente è noto come Nassredin Hodj a (ma c'è anche un equivalente bulgaro, di nome Hitar Peta). Prerogativa dell'umanità, il comico rimanda a qualcosa di più che umano, come conferma il racconto posto a suggello di questo libro ritrovato. Il palinsesto è un apologo ambientato in un futuro nel quale nessuno sa più che cosa fosse il cinema, studiato da pochi specialisti come se si trattasse di un arcano rituale religioso. In uno dei pochi spezzoni superstiti si vede un uomo in bombetta, che cammina in modo strano. Non si sa perché, ma basta guardarlo e si comincia a ridere.