Recensioni / Facciamoci un selfie con Bouvard e Pécuchet

Un'impresa inesauribile può produrre solo un'opera non finita. I capitoli mancanti? Continuiamo a scriverli senza saperlo. Quando Gustave Flaubert si proponeva, brutalmente, di modellare e spalmare su tutto l'Ottocento lo sterco della stupidità di quel secolo, non poteva immaginare i successivi. Così, ritrovare Bouvard e Pécuchet in una nuova edizione Quodlibet, con traduzione di Gina Martini e una bella postfazione di Ermanno Cavazzoni, significa anche contemplarne l'eterna attualità. La fabbrica dell'idiozia è sempre in fermento, e non sai mai se i due poveri copisti dell'ultimo e incompiuto romanzo di Flaubert siano più avvantaggiati o semplicemente più arresi. Fatto è che, fra i molti tratti del loro caratterino, salta all'occhio il più consentaneo agli umori, anzi malumori, contemporanei. Il risentimento, appunto. Bouvard e Pécuchet, oltre a improvvisare competenze che non hanno, criticano. Ecco qua: «Criticarono il genio civile, il monopolio dei tabacchi, il commercio, ì teatri, la marina e tutto il genere umano, come persone che avessero sofferto grandi delusioni». Trovano che la politica sia una schifezza, "una bella porcheria", e che il progresso sia un imbroglio. Non c'è cosa che non li disgusti un po', non c'è oggetto su cui non abbiano un po' da ridire. Criticano e litigano - sospettosi, diffidenti, con manie di persecuzione. Complottisti: «Litigavano con il fornaio per il colore del pane. Si fecero un nemico nel droghiere, perché sostennero che adulterava la cioccolata. Andarono a Falaise, per chiedere della giuggiola e, sotto gli occhi stessi del farmacista, sottoposero la pasta alla prova del fuoco: prese l'aspetto di una cotenna di lardo e questo provava la presenza di gelatina». Criticano, discutono, non si rassegnano ad avere torto. E quando si convincono di avere ragione, carichi di orgoglio, si esaltano. Vi torna? Cavazzoni, senza girarci intorno, bolla i due protagonisti come due incapaci. Insignificanti e sempre sulla difensiva. Eroi trasversali della presunzione, con la loro zavorra dì frasi fatte e di "aspirazioni confuse", si affacciano imperturbabili anche sul XXI secolo. Di più, rilanciano: fra sciatte rimasticature di Wikipedia e sicumera social, troverebbero un habitat ideale. «Ogni tanto aprivano un libro e lo richludevano subito: a che scopo leggere?». Hanno idee su tutto, quindi su niente. A un certo punto, hanno anche per le mani dei gattini, e non aggiungo altro. Bouvard, Pécuchet, siete dei nostri. Su, facciamoci un selfie!