Recensioni / Laura Barile, Il ritmo del pensiero

Contemporaneista di lunga esperienza, Laura Barile ha raccolto alcuni saggi dedicati ad autori, a lei molto cari, tra i più rappresentativi di quella poesia nutrita di “pensiero” filosofico che sappiamo tipica della nostra tradizione migliore. Il libro, appunto intitolato al ritmo del pensiero, non affronta di petto i profili complessivi di Montale, Sereni e Zanzotto, classici del Novecento corredati di consistente bibliografia critica, ma ne coglie la musica per vie originali e poco frequentate: in singoli testi, in traduzioni o trasposizioni, in saggi che ne mostrano le fonti segrete, le affinità e le ripercussioni ritmiche.
Il volume parte da una breve ricognizione su Montale, alle prese nel suo primo periodo milanese con la versione ritmica ll Cordovano, musica di Petrassi, da un entremese di Cervantes (1949), con Troilo e Cressida su musica di William Walton (1956) e ancora con la cantata scenica Atlàntida di De Falla su testo poetico del catalano Jacinto Verdaguer. Prove affrontate da Montale con passione e orecchio di musicista più che di musicologo; il che spiega l'aderenza costante a un preciso ritmo musicale anche delle poesie sue. Il capitolo dedicato a una lettura di Sotto la pioggia prende avvio da un saggio di Sereni che nel Montale delle Occasioni aveva individuato fin dal suo apparire un paradossale invito alla prosa, o meglio alle radici romanzesche che stanno nascoste, ma attive, sotto la superficie di molta poesia del Novecento. Così le due citazioni spagnole di Sotto la pioggia, da Santa Teresa e da un famoso tango argentino, punteggiano il romance di “formule magiche” che stratificano due o più presenze femminili, in questo caso almeno la ninfale Arletta e l'italo-peruviana Maria Rosa Solari.
Una vera riscoperta è il commento alla traduzione montaliana di una poesia di Stephen Spender, esercizio occasionale e semisconosciuto che Montale fece tra fine 1974 e inizio 1975. Barile vi rintraccia molte tessere dell'idioletto montaliano, come trova ulteriori tangenze tra A Song for Simeon, notissima prima traduzione di Montale da Eliot (1929) e il suo Voce giunta con le folaghe. Che i poeti spesso commettano azioni di misreading di fronte a cose dei loro colleghi più amati, è fenomeno molto noto e basterebbe il caso di Sereni citato sopra: il suo trasporre certe brucianti epifanie montaliane (luce-in-tenebra) nel più dimesso balenare di una vetrina notturna nell'amato paesaggio luinese. Tra le molteplici suggestioni prosastiche attive in Sereni - poeta e prosatore - si aggira il capitolo Sereni lettore di romanzi e sarebbe impossibile citarle qui per esteso: dal Grand Meaulnes di Alain-Fournier a Valery Larbaud, autore carissimo anche a Montale, da Huxley a Malcolm Lowry di Sotto il vulcano fino a Henry Miller, il cui titolo Domenica dopo la guerra nella versione italiana (del 1948) verrà preso in carico in quello di una nota poesia sereniana.
Un lungo capitolo sul Sabato tedesco riprende analisi di altri critici per insistere ancora una volta sulle suggestioni e le inclusioni di “voci” poetiche privilegiate all'interno del libro, tutto giocato, come sappiamo, tra prosa e poesia e fortemente interconnesso soprattutto con Stella variabile. Tra Caos e Cosmos, cioè tra disincanto, spaesamento e residui di un'aura ormai pericolante, la poesia vive di una vitalità residuale nell'ultimo Zanzotto: l'umiltà della vitalba e il giallo del topinambur si oppongono al paesaggio italiano e veneto dissestato, il Tempo grande sollecita e sbugiarda i tempi brevi della nostra contemporaneità. Di Meteo e di Sovrimpressioni Barile indaga con maestria l'irradiazione di schegge di senso e di motivi rispettivamente in Non si sa quanto verde e in Dirti «natura».
Mi ha molto colpita il capitolo finale Pour prendre congé, giocato in chiave anche autobiografica da Laura, figlia di una «madre ebrea levantina, sefardita e francofona, di Alessandria d'Egitto, sposata di volata a un italiano nel novembre 1938». Sull'onda della propria percezione di una «oscura mancanza» di parte materna Laura ripercorre un'intera bibliografia sul tema dell'olocausto, da Se questo è un uomo di Primo Levi (1947) a Auschwitz e gli intellettuali (2004) di Enzo Traverso. Passa attraverso il filtro affettuoso della penna di Barile il poco più di mezzo secolo ventesimo, non breve anzi terribile, che l'Europa ha attraversato; il quale sembra non dire mai la parola fine all'antisemitismo e al razzismo. Impossibile riassumere le letture e le considerazioni di questo capitolo, che si raccomanda al lettore come un monito vivo, intelligente e partecipato e, non ultimo dei suoi pregi, per nulla accademico.