Recensioni / Il nipote di Hitler e il folle libro in 110 capitoli

La fine del mondo sembra non sia arrivata: un mosaico di divagazioni dello scrittore ceco Patrik Ourednik. Racconta il passato o il nostro futuro?

Patrik Ourednik è uno scrittore di libri impossibili da definire. Europeana, il suo titolo più fortunato, uscito nel 2001 e ripubblicato in Italia da Quodlibet l'anno scorso, è un compendio scombinato di storia del Ventesimo secolo, un racconto anarchico e disomogeneo di eventi, una cronologia esplosa e ricomposta dall'autore senza alcuna gerarchia (e senza usare virgole), in cui l'invenzione del reggiseno imbottito, i gulag, Scientology, la nascita dell'esperanto e la guerra in Vietnam sono avvenimenti che occupano tutti lo stesso piano e vengono riportati tutti con lo stesso distacco ironico e fatalista.
Vediamo cosa troviamo, invece, dentro La fine del mondo sembra non sia arrivata, uscito in questi giorni sempre per Quodlibet: 110 capitoli, lunghezza minima una riga e mezzo, lunghezza massima tre pagine. 206 pagine in tutto. Frammenti di dialoghi di cui non viene rivelata l'origine, citazioni, qualche tabella, non sequitur, di nuovo schegge di storia del Novecento e poi piccoli ricordi autobiografici di un alter ego dell'autore. Sono tessere di un mosaico sparse a terra e unite da un labile filo rosso: la vita, a sua volta sconnessa, di Gaspard Boisvert, francese, ex diplomatico chiamato anni fa, quasi per caso, a lavorare nello staff del presidente degli Stati Uniti («il presidente americano più stupido della storia del paese»), scrittore fallito, traduttore e, almeno secondo la leggenda familiare, nipote illegittimo di Adolf Hitler. Mentre Boisvert decide di provare a ricostruire il proprio albero genealogico, Ourednik usa la sua storia come sfondo bianco su cuí incollare divagazioni, frammenti di pensieri, racconti biblici, barzellette senza battute finali, invettive reazionarie contro la contemporaneità e contro il politicamente corretto.
La fine del mondo sembra non sia arrivata è scritto al passato, è una raccolta di dispacci da un futuro possibile, è un oggetto indefinibile, un puzzle senza incastro che però riesce a non essere un mero esercizio di stile. Lo sguardo di Ourednik è disilluso e il distacco sulle vicende umane mette a nudo, senza per forza irriderla, la piccolezza della superbia e della retorica di questi decenni, l'inutilità delle nostre abitudini, dei rituali e delle incrollabili convinzioni. «Rimanere fuori dal proprio tempo è il dramma gioioso di chi ha un briciolo di buon senso».