Recensioni / La lingua d'Europa? "Achtung" dice Eco

URBINO ‑ La tentazione di tendergli qualche trappola è ghiotta. Ma è impossibile per un traduttore di mestiere infil­zare Umberto Eco, traduttore per studio e per civetteria (Gli esercizi di stile di Quene­au e Sylvie di Nerval). Lo hanno invitato alle "Giornate sulla traduzione letteraria", organizzate dall'università di Urbino, per parlare del suo re­cente e fortunato Dire (qua­si) la stessa cosa (Bompia­ni). In fondo, dopo San Giro­lamo, loro santo patrono, Eco è il padre nobile di que­sti oscuri lavoratori della let­teratura sempre in crisi di identità tra l'enorme quantità di lavoro (ben il settanta per cento della narrativa che leg­giamo viene dall'estero) e la scarsità di soddisfazioni. Eco lo sa e un po' li consola un po' li striglia. Insomma il rap­porto è quasi filiale. Le scher­maglie perciò sembrano fatte apposta per far brillare l'estro del semiologo, fra l'al­tro lo scrittore italiano più tra­dotto nel mondo. C'è stato persino un vago tentativo di opporgli un saggio di Antoi­ne Berman, La traduzione e la lettera (Quodlibet). Come se Eco, teorico della "nego­ziazione", predicasse una spe­cie di traduzione a senso e Berman sostenesse la barba­rie del parola per parola. Alla fine si scopre che sia Eco sia il suo presunto avversario di­cono anche loro (quasi) la stessa cosa.

Professor Eco, è vero che traduciamo troppo?
«Traduciamo più di tutti».
E' un difetto?
«Un difetto quando dipende da una nostra indubbia estero­filia di fondo, è una virtù quando dipende da una altret­tanto indubbia nostra atten­zione alle culture straniere».
C'è molto lavoro, ma i tra­duttori sono sempre scon­tenti.
«Per forza, sono mal pagati, meno della media europea».
Sono forse peggiori dei loro colleghi?
«Ma no. E' il meccanismo che non va, che li costringe a tradurre troppo e troppo in fretta».
Basso reddito bassa quali­tà?
«E' ovvio. Nella pletora di ro­manzetti rosa o gialli del tut­to inutili c'è spazio per figu­re improvvisate e non profes­sionali».
Qual è la soluzione?
«Dare al mestiere dignità ac­cademica ed economica».
Su un sito Internet, che si chiama Biblit, si discute con rassegnata ironia se far­si pagare, a carattere, a ri­ga, a cartella...
«Ecco, vede? Problemi che non sfiorano il mio traduttore americano. Ha tre anni di tempo ed è pagato in propor­zione. Un traduttore in Italia ha qualche mese, se non addi­rittura qualche settimana».
E a volte non gli vogliono nemmeno conteggiare co­me caratteri gli spazi bianchi.
«Anche questo è un proble­ma che non ha il mio tradutto­re inglese che viene pagato a percentuale sulle vendite, co­me l'autore».
Il traduttore è forse anche autore?
«E' un interprete creativo. Come capita a Muti o Polli­ni, che fanno arte a loro volta quando dirigono o interpreta­no un concerto scritto da un altro».
All'estero dove appare la firma dei suoi traduttori?
«Nei paesi ad alta civiltà sul frontespizio e qualche volta persino sulla copertina insie­me all'autore».
E in quelli a bassa civiltà?
«Succede di tutto, non solo al traduttore, ma anche all'au­tore. Per esempio circola un'edizione pirata in arabo del Nome della rosa, intitola­ta Sesso nel convento. E per chiarezza ci hanno messo an­che una donna nuda».
Si dice che importare trop­pi libri stranieri farebbe male all'italiano.
«No, e perché? La traduzio­ne in sé è neutrale. Poi se è buona migliora l'italiano, se è cattiva lo peggiora».
Venti o trenta lingue diver­se nella Ue non saranno un ostacolo al funzionamento dell'Europa?
«Un ostacolo puramente tec­nico, cioè allestire un adegua­to servizio di traduzioni. Ma sul piano pratico saranno sempre quelle due o tre lingue che continu eranno a girare».
Soprattutto l'inglese?
«Ci potrebbe essere qualche sorpresa. Per esempio una ri­vincita del tedesco con l'in­gresso dei paesi dell'Est e dell'area ex sovietica».
Nella storia quando appare l'uomo‑traduttore?
«Credo insieme alla scoperta del fuoco. Ma senza avventu­rarci troppo indietro basta pensare a un documento di pietra come la stele di Roset­ta che già diceva (quasi) la stessa cosa in tre lingue: gero­glifico, demotico e greco».
E lei quando ha sentito per la prima volta il fascino di una cultura straniera?
«Da ragazzino con le isole Fiji, scoperte collezionando francobolli. Guarda caso, mezzo secolo dopo, il desti­no mi ci ha portato a docu­mentarmi mentre scrivevo L'isola del giorno prima».