Recensioni / Diritto senza stato

In Italia, a causa della lunga debolezza delle istituzioni politiche, i giuristi hanno lavorato più che altrove sull'idea che un diritto possa esistere indipendentemente dallo stato, che le regole della coesistenza sociale possano nascere anche dagli accordi che individui e gruppi stipulano tra di loro e non solo dall'imposizione di leggi dall'alto. Di questa tradizione, chiamata istituzionalismo giuridico, è stato un rappresentante illustre Widar Cesarini Sforza (1886-1965), che con questo testo provò a elaborare una teoria radicale secondo la quale, per regolare tutti i rapporti non normati dallo stato, i privati si dotano di un diritto altrettanto valido e altrettanto vigente di quello pubblico. Oggi lo stato, non solo in Italia, si presenta come un qualsiasi imprenditore e mette in crisi la dicotomia tra pubblico e privato. E questo testo riacquista importanza perché fornisce una via per ripensare la politica dal basso.
Senza predicare alcuno spontaneismo, per cui sarebbero le istituzioni "effettive" a dettare le norme, Cesarini spiega che solo laddove riescono a produrre diritto le organizzazioni e le associazioni umane acquisiscono esistenza. Nella sua visione, riassunta nella postfazione da Michele Spanò, il diritto «non regola ma coordina, cioè istituisce. Il suo prodotto non è l'armistizio, la stasi, ma il conflitto e il movimento».