Recensioni / C'era una volta la fine del mondo: intervista a Patrik Ourednik

L’apocalisse di Patrik Ourednik è molte cose e insieme nessuna di queste: l’esplosione dell’universo, un pettegolezzo, la pagina bianca tra due capitoli; oppure qualcosa di mostruoso e al contempo portatile, piccola da stare in un taschino; potrebbe essere la nostra spada di Damocle oppure evento ripetibile, un processo elastico e non definitivo. Come suggerisce una delle divagazioni di Hamm in Finale di partita di Beckett, l’apocalisse potrebbe nascondersi tra i necrologi di ieri, un trafiletto in piccolo sul giornale del giorno prima, che abbiamo mancato di registrare. Potrebbe essere il tema di un libro anche, ciò di cui in parole povere si parla di più, altrimenti il buco nero da cui fluisce la scrittura, lo spettro che ne infesta la fonte più profonda. «Più ci sono scrittori, più c’è esasperazione. O sono scadenti: la loro nullità ci affligge; oppure sono bravi: quello che dicono ci opprime»: recita così una delle 111 brevi sezioni che assemblano La fine del mondo sembra non sia arrivata (Quodlibet 2018), ultimo lavoro di Patrik Ourednik, autore che, su questo non c’è dubbio, fa parte della seconda e più ristretta famiglia di scrittori. Ma facciamo un passo indietro. Il merito per le prime traduzioni italiane dei libri dello scrittore di origine ceca, ma trapiantato in Francia dall’84, va all’intuito della compianta editrice palermitana :duepunti, che nella seconda metà del decennio scorso ne ha diffuso i titoli principali: tra questi campeggia quel libro alieno che è Europeana. Breve storia del XX secolo, tradotto con successo ormai in decine di lingue e ripubblicato da Quodlibet nel 2017. Nello stesso anno appare in Francia quest’altro oggetto non identificato che è La fin du monde n’aurait pas eu lieu. Un capriccio del più stupido dei presidenti americani, ansioso di reperire un consigliere europeo per alonare il proprio staff di originalità continentale, catapulta Gaspard Boisvert, traduttore francese di mezza età, al fianco dell’idiota più influente del pianeta, ponendolo in una posizione che gli permette di accogliere in prima persona i pensieri, i pregiudizi e i ragionamenti di colui che tira i fili del teatrino mondiale; oltre a ciò, Gaspard, la “lumaca transatlantica” del presidente, si trova impegnato in un’indagine sul proprio passato che lo costringerà a ripercorrere una delle pagine più oscure della civiltà occidentale. Queste sono grossomodo le coordinate “romanzesche” del libro di Ourednik, che ogni tanto affida la regia delle operazioni ad un narratore in prima persona, ma che spesso si diverte nello sfruttare differenti procedimenti discorsivi, grafici ed iconici, per veicolare le diverse sfumature del suo umorismo. Altre volte, non importa neanche riconoscere la fisionomia di chi sta parlando, come accade in alcuni magistrali dialoghetti che animano il libro, assurdi e lucidissimi. Non è tanto cosa il libro racconta a essere così accattivante, quanto la maniera, il come dell’autore, ossia il suo straordinario lavoro di messa in forma del materiale verbale. La scrittura di Ourednik è il prodotto di un’intelligenza certamente fuori dal comune, che mina in modo sistematico le certezze di chi legge, facendogli mancare la terra sotto i piedi. In questo gioco il linguaggio è sia il bisturi che il corpo da sezionare: «Insomma, la lingua si evolveva. Fedele al suo compito di esprimere il pensiero del momento, si era rincoglionita. Oratori di una stupidità tale da sciogliere l’Antartide circolavano impunemente». Per un magnifico paradosso squisitamente letterario, la scrittura in apparenza più sfuggente e imprendibile finisce per mettere al mondo libri che solleticano la fantasia di ogni secolo, i cosiddetti classici. Ancora una volta Ourednik si conferma uno dei maggiori divagatori del panorama europeo contemporaneo, un fool che qui da noi avrebbe fatto la felicità di lettori come Giorgio Manganelli, l’autore di La letteratura come menzogna, manifesto a cui il narratore di un altro libro di Ourednik, Istante propizio, 1855, recentemente riproposto da Exorma, sembra fare un ideale controcanto: «La scrittura è verità, la letteratura è menzogna. Chi scrive sonda le sue reni e trova le sue parole; chi fa letteratura le impila». Sulla lunga scia della sua partecipazione alla XXII edizione del Festivaletteratura di Mantova, ho avuto l’occasione di porre all’autore alcune domande a proposito di La fine del mondo sembra non sia arrivata:

La fine del mondo è sempre stata una vera e propria ossessione per l’umanità: essa testimonia l’urgenza dell’essere umano di fornire una struttura narrativa al tempo, nonché di porre l’epoca in cui vive in uno snodo cruciale della Storia. Per quale motivo l’uomo non riesce a fare a meno dell’idea di un’imminente e conclusiva catastrofe. Perché abbiamo così bisogno dell’apocalisse?

Perché l’uomo non può consolarsi della propria vita e l’apocalisse rappresenta la fine di pene e ansie. Una conclusione, per l’appunto. A partire da un certo momento diventiamo ansiosi di sapere se la nostra vita è stata degna di essere vissuta. L’apocalisse azzera tutto. Non importa se non saremo più qui per apprezzarlo – gli uni se ne fregano, gli altri avranno il loro giudizio finale. Insomma, un sollievo per tutti.

Ad un certo punto di La fine del mondo ci si imbatte in un dialogo di perfida intelligenza intorno al concetto di serietà (pp. 120-122): come in altri tuoi libri, tratti una serie di argomenti considerabili a prima vista di un certo impegno (democrazia, religione, guerra, cambiamento climatico, intelligenza artificiale, etc.), ma lo fai sempre con un giocoso cinismo. Sembrerebbe che tu abbia trovato ancora una volta un modo molto “serio” di maneggiare nel gioco temi sui quali parrebbe molto difficile scherzare. Mi sono sorpreso molte volte a sghignazzare durante la lettura, rendendomi conto subito dopo che si trattava di ghigni dal retrogusto quasi sempre amaro…

Sul serio? [già in italiano nell’originale]

Spesso il tuo umorismo è generato dall’attenzione che dedichi alle forme cristallizzate del linguaggio, come la propaganda, le pubblicità, i detti popolari, le forme idiomatiche, gli inni nazionali, i proverbi etc., e anche ai clichè della comunicazione. Sembrerebbe che non appena ci si concentra un po’ di più sulla maniera in cui parliamo, scriviamo e pretendiamo di comunicare con le altre persone, ecco che allora le nostre parole subito ci denunciano come creature stupide e contradditorie. L’incomprensione è la vera base della comunicazione? Il linguaggio è un’arma a doppio taglio?

«Nominare male le cose, è partecipare all’infelicità del mondo», diceva Camus: sottoscrivo in pieno. La lingua è la prima arma di ogni tentativo totalitario, sia esso politico, sociale o mediatico: quando un’istituzione si arroga il diritto di dire verità esclusive, costruisce la propria lingua di legno, più o meno efficace secondo i casi. Al contempo, la lingua costituisce la sola risorsa che possediamo per resistere all’abbrutimento generale: nominare bene le cose ci permette di pensare, o, quanto meno, ci permette di pensare che pensiamo. La sola libertà che l’uomo possa raggiungere è la coscienza della propria solitudine, della propria illeggibilità. Per quanto sia intelligente e chiaroveggente, rimane prigioniero di una miriade di pregiudizi che gli sono stati inculcati dalla sua epoca, estrazione sociale, percorso di vita, incontri. Si crede libero perché è cosciente della sua dipendenza – ed effettivamente si tratta di una forma di libertà – ma non si va oltre. Può realmente comunicare solo con se stesso. Come diceva Jean Rostand – cito a memoria –, ogni uomo è mio fratello finché non parla.

La storia di Gaspard Boisvert è frammentata senza sosta da diagrammi, immagini, barzellette, classificazioni, brevi dialoghi e frasi ricorrenti. Questo procedimento di montaggio tra narrazione e altri generi del discorso garantisce a chi legge un’esperienza vivida e stimolante. Qual è la funzione della digressione nel dare forma alla struttura di questo libro?

La vita non è una continua digressione? Un vano tentativo di raggruppare tutto e il contrario di tutto in un insieme che dovrebbe avere senso? E che non ce l’ha mai?

Uno dei tratti specifici del tuo umorismo risiede nella distanza che mantieni rispetto all’oggetto d’osservazione: ciò contribuisce a rendere la tua scrittura demistificante e liberatoria contro facili certezze, stereotipi e assolutismi. Credo inoltre che il modo in cui riesci a svincolarti da riferimenti troppo diretti alla nostra situazione contingente renderà, come scrivi, il tuo libro «attuale anche dopo gli eventi» (p. 40), e questa è una caratteristica dei grandissimi – penso a scrittori come Orwell e Swift –, ma in fondo anche il tuo libro sembra suggerire qualcosa sull’importanza del non essere troppo contemporanei: «Rimanere fuori dal proprio tempo è il dramma gioioso di chi ha un briciolo di buon senso» (p. 49). Quanto è importante per uno scrittore essere, almeno in parte, fuori dal proprio tempo?

Ignoro cosa sia importante per uno scrittore. Per un uomo in generale, sì, una distanza rispetto al proprio tempo credo sia salvifica. È un’illusione come un’altra, ma può dargli l’impressione di essere sfuggito al peggio – o almeno l’impressione paradossale di aver vissuto la propria vita.