Recensioni / Pazzi di Dolores

Giù la piazza non c’ è nessuno. Il romanzo di Prato sull’essere in esilio in casa propria che sta appassionando la Francia.

Un Saviano ci vuole. Per scegliere una ragazza che nessuno sceglierebbe mai, e i suoi libri che nessuno leggerebbe mai, e dire prima agli italiani e poi al mondo che tanto la ragazza quanto i suoi libri meritano lo Strega. E l’acquisto, e la lettura, e la rilettura, e l’amore, e le notti bianche, e la scoperta, e la riscoperta, e gli esami all’università. E gli stessi scaffali di Elsa Morante, Maria Corti, Maria Bellonci, Alba De Cespedes, Lalla Romano, anche se con loro non c’entra niente ed è proprio il suo bello (e il guaio che l’ha tenuta nascosta per decenni). Un Saviano ci vuole per fare con Dolores Prato quello che è stato fatto con Elena Ferrante: dire che esiste, è esistita, vale film, vale serie tv ed è un’Italia che dobbiamo esportare. Intanto che s’aspettava un Saviano, però, è arrivata la Francia: una Francia ci vuole, e ci vorrà sempre.
Il Monde e Libération e Twitter e i blogger (esistono ancora) si sono innamorati di Dolores Prato, che è appena arrivata in Francia, tradotta con un titolo splendido (il suo, originale): Bas la place y’a personne (Giù la piazza non c’è nessuno) dopo che per anni (di fatica e amore e tenacia e testardaggine), il suo editore italiano, Quodlibet, l’ha custodita, promossa, coccolata, consigliata, stampata, ristampata, tuttavia con risultati da élite. E’ un successo meraviglioso, visto da qui, dove Dolores Prato è una delle pochissime autrici che, incredibilmente, non rientra nelle operazioni di recupero delle scrittrici novecentesche dimenticate, operazioni che sono parecchio in voga, ultimamente, non solo nelle università ma pure nelle librerie di quartiere (come la Tuba Bazar di Roma), nelle feste, nei festival, nei corpuscoli culturali del nuovo femminismo. Sarà che Prato è stata una poco attenta alla trama, molto attenta a non far strepitare nessuno, nei suoi libri, ed è stata molto rompiscatole, sola, mistica, verbosa, difficile e inadeguata. E inadeguabile (scusate la parola: non esiste, ma rende l’idea). Non è stata ideologica, non è stata niente di rappresentativo. «Un luminoso unicum nel panorama letterario del suo tempo e anche del nostro», l’ha definita Jean Paul Manganaro, che l’ha tradotta dall’italiano al francese per l’editore Verdier. A settembre, Bas la place y’a personne è arrivato nelle librerie francesi e ha acceso prima la stampa, poi i lettori - e chissà quando sarà la volta degli italiani. «È una piccola voce che esce da un grande libro», «un’esplorazione meticolosa di una terra del cuore e del sogno», ha scritto Libération. «Un libro che non assomiglia a niente», ha scritto il Monde.
In Italia è andata così (prendete i pop corn: la vicenda è lunga, appassionante e, naturalmente, amara ­‒ se siete facili allo sconforto, prendete anche le caramelle). Il romanzo della sua vita, la sua autobiografia che è il Novecento italiano in provincia, l’antropologia geografica universale del paese, Dolores Prato lo pubblicò nel 1980, a ottantotto anni, sette dopo averlo cominciato a scrivere e tre prima di morire. Più di mille pagine (1.058, per chi ama i dettagli) che Natalia Ginzburg tagliò con l’accetta, un po’ fregandosene del fatto che quella lunghezza era il libro e il suo senso: la ricerca del bandolo e l’impossibilità di trovarlo per raccontare una vita, perché farlo significa non selezionare i dettagli più importanti ma immetterli tutti, perché in letteratura uno vale uno, e non esiste fine, forse neppure finale. Il punto che chiude l’ultima frase del romanzo arriva dopo questa frase: «Eravamo tutti inconclusi, la zia, io, lo zio. Come il Sile, fiume inconcluso, fiume disperso». Natalia Ginzburg non si limitò a tagliare: corresse, ammodernò, pulì e non chiese alcun consenso all’autrice, prima di pubblicarlo così, cambiato (stravolto?). Dolores ne fece una malattia, ma non lo disse mai fino in fondo, o lo disse sempre premettendo quanto grata fosse a Einaudi. E lo era senza ipocrisia, così come puro e onesto era l’amore di Ginzburg per il suo lavoro. Ma Ginzburg faceva l’editrice e doveva dar conto di cosa pubblicava e renderlo leggibile, comunicabile, attraente; doveva impacchettarlo, spiegarlo, infilarlo in una corrente. Così, cercò di dare a quell’oceano di parole una direzione e una casa: il romanzo. Non ci riuscì. «Forse il modo appropriato per intendere questo lavoro di Prato è quello di considerarlo come il lungo avvio di un’istruttoria contro ignoti. Uno sterminato soliloquio», ha scritto Giorgio Zampa. Fu lui, giornalista di San Severino Marche (in questa storia, i buoni sono tutti marchigiani e francesi, tenetelo bene a mente), caro amico di Prato (uno dei pochi) che riuscì, nel 1997, quando lei già non c’era più, a far uscire Giù la piazza non c’è nessuno così come era stato concepito e scritto, riscuotendo l’accoglienza di sempre: il calorifero spento che si riserva agli outsider, l’accondiscendenza complimentosa che si riserva ai bravissimi che però sono troppo faticosi, troppo complessi, troppo nuovi, troppo tutto.
«La poesia è una luce di verità, e questa è una luce che viene dall’opera della Prato, una verità così intensa, così permeata di vita, però creata da parole consuete», scrisse Lalla Romano in una lettera del 1992. Non servì a niente l’amore di nessun intellettuale. Stiamo scrivendo ora e qui di Dolores Prato grazie all’amore degli amici, dei conoscenti, delle allieve (insegnò per molti anni a Roma, soprattutto all’istituto Marymount, sulla Nomentana, quello a pochi passi da una pompa di benzina bizzarra, che fa da spartitraffico, e di fronte a un videonoleggio che forse ha chiuso). Familiari non ce n’erano, a parte gli zii. E Dolores Prato è tutta qua. Un’orfana come Georges Perec, solo che Perec rimase orfano (i suoi genitori vennero internati) e scrisse per tutta la vita dell’oscuramento della sua infanzia che ne conseguì, mentre Prato nacque orfana, anzi: nacque abbandonata. E scrisse per tutta la vita del disastro e della commedia che era essere venuta al mondo senza che il mondo la volesse, senza che nessuno la volesse. Nacque per sbaglio da una relazione clandestina tra sua madre e un avvocato che non la riconobbe. La madre la mollò ai suoi zii, a Treja (Macerata) che prima di amarla un po’ la ignorarono. Una sceneggiatura su un film dolceamaro, dolcenero, agrodolce, non strappalacrime ma strappacoscienza, sul mondo che si sposta, su una parte di umanità che cerca salvezza dall’altra parte di umanità che, invece, la respinge, insomma una sceneggiatura su quello che in politichese chiamiamo «questione migranti», dovrebbe attingere dalla bibliografia (tutta) di Dolores Prato. Nel titolo possiamo azzardarci a vedere questo: un rifugiato che non riesce a cercare compagnia, che s’è rassegnato a restare ospite, eccezione, concessione. Esuli e rifugiati, fastidiosi ingombri, nella provincia italiana del primo Novecento, erano i figli di troppo. L’autobiografia nella nostra nazione è nelle loro storie, e l’ha scritta Dolores Prato. «Sono nata sotto un tavolino. Mi ci ero nascosta perché il portone aveva sbattuto, dunque lo zio rientrava. Lo zio aveva detto: “Rimandala a sua madre, non vedi che ci muore in casa?”», è l’incipit del libro, forse il più formidabile di tutto il Novecento italiano. Esageriamo? E che fa. Uno legge «sono nata sotto un tavolino» e pensa a un parto d’urgenza, di nascosto, in casa, magari in cantina: vede già tutto, vede una scena che il cinema ha ripreso decine di volte; una madre povera, un ambiente disgraziato, una bambina che già da come urla mentre viene al mondo si capisce che ne salverà un pezzetto emanando una luce sfolgorante. Errore. Prato non si riferisce al parto. Non nasciamo quando veniamo al mondo: nasciamo quando sentiamo parlare di noi, e nasciamo nella considerazione dell’altro. Esistiamo nel racconto degli altri: è un pensiero che Adriana Cavarero, filosofa e teorica femminista, ha sviluppato in una parte cospicua delle sue ricerche. Cavarero e Prato si portano cinquant’anni di differenza. Anche Prato fu femminista. E fu antifascista (ebbe i suoi guai con il regime) e anticlericale, però fu pure un po’ Papa girl, e mentre Roma s’agghindava per festeggiare i suoi primi cento anni da capitale d’Italia lei se ne andò in giro per la città, e scrisse reportage incazzati e vibranti in cui spiegò che i guai di Roma erano cominciati con l’arrivo dei piemontesi, con lo sventramento del borgo papale e universale in favore della metropoli capitale, investitura che aveva devastato Roma rendendola il guazzabuglio incorreggibile che è ancora (e sempre sarà). Scrisse articoli per «Paese Sera» , capitoli di libri possibili, ma niente: non glieli pubblicò nessuno. E lei ne soffriva, scriveva lettere disperate, accese, solo ogni tanto anche rassegnate. Quodlibet, sempre in virtù dell’amore marchigiano, s’è presa il fastidio, due anni fa, di recuperare tutti gli appunti di Prato risalenti a quell’anno (era il 1970) e raccoglierli in un libro (ce ne erano alcuni scritti sugli scontrini), Voce fuori Coro, che se volete capire Roma, il Vaticano, il Dio cristiano, il Tevere e l’Unità d’Italia è un testo che dovete leggere. Curatrice del libro (un altro torrone di quasi mille pagine) è Valentina Polci, marchigiana anche lei, naturalmente. L’amore per Dio di Dolores era un amore laico. Civico. Anche inevitabile, perché congiunturale: studiò presso l’Educandato salesiano delle Visitandine, prima di spostarsi a Roma per frequentare il Magistero, laurearsi in filosofia, diventare insegnante.
«Di libri autobiografici ne ho cinque; questo dell’infanzia è il più lungo, perché l’infanzia è un vuoto immenso dove precipitano le cose l’adolescenza che sarà il collegio con trecento pagine si fa, perché nel collegio non ci sono più cose, ci sono parole», scrisse, in una lettera del 1978.
La sua prima bambola («la mia prima pupa»), racconta in Giù la piazza, fu la Madonna Addolorata. Alle altre bambine, anche le più povere, toccavano almeno le bambole di pezza, ma a lei no, niente: a lei venivano destinati pezzi di riciclo, scarti: lei non era stata prevista. E lo seppe sempre. Quando diciamo che gli italiani sono un popolo di migranti e in testa ci scorrono le immagini di bisnonni nevrili che arrivano a New York con la valigia di cartone non diciamo niente di sbagliato, ma forse di incompleto sì. Siamo un popolo di migranti anche perché nella nostra provincia ci sono stati cittadini non riconosciuti, costretti all’esilio domestico, la condizione letteraria per eccellenza. Siamo un popolo di poeti, naviganti e di esuli a casa propria.
Il solo giocattolo vero che ebbe Dolores Prato fu una pallina di legno attaccata alla plastica: «Lì nessuno diceva gioco, tutti dicevano giocarello ed era tanto più festoso, più birichino». Una delle cose su cui lavorò Ginzburg fu l’espunzione del dialetto e del dialettale dalla lingua di Prato che invece, essendo una che non ragionava per mondi e per divisioni e scomparti, ma avendo il senso del Creato, quindi dell’armonia, scrisse sempre mescolando italiano letterario e italiano borghese. Scrisse, in Giù la piazza, nella lingua di Treja, che come nota il traduttore nella postfazione all’edizione francese, è la vera protagonista del libro. Treja è l’irraggiungibile, per Prato, e siccome la letteratura ha come oggetto l’irraggiungibile e rappresenta lo sforzo di acchiapparlo, protagonista è, qui, la letteratura. Nella piazza di Treja non c’era nessuno ad aspettarla, a volerla, nessuno a darle un’origine, una radice. «Io non appartenevo a Treja, Treja apparteneva a me; essa non mi aveva chiamata, non gradiva la mia presenza per le sue strade, nelle sue chiese, lo vedevo benissimo e anche questo apparteneva a me». Si può essere stranieri nella città di cui si è cittadini: è questo che accade quando l’uomo dell’Ottocento va in frantumi e trascorre il Novecento a cercare un modo creativo per rimettere insieme i cocci, ottenendo solo di polverizzarli. In una città che non la vuole, in un luogo che ama follemente perché non ha scelta, Prato cerca i genitori. Non c’è altra autrice italiana che abbia offerto uno studio così profondo di cosa accade all’essere umano quando gli elementi base dell’identità (il luogo d’origine, la famiglia, il tempo) diventano insufficienti per rappresentare un uomo. Forse, in Europa, qualcosa di simile l’ha fatto Magda Szabó in Per Elisa, un romanzo che racconta lo scorporamento dell’Ungheria dopo il Trianon (non è una coincidenza che si tratti del libro più autobiografico della Szabó e neppure che l’ultima pagina sia «inconclusa»: l’ultima frase si chiude con i puntini di sospensione).
Giù la piazza non c’è nessuno a Natalia Ginzburg non piaceva: propose Fiume disperso, ma Prato s’impuntò. Il traduttore francese, in un’intervista recente a «Doppiozero» , ha detto che per convincerlo a intraprendere questo gigantesco lavoro è bastato il titolo e la sua «risonanza geniale». Poi, «il testo ampio di alto valore sinfonico» e la «originale stranezza stilistica elaborata tra armonie e disarmonie». Sembra un libro complicato? Invece non lo è. Lo leggi e sei subito dentro qualcosa con cui hai confidenza, dentro un calore che conosci, dentro un racconto per oggetti, per persone, per immagini, senza morale, morali, intrighi, intrecci, sesso, relazioni. Sei in una piazza, finalmente piena. Riempita.

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