Recensioni / Nuovi orizzonti del pensiero di Croce

Fra i luoghi comuni più duri a morire vi è quello secondo il quale Croce fu un filosofo olimpico, ottimista, metafisico, spregiatore dell’individualità in favore di un non meglio identificato Spirito Assoluto che tutto fagocita incurante dei destini esistenziali delle persone in carne ed ossa. Una caricatura del pensiero crociano,naturalmente, che pure influenzò una generazione di studiosi.
L’interessante volume di Alfonso Musci, La ricerca del sé. Indagini su Benedetto Croce (Quodlibet, pp 167, euro 18) contribuisce a sfatare la superficiale o interessata lettura del pensiero del filosofo italiano e, al tempo stesso, indica altre strade da percorrere per decifrare in profondità una filosofia, lo storicismo crociano, che con il passare del tempo nel diventare classica si mostra sempre più contemporanea.
«La svalutazione – scrive – della soggettività empirica (cattiva o malvagia individualità) oltre che premessa per una nuova e positiva vita dell’individuo è la radice esistenziale di una metafisica dell’impersonale e della sopravvivenza che i principali critici dello storicismo crociano non videro». Da qui prende le mosse la ricerca di Alfonso Musci fra testi noti e meno noti del filosofo. A cominciare dalla biografia intellettuale, Contributo alla critica di me stesso nella quale Croce distingue nettamente fra biografia del pensiero, delle opere da quella psicologica o empirica della quale non tiene conto occuparsene giacché ciò che sopravvive di noi non è l’io individuale ma le opere, grandi o piccole che siano, le quali sole possono essere, in certo qual modo, immortali. Musci mostra come questa affermazione che a qualcuno è apparsa paradossale, sia, invece, centrale nella ricerca, talvolta drammatica e angosciata, di Croce nella ricerca del sé.
La trasfigurazione dell’io personale nell’opera che si distacca inesorabilmente e vive di vita propria è, suggerisce Musci, un atto drammatico e, assieme, consolatorio nel senso alto della parola. In questa prospettiva la filosofia di Croce mi è sempre apparsa come una filosofia dell’iperindividualità perché non c’è nulla di più individuale delle nostre azioni e delle nostre opere che ci trascendono e modificano la stessa percezione che abbiamo di noi stessi. La singola opera, la particolare azione che condiziona la vita che si agita attorno a noi e la storia futura.
Il fulcro teoretico attorno al quale ruota l’interpretazione di Musci è l’idea vichiana, che lo studioso riporta puntualmente, della filologia filosofica che in Croce diventa il giudizio individuale nel quale la tradizionale opposizione universale-individuale si capovolge in necessaria complementarietà dialettica.
L’individuo ha la sua vita ma la sua vita è necessariamente immersa nella vita del tutto. Musci sostanzia questa che potrebbe apparire una fredda teoria di umanità, dramma e speranza assieme. Così se in un capitolo Musci delinea il percorso logico ed estetico del filosofo, negli altri, ricchi di notazioni psicologiche, rimandi letterari e bibliografici originali, si ricostruisce un’umanità di Benedetto Croce non sempre messa in rilievo dai suoi interpreti e sostanzialmente negletta da troppi critici preconcetti.
Un Croce, dunque,non freddo e impassibile logico e nemmeno un Croce tormentato o inconcludente esistenzialista. Molto interessante il paragrafo Presenza di Kant nei Frammenti di etica. Ho più volte cercato di mostrare come l’influenza del filosofo tedesco su Croce sia spesso stata sottovalutata. Musci mostra anche come il richiamo a Kant sia, esplicitamente o implicitamente costante nel pensiero crociano. Il che apre nuovi orizzonti ermeneutici rispetto alla complessità della filosofia crociana che trova un suo compimento (al di là delle ultime pagine sulla vitalità cruda e verde) ne La storia come pensiero e come azione, il volume più kantiano del filosofo abruzzese.