Recensioni / La natura del demonio

È raro imbattersi in un libro che non teme di misurarsi con uno dei problemi filosofici più antichi e più profondi dell’umanità, quello del male e della sua origine. Ancor di più se è sostenuto da una scrittura priva del minimo cedimento, di notevolissima compattezza stilistica. In Come si sta al mondo (finalista della XXX edizione del Premio Calvino), Davide Martirani parte da una dimensione iniziale di estrema concretezza, di immersione in un’angustia soffocante, che corrisponde in pieno al carattere glaciale della protagonista. La donna che non sa stare al mondo, per riprendere la suggestione del titolo, si chiama Maria ed è una delle tante ragazze dell’Europa orientale giunte in Italia in cerca di occupazione. In una grande città mai nominata, assiste a tempo pieno un’anziana e bizzosa signora chiamata solo per cognome (la De Siervo), in una casa dal caldo tropicale dovuto alle finestre sempre chiuse. La routine da badante, a dispetto della dose massiccia di fatica fisica e a maggior ragione psicologica che richiede, rappresenta per Maria un autentico ideale di vita: duro lavoro, solitudine e rinuncia, in un nascondiglio al riparo da ogni influsso esterno. Il motivo inconfessabile che la spinge alla reclusione deriva dall’incontro con l’avversario per antonomasia, il Diavolo. Nessuna concessione all’armamentario tradizionale fatto di odore di zolfo e scalpiccio di zoccoli. Qui ci troviamo davanti a un demonio ragionatore e beffardo, si direbbe quasi paziente nel suo ritornare a distanza di tempo, incarnato in una pura voce in grado di superare le fragili pareti casalinghe. «Sei talmente cocciuta che non hai mai voluto imparare come va il mondo», le rinfaccia. È troppo facile coltivare la virtù restando avvolti nel proprio bozzolo, senza mischiarsi con gli altri. La cugina Roxana impersona la perfetta antitesi di Maria, visto che «non solo è bella e intelligente, ma nel mondo sa starci». Più che di un incontro, si tratta di uno scontro tra le due. Da un lato, la rigidità e l’obbedienza; dall’altro, la scaltrezza e il fascino femminile sfruttati per puro tornaconto personale.
Eppure il ritratto psicologico dell’eroina in lotta con il maligno si rivela più complesso. Fin da piccola, come apprendiamo da un flashback che funge da intermezzo, Maria mostra la preoccupante tendenza a non manifestare le emozioni, a chiudersi in un apparente distacco da ciò che la circonda. Ma questo non significa che non provi nulla. Cela dentro di sé una rabbia covata a lungo sotto la cenere, che nei momenti di sconforto si colora dei toni dell’invidia per le fortune altrui. Dal canto suo, il Diavolo non esita a definirla superbia, il «non volere accettare di essere fatta come tutti gli altri». Due vizi capitali, quindi, e in effetti è assai facile cedere alla tentazione di applicare categorie religiose per trovare la chiave interpretativa del romanzo. Per metterci su questa pista, basterebbe sottolineare il semplice nome della Vergine (come nota con sorprendente astuzia la De Siervo nel colloquio introduttivo) dato a una giovane che, al contrario, respinge con orrore ogni riferimento alla maternità. Tuttavia, conviene allargare lo sguardo, in una prospettiva più esistenziale e morale che cristiana in senso stretto. Il tentativo di sopprimere i desideri, non soltanto quelli sentimentali e sessuali ma anche la semplice affermazione della propria volontà, genera in Maria un conflitto insanabile che non nasce più da quello che fa, dai suoi comportamenti, bensì soprattutto da quello che non fa, dalle omissioni, dall’impossibilità di agire per «il terrore del contagio» con il mondo.
Nella seconda parte, in una sorta di discesa agli inferi, Maria si ritrova fatalmente snidata dalla sua tana rassicurante, in balìa degli eventi ma capace, con le ultime forze, di aggrapparsi alla solidità ripetitiva dei gesti di tutti i giorni. Non a caso, come ha ricordato lo stesso autore nell’intervista a Fahrenheit di Radio 3 del 15 ottobre, i titoli delle due parti principali, Lo snido e Il regno, sono stati in due periodi diversi titoli provvisori dell’intera opera. Accostati tra loro, invece, esaltano l’ambiguità su cui insiste il finale. Giunti alla resa dei conti, chi è il re e chi il suddito tra il bene (ammesso che esista su questa terra) e il male? Qual è la vera natura del demonio, un’allucinazione, un’entità esterna, un nemico da combattere, o una parte della nostra coscienza, un male insito in noi con cui imparare a convivere? Come è giusto che sia, non ci viene offerta la risposta, ma altri interrogativi che ci esortano e ci sfidano a riflettere.