Recensioni / Nella selva di Mystic Avenue: Cani dell’inferno di Daniele Benati

C’è una novella nella nostra letteratura che si chiama Novella del Grasso legnaiuolo. Racconta di uno scherzo fatto a un falegname di Firenze in cui lo si convince di non essere se stesso, ma di essere in realtà un altro. C’è in particolare un momento in cui chi organizza lo scherzo va a casa del falegname Grasso prima di lui, e quando alla fine anche il Grasso ci arriva e stupito di trovare la luce accesa bussa alla propria porta, si sente rispondere da dentro che il Grasso è già in casa, chi è che bussa?
La riscrittura in italiano moderno di questa novella è stata curata da Daniele Benati (nel volume delle Novelle stralunate dopo Boccaccio), e aprendo a piacere la recente riedizione del suo Cani dell’inferno (uscito nel 2004 per Feltrinelli), si può notare subito la parentela tra la situazione straniante della novella fiorentina e i vari trip identitari generati continuamente dalle pagine di questo romanzo.
Cani dell’inferno si articola in undici capitoli che incrociano le storie di dieci personaggi, tutti che girano intorno a un palazzone un po’ albergo, un po’ sede universitaria, un po’ locali di un McDonald’s, un po’ appartamenti privati: tutto collegato da scale che sembrano spostarsi e che disegnano gomitoli di percorsi intricatissimi in cui sono più le volte che ci si perde di quelle in cui si riesce a raggiungere il proprio appartamento. Tutti i personaggi hanno un nome che inizia con la lettera P (Piciorla, Ponci, Pavera, Perlasca, Picaglia, Polis, Paio, Pokerman, Pigasso, Pistarola), e se possono venire in mente le lettere P marchiate sulla fronte di Dante nel Purgatorio, l’impressione oltremondana e metafisica che aleggia sui loro discorsi e su quello che vedono è ambiguamente sostenuta dal fatto che questo palazzone è sito in una certa Mystic Avenue, numero 3847. Ognuno racconta qualcosa in un monologo che gira come un disco rotto, va in loop, si ritrova ad andare intorno alle stesse cose, alle stesse strade o persone incontrate, di cui però è difficile la precisa individuazione, come se ci fosse su tutto una nebbia leggera che impedisce di riconoscere i volti già incontrati, o di distinguere un perfetto sconosciuto che suona alla porta dal vecchio amico che viene da lontano per farti visita, ma i cui lineamenti non ti dicono assolutamente niente e le cui parole piene di ricordi suonano a vuoto.
Piciorla fa delle ricerche ma non riesce a scrivere quasi più niente perché tutto quello che si scrive è falso, allora butta i libri giù dalla finestra. Ponci sta chiuso in casa (continuano a bussare alla sua porta degli scocciatori) e sente la musica di una banda e la voce soffusa e dolcissima delle Sirene (o delle Muse) che si sparge nell’aria. Pavera inizia così il suo discorso: «Io comunque ho migliorato. Appena arrivato in questa città mi volevo impiccare». Questi personaggi come quelli successivi ondeggiano tra il tabagismo e l’alcolismo. Perlasca si innamora della sua misteriosa vicina di casa che porta il nome di una marca di sigarette («Una bella donna che si chiamava Rita Rothmann»): lei lo osserva di continuo, e lui alla fine ritaglia con delle cesoie nel reticolato che li separa la sagoma di se stesso che scrive «perché da allora non l’avrei mai più fatto, ma era un’azione che volevo ricordare»; attraverso quel buco passa per raggiungerla e amarla. Pokerman enuncia una frase che passa sotterranea a tutto il libro: «se uno vive in un paese straniero o in una città che non è la sua e non si ricorda niente di quello che è successo potrebbe anche voler dire che lui non s’è mai mosso dal suo paese e adesso ci vive come un perfetto straniero o come si fosse messo nei panni di un altro che non è lui». Pistarola si ritrova la casa invasa da imprecisati amici di amici che stanno come in vacanza con la «fretta di correr fuori a fare il coito. Sempre a quello pensavano».
Ogni capitolo porta il nome del personaggio che parla di volta in volta. L’ultimo capitolo, l’undicesimo, è senza titolo: quasi a chiusa del romanzo compare il riferimento dantesco che riassume le varie allusioni infernali e purgatoriali fino a qui disseminate:

Ma alla fine riuscivo a saltar fuori da quell’enorme baraccone che mi aveva confuso la testa per tanti anni coi suoi corridoi infiniti e la sua baraonda di gente che andava e veniva in mezzo a tutta quella selva oscura di palazzi e grattacieli da cui avevo cercato mille volte di scappare ma sempre finendo per seguire una donna che compariva dal nulla e mi riportava nello stesso identico posto da cui ero scappato.

In un testo uscito su «doppiozero» Benati ricorda come l’idea generatrice di Cani dell’inferno risalga a una passeggiata invernale fatta a Boston con Gianni Celati: il vento freddo che fischia, il fiume Charles ghiacciato di sotto, l’arrivo in un McDonald’s pieno di senzatetto che si scaldano. Quel fiume ghiacciato, entrato nel primo capitolo del romanzo, viene trasfigurato con tratti infernali: «quel ponte sul fiume dove sto lì a guardare le rane che si tuffano in mezzo all’acqua marcia e poi rispuntano col muso allo stesso modo in cui Dante ha descritto i traditori dentro al Cocito ghiacciato».
In un altro punto del libro una ragazza pronuncia i versi proemiali dell’Inferno dantesco, ma tradotti in spagnolo; ed è l’unica, straniante citazione testuale dalla Commedia che troviamo: in spagnolo.
Il rapporto con Gianni Celati è importante premessa alle riflessioni sulla scrittura che precedono e accompagnano la stesura di un altro libro di Benati, Silenzio in Emilia e che trovano realizzazione successivamente anche in Cani dell’inferno: lo testimonia il gruppo di lettere inviate da Celati a Benati tra il 1993 e il 1998, in cui compare l’idea di «cercare altri modi di organizzare le narrazioni», come quello «del gioco a incastri tra i vari episodi», un modo più originale per rispondere alla «vecchia domanda: come faccio a tenere insieme tutto questo?».
Ci sono due cose che tengono come incollati in un unico vortice questi undici testi di Cani dell’inferno, e che danno l’impressione che tutti i personaggi possano in realtà essere un solo personaggio che soffra di perdite della memoria a breve termine, che si chiami ora Perlasca ora Pigasso: tutti hanno visioni e sentono voci, in particolare vedono dei cani neri che fanno improvvisa comparsa (da qui il titolo), e sentono, ad un certo punto del loro pungolo ossessivo una voce che li chiama, tutti, allo stesso modo: «Ehi Joe!».
I cani neri sono legati all’epigrafe del libro, tratta dal blues Hellound on My Trail di Robert Johnson: «Da un posto all’altro devo spostarmi / Il blues è come una grandine che mi bagna / E ogni giorno continua a preoccuparmi / Il cane dell’inferno che ho alle calcagna». I cani dell’inferno richiamano al lettore le «nere cagne, bramose e correnti» che rincorrono i due scialacquatori nel Canto XIII dell’Inferno di Dante, cioè il motivo della caccia infernale che poi passa a Boccaccio nella novella (torniamo alle novelle) di Nastagio degli Onesti. Qui i fantasmi di cani e cavaliere continuano a seguire una donna fantasma, la uccidono e lei poi «risurge e da capo incomincia la dolorosa fugga, e i cani e io a seguitarla». Il romanzo di Benati termina così: «L’eternità ha una forma circolare e ripetitiva: uno crede di andare avanti mentre torna sempre allo stesso posto – dei cani neri gli stanno alle calcagna e due tipi con il cappello nero in testa compaiono all’improvviso davanti a lui. Sono seduti su una sedia e sembrano addormentati ma poi hanno un sobbalzo e tutto ricomincia daccapo». Qui come anche in altre parti del libro la comparsa dei cani segnala il momento in cui l’azione inizia ad avvitarsi su se stessa.
«Ehi Joe!» è il richiamo a cui reagiscono tutti i personaggi anche se non sempre si riconoscono subito in questo nome: un nome qualunque, da everyman. Viene da pensare alla versione di Jimi Hendrix dell’omonimo pezzo di Billy Roberts: tra allucinazioni e disorientamenti questi personaggi si muovono a ritmo di blues e lenti rock «come una grandine che li bagna». Però anche Beckett viene in mente, con il suo «testo per la televisione» Eh Joe (tradotto Di’ Joe): un personaggio tutto sommato con le stesse caratteristiche di quelli di Benati, allo sbando esistenziale, sta seduto sul letto e viene chiamato da una voce femminile («bassa, netta, lontana, poco colorita» dice la didascalia di Beckett) che continua a incalzarlo: «Eh Joe».
La voce che chiama, come fuori dalla scena, come da un’altra dimensione, già compare nel canto del racconto di Ponci:

Ma verso sera cominciava a spandersi per l’aria il dolce canto di quelle voci femminili che avevo udito fin dal primo giorno che ero piombato lì al numero 3847 di Mystic Avenue […] e stavo lì a cullarmelo nell’immaginazione come se fosse il canto irresistibile delle Sirene o quello di un altro mondo lontano che era scomparso nel tempo». Le Sirene «potevano rivelarti ogni cosa della tua vita e adesso volevo saperne un po’ di più della mia.

A proposito delle voci (le Sirene, quelle dei vari personaggi, la voce più o meno mentale di «Ehi Joe!») si può riferire a questo libro quello che Benati ha scritto delle poesie di Raffaello Baldini: «scenario d’un teatro naturale, dove risuona un coro di voci che parlano tra di loro, si raccontano storie, rievocano fatti d’altri tempi, litigano o si perdono in silenzi estatici». La parentela tra Baldini e Beckett riconosciuta da Benati ci porta a questo libro, in cui si fondono, come scrive Benati di Baldini, prosa, ispirazione poetica, presenza scenica monologante. I personaggi di Cani dell’inferno sono dei falliti, e «questo fallimento in Beckett è la presa di coscienza di base». Da questo punto di vista anche i senzatetto stanziati più o meno stabilmente nei pressi del McDonald’s hanno qualcosa di beckettiano.
In Cani dell’inferno tutti vagano senza capire dove sono: questo è lo stato dei personaggi dell’altro libro di Benati più sopra citato, Silenzio in Emilia, in cui «i morti dei suoi racconti sono dei morti che non si sono accorti di essere morti», come ha scritto Gianni Celati in Discorso sull’aldilà della prosa (dove tra l’altro continua: «qui i dialoghi sono un circolare di voci, come nei paesi dove tutti sanno tutto degli altri, per cui la figura dell’autore non si sa dove collocarla, e in fondo è in una voce circolante come le altre verso il silenzio finale. In ciò ricorda il modo di raccontare beckettiano»). La presenza di un aldilà con queste caratteristiche si riscontra per via intertestuale anche in un altro autore irlandese amato, studiato e tradotto da Benati, il Flann O’Brien de Il terzo poliziotto, romanzo in cui seguiamo il protagonista per decine di pagine in una campagna desolata, in bicicletta, in piane oniriche le cui uniche presenze sono tre poliziotti, senza immaginare che in realtà lui sia morto già nelle prime pagine per lo scoppio di una bomba.
Si ha il sospetto allora che Benati abbia trovato nelle nebbie e nei silenzi della Bassa Padana un aldilà celtico-irlandese (Silenzio in Emilia) in cui, come qui in Cani dell’inferno, tutti siano morti (o un solo unico morto, «Joe») e che proiettino gli episodi confusi del proprio mondo mentale in un Purgatorio ricorsivo, a spirale, come nella novella di Boccaccio.
Quello che rimane a chiusura di libro è la ricerca di un orientamento in una realtà che non solo ne è priva, ma che crede di averlo (da qui la polemica di Piciorla, che butta i libri dalla finestra, contro il falso: da qui le invettive dantesche); ogni tanto qualche baluginio, un soffio, un profumo che sembra suggerire qualcosa di vero, ma che rimane lontano.
Pokerman dice: «In tasca tenevo come al solito il libro del poeta Guido Gozzano con le lettere che aveva scritto alla signorina Guglielminetti e ogni tanto lo tiravo fuori per leggerne due o tre righe a bassa voce. Due o tre righe di Gozzano fanno bene allo spirito anche se provengono da semplici lettere di corteggiamento. Ed era lui a portarmi maggior conforto nei momenti più cupi con la vicenda della sua vita malinconica». Non stupisce incontrare il nome di un poeta che si definiva «una cosa vivente detta guidogozzano» in questo percorso attraverso identità che si scambiano i nomi come delle etichette, dal Grasso legnaiuolo fino a Pokerman o Pigasso, o fino, passando ad altri libri di Benati, al suo eteronimo Learco Pignagnoli (che, volendo, è un’altra P).