Recensioni / Giancarlo De Carlo, La Piramide Rovesciata. A cinquant’anni dalle contestazioni del '68

Era il 18 aprile di cinquant’anni fa quando De Donato mise in stampa questo pamphlet di Giancarlo De Carlo dal titolo poetico e provocatorio, La piramide rovesciata. Le date sono importanti perché De Carlo intercetta, anticipandola, una questione centrale che riguarda una idea precisa di cosa significhi essere architetti, di quale sia il ruolo sociale dell’architettura e quale, secondo lui, debba essere la formazione gli architetti. Questioni che in quegli anni stavano prendendo già la forma di contestazione nei confronti delle istituzioni e che di lì a poche settimane avrebbero portato gli studenti in strada dando vita a quello che ancora oggi viene chiamato il «maggio del Sessantotto» dove, come da tradizione, le facoltà di architettura ebbero un ruolo importante.
Ed è proprio ai nostri atenei che Giancarlo De Carlo si rivolge, cercando un dialogo e cercando di accogliere le non poche ragioni degli studenti, rilanciando su una possibile riforma universitaria – didattica, ma soprattutto disciplinare. Il centro della disputa è il ruolo dell’architetto e dell’architettura in un momento destinato ad agire da spartiacque nella storia delle società moderne e in cui, per dirla con le parole dello stesso De Carlo, l’architettura era troppo importante per essere lasciata in mano agli architetti.
La Piramide Rovesciata è un saggio lucido e preciso, un atto d’accusa impietoso verso quel sistema “rovesciato” che era, ed è ancor oggi, il nostro sistema universitario, definito da De Carlo «una struttura dove tutto si regge sulla punta sottilissima di un corpo accademico non sostenuto dalle tensioni, dai suggerimenti, dalle esigenze provenienti dal basso, ma dal principio di autorità.» Insomma, parafrasando senza troppi giri di parole, un sistema autoreferenziale che si esercita su questioni marginali rispetto a quelle di cui si dovrebbe interessare chi dà forma a quel particolare tipo di spazio che ci separa ma che allo stesso tempo ci tiene uniti e che chiamiamo architettura, quartiere, città, territorio.
De Carlo tenta di costruire un ponte generazionale, riconoscendo le ragioni della protesta, facendo un sunto non solo delle contraddizioni e ambiguità storiche e disciplinari che nascono in seno alle facoltà di Architettura sin dalla loro fondazione – la cui legittimazione accademica trova casa all’inizio del secolo scorso nelle facoltà di Ingegneria da un lato, e come dépendance presso le altre sorelle nelle Accademie d’Arte dall’altra – ma traccia anche il percorso delle proteste che risalgono già al ‘58, quando l’Istituto Universitario di Architettura di Venezia fu occupato in risposta all’introduzione dell’Esame di Stato per l’esercizio della pratica professionale.
Come noto, il tentativo di dialogo e di riforma proposto fallì miseramente. De Carlo, che era già padre della generazione in sommossa, nonostante il tentativo di confronto non venne risparmiato, così come non venne risparmiata la mostra Grande Numero da lui curata presso la Triennale di Milano, che fu inesorabilmente occupata e distrutta dagli studenti.
A cinquant’anni di distanza, lo scritto di De Carlo viene riproposto da Quodlibet (183 pagine, 16 €), a cura e con un saggio introduttivo molto ben documentato di Filippo De Pieri che contestualizza gli scritti e il pensiero di De Carlo in un quadro interpretativo degli eventi di quel periodo a “due misure”: un tempo “breve”, legato ai fatti di cronaca di quei mesi, e un “tempo lungo”, un arco temporale di vent’anni entro cui la piramide rovesciata appare come una chiave di volta dell’intero percorso intellettuale e professionale di De Carlo. Ma il volume pubblicato da Quodlibet raccoglie anche altri due saggi di De Carlo che riflettono sul tema, quanto mai urgente e quanto mai assopito, della formazione degli architetti e di riflesso sul ruolo sociale dell’architettura. Dopo tutti questi anni infatti, le proposte di De Carlo tuonano ancora su quel che rimane del discorso disciplinare, non solo italiano. Perché costruire edifici scolastici, pubblicato per la prima volta in inglese sulla «Harvard Educational Review» (1969) e Il pubblico dell’architettura, pubblicato in doppia lingua italiano/inglese su «Parametro» nel 1970, oggi raccolti in un unico volume da Quodlibet assieme a La piramide rovesciata, sono per molti versi complementari e racchiudono il pensiero di uno dei più attivi protagonisti dell’architettura del dopoguerra sul rapporto architettura e formazione. De Carlo riflette anche in modo molto pragmatico sul «sapere della forma» della scuola, ovvero sulla forma dello spazio della trasmissione del sapere, mettendo in discussione l’organizzazione spaziale, se non addirittura la legittima necessità di un edificio scolastico. Al centro non c’è tanto la questione dei programmi o dei metodi didattici, quanto il fine della preparazione degli architetti, la loro destinazione sociale.
Questo spostamento di fuoco porta alla luce anche le contraddizioni che emergono dall’epopea del movimento moderno che De Carlo contesta attivamente e dall’interno ai Congressi Internazionali di Architettura Moderna (CIAM), prendendo parte alla controcorrente del Team-X, al quale fu introdotto da Ernesto Nathan Roger, allora direttore della storica rivista Casabella, con la quale collabora fino al 1956.
L’accento della critica di De Carlo al movimento moderno è molto chiaro e per analogia essa può essere traslata alle nostre questioni che oggi vengono insegnate nelle università e che rivendicano il tanto criticato «principio di autorità» che si autolegittima fornendo risposte date, preconfezionate – che De Carlo chiama i come – a problematiche complesse, senza costituire un contesto dove si possano analizzare le questioni attraverso i perché.
Portando un esempio caro al discorso del movimento moderno, De Carlo si chiede perché gli architetti debbano studiare soluzioni per elaborare le abitazioni sociali più piccole, funzionali e meno costose e non invece preoccuparsi di come massimizzare la qualità della vita di un quartiere, studiare sistemi che possano facilitare la socialità, lo scambio e la confortevolezza dell’abitare? O, diversamente detta, di come le abitazioni popolari possano costituire una infrastruttura sociale anziché la soluzione più economica a un «problema»? Detta in ancora altri termini, De Carlo si poneva la questione di come un’architettura potesse generare un valore condivisibile, arricchire una comunità, anziché farla risparmiare in termini spicci di riduzione degli spazi minimi, di standardizzazione dei processi costruttivi degli alloggi, della funzionalità ambientale e altre chimere portate avanti dal movimento moderno e prescritte negli atenei universitari come soluzione a un problema da affrontare a basso costo. Sono passati cinquant’anni e il ’68 ha indubbiamente aperto molte porte. Ma nel frattempo, da quando La piramide rovesciata andò in stampa la prima volta, la popolazione mondiale è raddoppiata, passando da 3, 5 a 7 miliardi. Un aumento che corrisponde esattamente alla quantità di persone che si stima vivano oggi in territori urbanizzati che, dati i numeri, ormai non sappiamo nemmeno cosa voglia dire esattamente. Non si parla più di sostenibilità, si parla di sopravvivenza, di capacità di adattamento in un mondo dal futuro incerto. Non possiamo prevedere il modo in cui il pianeta reagirà al cocktail chimico che in nome della modernità e del progresso abbiamo immesso negli oceani sotto forma di plastica vulcanizzata e nell’aria sotto forma di biossido di carbonio. Abbiamo venduto il futuro e ora compriamo speranza, eppure il vizio negli atenei rimane quello di riempire la testa degli studenti con i come anziché ragionare sui perché, come già De Carlo argomentava. Eh già, l’architettura è una disciplina complessa che non si riesce a chiudere in un’aula. A chi scrive queste righe piace dire che essa mette in relazione cose e sistemi di cose con persone e sistemi di persone. Una disciplina che era e continua ad essere troppo importante per essere lasciata agli architetti, o magari è troppo importante perché gli architetti se ne occupino per davvero. Forse, come insegnava Alberto Manzi in quegli stessi anni in un noto programma televisivo, «non è mai troppo tardi» e davvero la piramide rovesciata va riletta subito, con rinnovato interesse per aprire nuovamente a delle questioni che sono ancora aperte.