Recensioni / «La letteratura deve sconvoglere», dialogo con Graziano Graziani

Ho fatto una tesi sui Terapeuti, i folli di Dio descritti da Filone, che pregavano tutto il giorno, danzando, sulle sponde del lago Mareotide, con un professore, Remo Cacitti, che aveva studiato i Circoncellioni, i Guerrieri di Cristo, che pigliavano a randellate i vescovi, convinti che il cristianesimo fosse la riscossa degli umili contro i ricchi, e ritenevano il suicidio una via di privilegiato martirio. Insomma, all’epoca stanavo tutti i cristianesimi abortiti sotto la scure del Cristianesimo, quello ufficiale, costantiniano, romano, agostiniano, aureo, potente e prepotente. Così, quando mi è capitato in grembo il Catalogo delle religioni nuovissime di Graziano Graziani l’ho consumato con gioia: è uno spasso passeggiare giganteggiando nell’immaginazione teologica degli umani, tra quelli che «adorano un essere superiore che risponde al nome di Prodigioso Spaghetto Volante» (il Pastafarianesimo), tra chi «pone il Caos come principio primo della creazione» (il Discordianesimo), i fedeli alla Fratellanza dell’Amore Eterno, chi pensa che gli dèi di Roma siano ancora tra noi (Via romana agli Dèi), chi crede fermamente in Kek, divinità legata «a un immaginario paese chiamato Kekistan» e chi si accontenta di venerare Vladimir Putin (Culto di Putin). Il libro mescola la rapacità catalogatoria di Borges alla leggerezza di Calvino, tanto che all’inizio ho pensato che il Catalogo, in fondo, fosse tutto frutto della mente mefistofelica di Graziani. Invece no. Diciamo che la realtà supera la fantasia, ma che è la fantasia a dare sostanza memorabile alla realtà. Più parlo con Graziani – pochissimo, a dire il vero, più che altro lo ascolto su Radio Rai 3 – più mi pare il mio gemello ustorio, contrario, d’altronde lui si occupa di religioni nuovissime mentre io sosto elle antichissime. Siamo nati pressappoco nello stesso anno, quando l’ho incontrato – la prima volta, a Riccione – mi è parso serio, pacato, di una eleganza vigorosamente vintage, una specie di Nanni Moretti, ma aggraziato, che nasconde l’ago della follia sotto le palpebre, mentre io sbraito, pieno di passioni infantili, senza speranza di mietere i giorni e farne scorta per l’inverno che verrà, è chiaro. Nel fatto che io mi ostini a scrivere apocrifi e lui a vergare cataloghi e atlanti, però, c’è qualcosa di simile. Soprattutto, pur leggendo cose diverse, abbiamo la medesima idea: la letteratura non deve essere rassicurante, ma mostrare ciò che turba e che confonde e che svia, una viatico ai veleni. Secondo me, scrivere, in fondo, è scorticare la schiena di Dio – su ogni cosa Graziani agisce la spugna metallica del dubbio e del possibile. Le religioni nuovissime censite da Graziani sono 42: dietro il numero, ci dice l’autore, alligna l’enigma. Io provo a risolverlo proponendo tre soluzioni. La prima è biblica. Il Vangelo secondo Matteo parte con la «Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide, figlio di Abramo». Questa lista di padri e di nonni, maestosa, è suddivisa in tre gruppi di 14 nomi, da Abramo a Giuseppe dunque a Gesù: tre volte 14 fa 42. La seconda soluzione è meramente letteraria: Georges Perec in La vita istruzioni per l’uso fa apparire – abracadabra narrativo – 42 liste di oggetti. La terza è patetico-linguistica: il capitolo 42 de Il gioco del mondo di Julio Cortázar discetta intorno alla sapienza del dio egizio Toth, «dio della magia e inventore del linguaggio». Ho strologato giusto, ho slogato i polsi all’esegeta delle teologie pop? Voi fate le vostre speculazioni, io invento una nuova eresia.

Comincio a leggere il tuo libro. Mi pare talmente divertente e diverso, qualcosa tra Borges sfrenato con Lsd che penso: che fantasia! Invece, smanetto su Internet, pare che tutto sia tragicamente vero. È così? Quanto hai inventato e quanto hai studiato per scrivere il tuo picaresco Catalogo? Ad ogni modo, quali sono le tue fonti?

C’è molta ricerca ma anche invenzione letteraria, in questo libro. Che per me è operazione sostanzialmente letteraria, di quella letteratura di repertori fantastici che sì, richiama un po’ Borges. Si parte però sempre da dati reali, perché nel mondo reale la fantasia non manca, anzi a volte supera l’immaginazione. E quindi mi sono dovuto informare sui vari culti, reperire articoli on line, tradurre pezzi di giornali esteri (soprattutto statunitensi) e cercare quei libri – spesso editi da minuscole case editrici, o circolanti in rete in formato pdf – che avevano trattato questo o quel caso. Non ho aggiunto nulla. Eppure si tratta di un’operazione letteraria, perché scegliere quali storie includere e quali no è già una composizione artistica; raccontarle come miti di fondazione e non come mera curiosità anche. Quindi l’invenzione c’è ma è soprattutto nel taglio del racconto, nel far dialogare le storie, nel collocarle appunto in un’idea di catalogo che renda conto, attraverso 42 racconti, di questo caleidoscopio delle religioni nuovissime. Anche la scelta di inserirne 42, né una di più né una di meno, ha una sua motivazione letteraria. Ma non dirò perché.

Perché ti interessano le religioni nuovissime? Cosa dicono dell’uomo? Non bastano quelle vecchissime? E poi: tu da che prospettiva scrivi? Da ateo, da sociologo, da scrittore, da geologo dello strambo, da giornalista, da meravigliato?

Mi interessano le storie di nuove religioni perché sono paradossali. E perché sono miti di fondazione. Il fatto che siano nuovissime, cioè vicine a noi, ci fanno vedere quanto c’è di “teatrale”, di immaginifico, di arbitrario, nel corpus di credenze di una religione. Sarebbe così anche per quelle vecchissime, se potessimo osservarle da contemporanei, ma essendo quei miti persi nella notte dei tempi (o quasi) non è possibile farlo se non attraverso congetture. Eppure i miti di quelle religioni permeano il nostro linguaggio (se succede qualcosa di stupefacente o inaspettato, ad esempio, diciamo Oddio!) e permeano persino le nostre strutture di pensiero. Ma non ce ne rendiamo conto, perché sono come l’acqua in cui il pesce si scorda di star nuotando – quello della nota metafora di David Foster Wallace. Avere modo di guardare da vicino delle religioni prossime a noi ci svela un po’ di più questo meccanismo, e siccome ho scelto solo storie paradossali, lo fa facendoci sorridere. Il paradosso è una chiave essenziale di questo libro. Perché noi viviamo in una società estremamente secolarizzata, ma poiché la scienza non può rassicurarci su tutto (che succede quando moriamo? svaniamo del tutto o qualcosa resta di noi?), facciamo con disinvoltura avanti e indietro tra due sistemi di pensiero che non si possono integrare: quello scientifico, sostanzialmente materialista, e quello religioso, che ci parla di trascendenza. Ricorriamo al primo nella vita di tutti i giorni ma, di fronte all’imponderabile (una malattia, un lutto, qualcosa che ci preoccupa o ci inquieta profondamente) torniamo a pregare. Siamo quindi una società schizofrenica e la dimostrazione ce la dà il fatto che più la società si secolarizza e più nascono sette e culti, a volte truffaldini e pericolosi. Detto questo penserai che la prospettiva da cui scrivo è quella dell’ateo, ma non è esattamente così. L’ateo, al pari del credente, ha la certezza di qualcosa che in realtà è inconoscibile: il fatto che dio non esista e che dopo la morte non ci sia nulla. Ma se è prudente affermare che chi ci dice cosa ci sia oltre la realtà fisica – il paradiso, il walhalla o un’altra cosa – ci sta raccontando una favola, un mito, è altrettanto prudente dire che non sappiamo davvero cosa succederà di noi, se qualche riverbero di ciò che siamo stati continuerà comunque a propagarsi da qualche parte nell’universo («a riveder le stelle», diceva Dante). Nemmeno la scienza può affermarlo con certezza, perché ci sono limiti che non può superare. Cosa c’era prima del Big bang? Nulla, dicono i fisici, ed è pure sbagliato dire ‘cosa c’era prima’ perché il tempo nasce col Big Bang, quindi non esisteva un tempo negativo da cui si è generato il tempo che conosciamo. Possiamo ricostruire la catena di eventi da un milionesimo di secondo dopo lo scoppio a oggi, ma non possiamo sapere cosa è accaduto nell’attimo zero e perché lo scoppio sia avvenuto. Ebbene, non è un po’ come dire «E sia la luce»? Penso che il senso del sacro faccia parte del pensiero umano e sempre ne farà parte, anche se le religioni come sistema di credenze e di pensiero dovessero scomparire. Allora sarebbe più corretto immaginare le religioni non più come una ‘risposta a qualcosa’, perché da quel punto di vista hanno esaurito la loro forza, ma come una “domanda”. E quindi ti rispondo: il racconto che ho fatto l’ho fatto da scrittore. Da scrittore che si pone delle domande. Da scrittore a cui piace indagare i paradossi. Da scrittore che sceglie di ‘piratare’ il discorso antropologico per farne letteratura.

Hai scritto, di recente, un Atlante e ora un Catalogo. Quasi che un libro sia, per natura, un regesto di cose, una enciclopedia dell’immaginato. Che idea hai della letteratura? Che cosa ti piace leggere?

Per me la letteratura è soprattutto la capacità di trovare una voce. La mia voce di scrittore si esprime spesso attraverso dei cataloghi, dei repertori. Lavoro spesso, un po’ come faceva Calvino, accumulando appunti di storie simili, frammenti, che si depositano fino a diventare corpus di qualcosa. Non scrivo romanzi in senso canonico ma questo non vuol dire che non mi piacciano. Ho letto molti autori legati con quella letteratura dell’invenzione e dello stupore che nasce all’estremo del mondo, in Sudamerica: e quindi Borges, Mutis, Cortázar, Bolaño (che poi sono anche molto sporchi d’Europa). Ho letto Wilcock e Landolfi, ma anche Carrère e Houelbecq, Roth e Murakami, ma pure Bianciardi e Bernhard. Diciamo che il vero discrimine non è quanto un autore sia simile a me, ma se scrive bene oppure no. Poi è chiaro, ci sono riferimenti che mi colpiscono solo come lettore e riferimenti che mi colpiscono anche come autore. Mi occupo di teatro e dunque il confine poroso tra il vero e il falso mi ha sempre parlato e affascinato. E amo la letteratura di viaggio. L’epoca delle scoperte geografiche ha aperto un mondo di racconti, spesso iperbolici e favolistici, scoperchiando un vaso di pandora dell’immaginazione che ha pochi eguali nella storia, forse superata solo dalla mitologia greca. E cos’altro fa uno scrittore se non addentrarsi in un mondo sconosciuto e raccontare cosa ha visto?

Mi verrebbe da dire: è ora di scrivere un catalogo sulle religioni che non hanno avuto fortuna, dai Circoncellioni ai Terapeuti, dai Marcioniti ai Valentiniani… Intendo dire: il tuo Catalogo nasce anche da una conoscenza della storia delle religioni e dei moti religiosi originari oppure no?

Quodlibet ha già pubblicato, sempre con Compagnia Extra, un compendio di eresie. Non è esattamente la stessa cosa ma ci si avvicina e non volevo sovrappormi a un lavoro già fatto egregiamente. Mi interessava più il mondo contemporaneo, laddove il paradosso di cui ho parlato prima prende forma e produce storie che vale la pena raccontare.

Domanda al giornalista culturale. Come è messa la letteratura italiana contemporanea? E poi: su quale libro, italiano o straniero, scommetti tutto?

Mi pare che la letteratura contemporanea sia molto viva ma non riesca a produrre ancora qualcosa che buchi davvero nel dibattito mondiale. Non c’è da noi un Houellebecq o un Marìas, un Roth o un Bolaño in grado di influenzare gli scrittori di mezzo mondo. Ma questo non vuol dire che non ci sia energia, perché le concause sono tante e non c’entrano solo gli scrittori (anche la potenza dei mercati editoriali c’entra qualcosa, ad esempio, e cosa chiedono agli scrittori). Magari da questa energia emergerà qualcosa che oggi non vediamo ma che nel futuro potrebbe diventare una pietra di paragone. Qualunque giudizio emetta oggi sarebbe comunque viziato da una sfocatura di sguardo tutta schiacciata sul presente. E quindi posso solo dirti che ci sono autori emergenti che vale la pena leggere – Funetta, Tosco, Lupo e altri di questa corrente legata al weird – così come costellazioni di autori che sono interessanti per lo sguardo che hanno sul mondo – da Raimo a Valerio, da Lagioia a Siti. Ce ne sono diversi. E poi qualche autore che meriterebbe di essere riaffrontato per bene, come Tabucchi, Wilcock (ma Adelphi lo sta ripubblicando), Bianciardi. Perché la contemporaneità non coincide esattamente col presente, come dice Agamben, ma anche con delle sfasature temporali che sanno parlarci di quello che viviamo meglio di ciò che coincide totalmente con l’oggi. Libri su cui scommettere tutto? Non ci sono, perché le biblioteche sono vaste per fortuna e si può leggere di tutto e di più. Si scommette tutto solo sui grandi miti: la Bibbia, ad esempio, o Shakespeare. Io, di mio, preferisco l’Epopea di Gilgames o al massimo 2666 di Bolano – uno dei rari libri in grado di creare una mitologia.

Un adolescente vuole iniziare a leggere. Non sa che fare. Ti chiede consiglio. Cosa gli consigli?

Leggi tutto, anche il retro dei biglietti della metro. Ma non scordare di mettere il naso in Kafka e Pessoa, Hrabal e Fante, Gipi e Pazienza, Szymborska e Céline, Fenoglio e Amado, Beckett e Murakami, Ballard e Bolaño e Dostoevskij, Dostoevskij e Dostoevskij. Qualcosa non ti piacerà e qualcosa sì: scarta quello che non ti parla e immergiti in quello che ti parla. Certi libri e certi autori hanno un tempo per essere letti e quel tempo non ha sempre a che fare con l’età, ma anche col momento che il lettore sta vivendo. Quindi cerca cerca cerca. E non ti fermare laddove qualcuno ti dice che certe letture non sono adatte a te. Bukowski e De Sade hanno cose da dire al pari di Sant’Agostino e Thomas More. La lettura può e deve sconvolgere, può seguire l’indicibile e il morboso, non deve essere per forza edificante e mai, mai rassicurante. Quindi l’unico che davvero può scegliere sei tu: quello tra i libri è un viaggio, il percorso che farai sarà il tuo soltanto, condividerai le strade maestre ma ti perderai anche per vicoli solitari.