Recensioni / Il viaggiatore controvento

Diario di una fuga che diventa esplorazione.Henri Michaux 2.040 metri sopra l’Ecuador

Si facessero riprese filmate da un  pallone in volo, se ne caverebbero ottimi finti fotogrammi di circhi lunari, da proiettare nei corsi serali o nelle università popolari. Ci vorrebbero anni prima che quelli si accorgano dell’inganno.

U n po’ sleale aprire il libro sull’ultima pagina, per bruciarlo sul tempo e sventare l’inganno. Ma a onor del vero il libro non intendeva spacciarsi per il documento di un volo lunare. Voleva essere, ed è, il diario di un viaggio in Ecuador. E il primo a buttare, a scapito di offese, la pietra dello scandalo era il suo autore. Che, presentandosi al lettore pronto a seguirlo, stringeva da subito con lui un patto di lealtà e ammetteva di essere “un uomo che non sa viaggiare né tenere un diario. Ma al momento di firmare, colto da un improvviso spavento, si scaglia la prima pietra. Questa”.  Il momento giunse appena dopo il ritorno, nel 1928. La firma era quella di Henri Michaux (1899-1984). Il titolo sotto il quale era apposta corrispondeva alla meta del viaggio e al motivo del diario: al nome di un paese in Sud America tutto fiorito di vulcani, “pieno zeppo di crateri”, “verosimilmente sotto il segno della luna” e, insomma, una “tra le contrade più lunatiche che ci siano”.  Un posto così, l’“Ecuador” (Quodlibet 152 pp. 14 euro), poteva essere fatto oggetto di riprese documentarie buone, nel migliore dei casi, per i corsi serali o le università popolari. Ma alla lunga anche là si sarebbero accorti dell’imbroglio. Meglio assecondarne gli umori, allora, gli estri, i capricci, i guizzi vulcanici e le lune storte. Per registrarne – inappuntabili – profilo ingannevole, sottosuolo implacabile e geografica intimità.  Umorale, e più che mai lunatico, si era disposto a tagliare la corda e mollare gli ormeggi un Michaux all’epoca ventottenne. Partito da Parigi nel giorno dell’anno in cui sono al culmine tedio invernale, spleen natalizio e noia domenicale: la domenica di Natale del 1927. Salpato il mercoledì dopo da Amsterdam a bordo del Boskoop, vascello “insolente”, “severo”, “superbo”. Smanioso di vedere il senso della sua rotta. Niente, invece. Per giorni e giorni solo calma piatta e la linea retta tra il cielo e l’oceano. “Ma insomma, dov’è questo viaggio?” sbottava impaziente il navigatore dopo due settimane quando, ormai al largo dalla costa olandese, – trecentocinquanta chilometri al largo – in vista non c’erano più nemmeno i gabbiani. “A che distanza massima possono volare?”, gli domanda un tale sul ponte, “Trecentocinquanta chilometri? Si sono visti gli ultimi ieri mattina. Mi sembra di non sentirmi perfettamente a mio agio neppure io”. Per i primi quindici giorni, a spezzare il limite dell’orizzonte, a romperne la monotonia, nient’altro che nuvole e fantasie. Sotto, da immaginare, “tutto uno sciaguattio, e iridati colpi di coda in mezzo alle alghe sognanti”. Sopra, “grandi nubi in ordine sparso. Una vasta isola d’ombra sul mare le accompagna fedelmente”. E tanto valeva acconsentire alla stessa promessa di fedeltà, e accompagnare paro paro perturbazioni, correnti d’aria e rannuvolamenti. Esattamente come il mare: “sottoposto all’umore, come noi. La sua vita è interiore, come in noi”.  Sarà di necessità – non per una scelta, né per autorevole, o autoriale, decisione – lo stile del diario: imposto a quell’uomo incapace di redigerne uno dagli imprevisti cui, da viaggiatore ugualmente inetto, andava incontro: dai paesaggi, i climi, la fauna selvatica, la flora esotica, “tribù e popoli” stranieri dalle “usanze e costui” diversi. Stile di necessità imprevedibile che, dalla prima sassata all’ultima boutade, procede beccheggiando tra la confidenza e la beffa, la confessione e la smentita.  Gi episodi narrativi: “Morte di un uccello. Era di un colore magnifico: un carpintero. Lanciai la mia carica di piombo. Parve esitare, poi cadde su una larga foglia di palma. Lo presi nella mia mano. Era così: oro, nero, rosso. Lo palpai, aprii le ali, lo esaminai a fondo e lungamente. Era intatto. Deve essere morto di stupore”.  Le scenette teatrali: “Una bambinetta di cinque o sei anni vi ferma per strada. ‘Mama le llama (Vi vuole la mamma)’ e vi prende garbatamente per mano e vi accompagna dalla mamma. E ‘Mama... Mama...’ Insomma sono due sols (venti franchi)”.  Le barzellette anticlericali: “I missionari di qui non sono certo tra i migliori. A uno di loro, ben noto per le sue relazioni femminili, qualcuno diceva: ‘ma insomma, padre, non è mica molto ecclesiastico quello che fate’. ‘Oh! – rispose lui col più bel sorriso’, c’è un tale bisogno di battesimi...”. Poi versi sciolti, pensieri in libertà, singhiozzi di meditazione, ritagli di poesia. Stile, per forza maggiore ondivago: per “il rollio e il beccheggio” del Boskoop sull’oceano, il corso di un torrente “che travolge ogni cosa, che va in una sola direzione, ma ci va per davvero”, il flusso delle rapide che trascinano la piroga sul Napo fino al Rio delle Amazzoni. Se di una vita interiore, e di sbalzi d’umore, doveva tenere il diario una scrittura tanto incostante e lunatica, era solo del paese sotto il segno della luna che poteva descrivere interiorità e umoralità. “Una terra vulcanica: un suolo venuto da dentro”, dal profilo mutevole col mutare del bello e cattivo tempo: “La pioggia sfalda e travolge la montagna. Le Ande si sono abbassate come candele nel corso di una notte”. Michaux, sprovveduto diarista che scrive in prima persona ma, affidatosi al viaggio ecuadoriano, si nomina in terza persona come “l’Autore”, ci sparisce dentro. E se stati d’animo o, peggio, impressioni deve annotare, non lo fa alla maniera pirotecnica della solita “banda di impressionisti”. “Quel modo di scrivere come a scintille. Quello stile a parvenza d’immagini, a parvenza d’incanti, a parvenza di emozione, a parvenza di prodigi, a parvenza di genio, a parvenza di umori, a parvenza di studi, a parvenza di tutto. Insopportabile bazar dove non trovi il pane”. Annota lo stupore del carpintero, basito tanto da restargli secco tra le mani. La perplessità della “gallina sotto una foglia di banano un pomeriggio di pioggia”. La scaltrezza di un’isola: “non c’è niente di più astuto”. L’impudicizia dell’oceano: “Naturalmente tutti ci sono passati sopra, i fenici, i cinesi; c’erano le galere romane, e un’ora fa il Mauretania. Sì, ma non ne serba traccia. E’ una puttana che rimane vergine”.  E’ la stessa verginità – evidente e incredibile, comprovata e indecente – dei grandi autori. “A volte leggo con attenzione qualcuno dei grandi scrittori classici. C’è una sorta di verginità in loro”. Classico, Michaux non avrebbe forse voluto definirsi. In vita rifiutò che i suoi libri fossero compresi nella Pléiade: “Il faut me mériter”, diceva. Né vergine aveva intenzione di restare: “Ebbene no, non voglio restare vergine”, scriveva facendo tappa a Guadalupe, “Sarà il caso che parta, c’è ancora della verginità che aspetta in me”. Ma adesso la Bibliothèque de la Pléiade si è presa il merito di mettere in catalogo, da quasi un decennio, i tre volumi delle sue “OEuvres complètes”. E il loro autore, riconosciuto tra i maggiori di lingua francese, può a chiare lettere esibire la propria scandalosa illibatezza, la propria navigata verginità. Di essere come il mare, in fondo, “sottoposto all’umore, la sua vita è interiore” aveva confessato fin dai tempi di “Ecuador”. Dell’Ecuador, quella volta, aveva preso l’impronta: silhouette orografica, linea di costa, sotterranee agitazioni. E sui segni rimasti – ancorché imbarazzanti: “Un anno piuttosto denso ridotto a così poche pagine. L’Autore è turbato”, ancorché pietrificanti: “il pietrificante è ovunque nello scrittore” – non si sono richiuse le onde.  Ma al mare, “che risolve qualsiasi difficoltà, non ha il cuore duro della terra”, Michaux era stato e sarebbe tornato un sacco di altre volte. Puttana sempre vergine pronta a concedersi ogni volta come la prima volta. Avventuriero sempreverde pronto ogni volta a ripartire con il candore dell’esploratore in erba: “Non ho mai avuto in vita mia più di quindici giorni. Da un attimo a quindici giorni è tutta la mia vita”. Sperduto come chi sia nato ieri, a disagio come chi sia stato piantato in asso perfino dai gabbiani, Michaux fu dai primi anni. Spaesato nel Belgio delle origini, nella Namur della nascita, nella famiglia del padre avvocato che voleva fare di lui un medico, uscì presto di casa per abitare, da scolaro elementare, in un pensionato fiammingo e farsi poi ospitare, per gli studi superiori, a Bruxelles dai gesuiti. Le prime fughe dal College Saint-Michel lo vedono decollare sulle nuvole e sulle fantasie: sulle forme della scrittura cinese, le visioni mistiche di Angela da Foligno, la lettura delle Vite dei santi. I testi di entomologia: decisivi per certe sue intuizioni insettiformi delle forme viventi. E di ornitologia: decisivi per tanti suoi alati stupori. Poi, ventunenne, prese il volo, un po’ folle, per davvero: fece ali dei remi di una nave mercantile francese e fece rotta verso l’America. Rientrato a Parigi nel ’23 ripartì per il Nord e il Sud dell’Africa, Congo, Ciad. Si scoprì “Un barbare en Asie” (titolava nel ’33) nell’Oriente di Cina, Giappone, India, Indonesia, Malesia. Si convinse di essere un écrivain septentrional – meglio che belga, o francese –, ma naufragato nel tentativo di comporre un poema in nederlandese, raggiunse il meridione d’Europa: il Mezzogiorno di Francia, l’Italia, la Spagna, il Portogallo. Quattro continenti nell’arco di un quindicennio, girati dal proteiforme Michaux nei panni mutevoli di marinaio, giornalista, chauffeur de taxi, correttore di bozze, libraio, editore, poeta nomade. Pittore malgré soi: detestava la pittura, “répétition de l’abominable réalité”, ma poi conobbe Klee, Ernst e De Chirico. Viaggiatore svogliato: “Non c’è paese che mi piaccia: ecco che tipo di viaggiatore sono io”. Autore randagio. Sedicente documentarista della luna. Anche più osé dell’allunaggio in Ecuador era il viaggio che aveva in animo di fare la vigilia di Natale (ancora Natale: si deve sempre escogitare un modo per sfuggirne), quando in una lettera datata 24 dicembre ’34 e inviata a Jean Paulhan – il direttore della Nouvelle Revue Françoise che da un decennio gli pubblicava versi e disegni – manifestava la sua intenzione di imbarcarsi alla volta della Gran Garabagna e della Terra di magia. Ci sbarcò in effetti a breve per restarci un paio d’anni: il tempo di scrivere il più sincero e inverosimile dei suoi diari: quell’ “Altrove” che – uscito nel ’48, ristampato da Gallimard nel ’67, pubblicato l’anno scorso in Italia da Quodlibet – porta inciso nel titolo l’indirizzo più attendibile del suo autore.  Domiciliato “Ailleurs”, fuori luogo ovunque, sfuggente, scostante “habité par une mauvaise humour permanente” (disse di lui Paul Nizan), Michaux trascorse, come scrisse, “La vie dans les pies” (1948): nelle pieghe del mondo. Sprofondato nelle depressioni de los Andes o imbustato tra le lenzuola: “Quando si è andati a letto con un’India c’è da chiedersi se l’abbiamo vista davvero. Solo il bianco è nudo, il negro è nudo quanto può esserlo uno scarabeo. E’ vero che, fra due lenzuola bianche, tutte le razze sono nude”. Infilato nei risvolti di mappe e carte nautiche o mimetizzato nel nero d’inchiostro gettato dalla penna come una seppia per nascondercisi dentro. Passava via come un’ombra anche quando si aggirava in carne ed ossa per il mondo. Impossibile fotografarlo: lo scatto di Gilberte Brassaï, inserito nel ’59 in un catalogo di ritratti, costò al fotografo la rottura di un amicizia. E negli ultimi anni parigini, seppure capitasse di incrociarlo al cinema o in biblioteca, nelle sale del Quartiere Latino o al Centre Pompidou, si dubitava che esistesse davvero. Era o non era lui il tipo apparso nel vano della porta al College de France la volta che vi fu invitato Jorge Luis Borges? Era il 1983 e fu la sua ultima apparizione pubblica prima di sparire una volta per tutte venerdì 19 ottobre 1984. La sua morte restò due giorni segreta: annunciata solo il lunedì dopo con quella di François Truffaut.  Scostante, Michaux era scostante. Ma per niente antipatico: piaceva anzi, e seduceva. Piacque a Borges, che introdusse la sua opera in Argentina. Sedusse Octavio Paz, che lo iniziò alla letteratura indiana. Fu musa ispiratrice di Pierre Boulez, che ne mise in musica i poemi. Guru incantatore dei beatniks, che si misero nello zaino i suoi scritti sulle droghe. Tra le sue conquiste più recenti: Gianni Celati, che ne ha tradotto parte di “Altrove”, ne tradurrà “Face aux verrous”, ne condivide l’inclinazione alle partenze, le esplorazioni, le “fantasticazioni”. Ai viaggi d’avventura, agli inseguimenti della “Fata Morgana”. Ultimamente – confessa – anche al tedium vitae e alla noia. Ma “C’è nella monotonia una virtù troppo spesso misconosciuta” sa, avvertito da Michaux. E, conquistato con Celati: Jean Talon, filosofo, antropologo, esperto di cinema etnografico che di Celati è stato – cinepresa alla mano – compagno di piroga, compagno delle “Avventure in Africa”, compagno poi del viaggio garabannico e nelle terre dell’“Altrove” tradotto a quattro mani con lui. In solitaria sta ora procedendo sulle carte del belga vagamondo: sui percorsi dei viaggi allucinogeni descritti negli anni delle esperienze con le droghe (i primi anni Sessanta, i soli in cui Michaux godette di una fama piuttosto clamorosa) in “Miserabile miracle” (1956) e Connaisance par les gouffres” (1961), di cui si leggerà prossimamente la sua versione italiana. Come attuale curatore dell’opera, soprattutto come suo traduttore, Talon gode del privilegio di una rarissima intimità con l’imprendibile personaggio. Per la sua confidenza con Michaux, e le sue competenze di etnografo cineasta, è il più adatto a fornire una visione esclusiva, ripresa da un pallone in volo, del lunatico scrittore. Così Talon racconta della sua diffidenza nella scrittura come mezzo di comunicazione da padroneggiare: “Michaux non è uno scrittore professionista, o professionale. Non incomincia mai con un’idea. Né sa mai dove andrà. La scrittura gli viene fuori come la bava delle lumache, o la tela del ragno. Lascia andare le frasi dove vogliono. Si lascia andare dove lo portano le parole”. Racconta della sua diffidenza nei viaggi: “Sempre intrapresi per una fuga dalle radici, un rifiuto della cultura propria, una ricerca dell’altro. Sempre conclusi con il disincanto, la demistificazione dell’esotico, lo smascheramento, anche Altrove, del quotidiano e del borghese”. Stanati perfino sotto il poncho dei nativi, le fattezze delle amazzoni e le lenzuola delle Indie: “La quotidianità si produce ovunque” notava il viaggiatore ecuadoriano sul Rio delle Amazzoni. “Vi disperate, imprecate, vi infettate, reclamate delle tigri, dei puma. Non vi danno che il quotidiano”. Dice della tecnica di “fissazione maniaca” con cui Michaux faceva di bestie paesaggi e popoli ideogrammi di umori malumori preferenze e manie. Non era un effetto dell’immaginazione: “Pensa sempre in termini di storia naturale”, spiega Talon. “In termini di razze geografia e climi. Anche le popolazioni immaginarie descritte per dare corpo alle fantasie non sono per lui che variazioni interne alla specie umana. Ma poi lo so per certo: era soprattutto un lettore dei grandi naturalisti, von Humbolt, Darwin”. Naturalistica e umorale, se possibile, era anche la sua pittura: “Figurine insettiformi, formicolanti, stilizzate e lontane, popolano le sue tele come le sue pagine”, dice Talon. “Mai astratte. Sempre intuitive e impalpabili. Concrete della concretezza delle visioni interiori”.  Si direbbe che avessero la stessa consistenza della nuvola ecuadoriana, quella che calava sulla Cordillera alla terza ora del giorno: “Un po’ di bianco si stacca dal cielo qua e là e scende giù. Prende una pecora, ma lo fa con grazia, le lascia le sue forme” scriveva Michaux appollaiato a 2040 metri di altezza. “Quelle brume inteneriscono il nostro sguardo, ci insegnano a guardare”, proseguiva. E allora, diarista inaffidabile, incoerente e impertinente, doveva smentirsi: la terra non aveva poi un cuore così duro. A guardarla teneramente, si offriva ai suoi capricci con la vergognosa morbidezza dell’acqua: “Il volto della natura, perfino del minerale, non è così duro e inalterabile come lo si conosceva, ma debole e disarmato e sottoposto a tanti turbamenti quanto il corpo di una donna”.