Recensioni / Storia degli intettettuali che ci introdussero alla filosofia della crisi

Nel suo saggio sulle Affinità elettive di Goethe, Benjamin parla del critico come di un alchimista in grado di estrarre e far risplendere il contenuto di verità di un'opera, trattata come evidenza sensibile di processi storici e culturali che la oltrepassano e ne sono, al tempo stesso, il presupposto necessario. Fare critica letteraria per parlare d'altro, insomma: sembrerebbe proprio questo il compito che Mimmo Cangiano si è assegnato, e cui ha assolto brillantemente, in La nascita del modemismo italiano. Filosofie della crisi, storia e letteratura 1903-1922 (Quodlibet, pp. 628, € 30,00), un saggio che non soltanto riscostruisce i tempi e i modi della penetrazione dei temi del modernismo europeo in Italia, ma che restituisce una storia delle trasformazioni strutturali e sovrastrutturali del periodo con materiali culturali e letterari.
Nella densa introduzione al libro, Cangiano stabilisce le regole del gioco. Alcune tesi sorreggono, infatti, l'architettura concettuale dell'intero lavoro: che il modernismo sia la diretta conseguenza della «morte di Dio», e cioè di quel «crollo del sopramondo simbolico in grado di riempire di significato la contingenza delle nostre idee» cominciato negli ultimi decenni dell'Ottocento ed espresso dalle cosiddette «filosofie della crisi» (Mach, James, Nietzsche, Boutroux, Vaihinger, Freud, Bergson, Weininger); che il modernismo sia essenzialmente una «riformula teor» del ruolo storico della borghesia, la quale «necessità di riarticolare in termini di consenso la progressiva atomizzazione sociale creata dallo sviluppo del sistema capitalistico»; che il modernismo, nel misurarsi con la «morte di Dio», segua due strade, una apertamente regressiva (quella di individuare un nuovo polo di verità nella ragione, nella fede, nell'arte, nella nazione, nel tragico che sia capace di esercitare una funzione aggregatrice), e una solo apparentemente progressiva (quella dell'accettazione del nuovo relativismo epistemologico, valoriale ed estetico inteso come dato di natura e non come storicamente determinato); che il modernismo, nel suo essere un «attacco all'idea di storia come processo trasformativo dell'insieme sociale» e nell'avere come «scopo» ultimo quello di «presentare l'orizzonte borghese come non-oltrepassabile», sia «uno», ossia un fatto storico e culturale organico; che il modernismo, un po' come il postmodernismo teorizzato da Jameson, sia una «logica culturale», «l'ideologia egemonica fra gli intellettuali (...) durante la fase imperialista del capitalismo»; che il modernismo letterario italiano ed europeo sia pienamente intelligibile anche sul solo piano delle idee, a prescindere da un discorso approfondito sulle forme - in controtendenza rispetto ai contributi storicamente più importanti sul fenomeno. Tesi con le quali si può naturalmente non concordare del tutto, ma che rendono il libro una lettura stimolante. Messo a confronto con alcuni dei migliori studi sul modernismo italiano, il saggio di Cangiano ha caratteri specifici: poco interessato al modernismo letterario considerato come estetica plurale o repertorio formale, il libro offre, sul modello dei lavori di Garin, Isnenghi e Mangoni, un quadro relativo all'approdo del modernismo in Italia attraverso la ricostruzione della storia di un gruppo di intellettuali - Pirandello, Papini, Prezzolini, Soffici, Palazzeschi, Boine, Jahier, Slataper e Michelstaedter, vero nume tutelare del percorso proposto da Cangiano - che sentì la necessità di misurarsi con i grandi temi delle filosofie della crisi europee e introdusse in Italia idee fondamentali nel plasmare le opere di quegli autori tradizionalmente considerati «modernisti».
Soprattutto, però, La nascita del modernismo italiano è un libro unitario e di ampio respiro, frutto di una solida, unilaterale, e, perché no, nostalgica visione materialistica e dialettica della storia della cultura, che suona come un rinnovato invito, dopo diversi e importanti tentativi attuati in questa direzione negli ultimi anni in Italia, a recuperare un'idea «forte» e novecentesca di critica letteraria.