Recensioni / Libri: Gianni Ascarelli, ’38 vs ’18

Come scrive il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, nella prefazione al volume, «in tutta questa storia di vita architettonica, almeno un paio di considerazioni meritano di essere esposte. La prima è la constatazione della presenza e della incisività nella vita quotidiana e nella costruzione continua di Roma (in realtà un po’ lenta in questa città) dell’opera di un architetto che discende da un’antica e nota famiglia ebraica romana; una dimostrazione di quanto sia varia, nuova e autorevole la professionalità delle famiglie ebraiche anche al di fuori delle tradizionali attività economiche. La seconda considerazione è più una domanda: quanto la radice ebraica del singolo architetto abbia guidato più o meno inconsciamente le sue scelte; domanda a cui si dovrebbe rispondere senza cedere a seduttive ipotesi di idealizzazione (care a Bruno Zevi, Maestro riconosciuto da Ascarelli, qui citato); potrebbe essere difficile dimostrare le radici ebraiche in altre professioni, in un avvocato, un commercialista, un medico se non nel piano della passione e dell’impegno etico; ma nella creatività e nelle altre doti che fanno un architetto di successo, l’ebraicità qualcosa di più o almeno di diverso potrebbe o dovrebbe darla». L’autore, Gianni Ascarelli, docente di Progettazione architettonica, già presidente di Roma Metropolitane e membro di spicco per anni dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, fu il fondatore negli anni Settanta dello Studio Transit, di cui queste pagine testimoniano l’ispirazione culturale e la storia tramite le realizzazioni. L’idea era di introdurre criteri di qualità nell’edilizia economica. «Questo libro è l’espressione di tre fasi della biografia intellettuale di Gianni Ascarelli» scrive Franco Purini. «La prima è una proustiana ’Ricerca del tempo perduto’ che affonda negli anni della guerra, a ridosso dei quali l’autore è nato in circostanze drammatiche; la seconda è una sorta di Autobiografia scientifica dagli echi stendhaliani’, che va dagli anni della formazione fino alla fondazione del primo Studio Transit insieme con Evaristo Nicolao, Maurizio Macciocchi e Danilo Parisio, nel 1972; la terza, infine, secondo Franco Purini, ’è il racconto di un’esperienza esistenziale». Ne emerge l’idea di architettura non soltanto come un fatto di edifici, progetti e disegni, ma anche di cultura, come habitat umano antiautoritario e gioioso. E’ la lettura e l’interpretazione degli spazi che riflettono la vita sociale, il costume e le aspirazioni di un’epoca. E qui entra in gioco la lezione del maestro di Ascarelli, Bruno Zevi, da cui ha preso lo spirito combattivo e progressista, marcusiano quasi. «No al classicismo, perché punta sull’ordine a priori», disse il celebre architetto e urbanista, spiegando la sua concezione antiaccademica, quasi protestataria, dell’architettura. «No all’illuminismo, perché propugna idee universali, assolute e assolutiste. No al cubismo, perché astrae dalla materia, riguarda il montaggio di forme e non l’autofarsi della forma. L’ebraismo in arte punta sull’anticlassico, sulla destrutturazione espressionista della forma; rigetta i feticci ideologici della proporzione aurea, e celebra la relatività; smentisce le leggi autoritarie del bello e opta per l’illegalità e la sregolatezza del vero». Zevi non risparmiava i tardivi razionalisti: «Perché un edificio deve essere concepito come l’imballaggio di tante scatolette dentro uno scatolone?», chiedeva. Una visione che si sarebbe inverata nelle opere romane realizzate dallo Studio Transit di Ascarelli. Costruzioni all’avanguardia, ma senza scadere nel modaiolo. Perché, come diceva sempre Bruno Zevi, il rischio è di «naufragare nel ridicolo della spuria moda del famigerato postmoderno».