Recensioni / Elsa, la storia di tutti

C’è stato un tempo in cui zuffe come quella sanremese di questi giorni capitavano perché popolo ed élite culturale, che allora esistevano davvero, non erano d’accordo su un romanzo (su un romanzo, capite?). E allora se ne discuteva sui giornali, per settimane, mesi, a volte anche anni, e quella discussione ruggiva e riverberava ovunque, nei bar, a casa, tra persone che passeggiavano, s’amavano, se le davano. I lettori da una parte e i critici dall’altra, e più i critici criticavano, più copie si vendevano. Direte: come facciamo noi coi libri di Fabio Volo! Non esattamente. Su La Storia di Elsa Morante ci si azzuffarono tutti, o quasi tutti, in Italia, per un anno, dal giugno del 1974, quando il libro uscì, all’estate successiva. Furono scritti più di 350 articoli, praticamente uno al giorno, e quella che avrebbe potuto essere soltanto una vicenda editoriale, un dibattito tra letterati sui letterati, finì con il diventare un fatto sociologico, una guerra politica, un conflitto tra ceti, uno scontro dai cui esiti si prese a credere che dipendesse la tenuta di un’ideologia, di un pensiero, della letteratura tutta intera e, quindi, della vita tutta intera. Se c’è una cosa nella quale hanno creduto, fermamente, spossantemente, gli scrittori novecenteschi è questa: con la letteratura ne va della nostra vita; dalla letteratura dipende la nostra vita. Quando a Moravia chiedevano cosa fosse, per lui, scrivere, la sua risposta era: «Praticamente tutto». Morante ripeteva spesso: «La mia intenzione di fare la scrittrice nacque per così dire con me» (lo ricorda Sandra Petrignani nel suo La Corsara). E’ qualcosa di ancora più forte rispetto a Moravia, l’assoluto totale che la fece coincidere con la sua scrittura nel modo che Garboli descrisse perfettamente: «la stessa eccitazione obliosa e vitale con la quale una ragazza si appresterebbe a una festa, a un convito». Morante dovette spesso dimenticare, mettere da parte correnti, idee di mondo, idee di romanzo per serbare intatto, puro e fanciullesco quel suo intento nato con lei. Da Menzogna e Sortilegio, che uscì nel 1948, in pieno neorealismo, però senza portarne le tracce, fino a La Storia, che le procurò gli attacchi di tutti, persino del suo caro, amato amico Pier Paolo Pasolini, con il quale da allora la relazione s’incrinò irreparabilmente. Feuilletton irresponsabile, concentrato di sentimentalismo per le masse (oggi diremmo polpettone), populista, qualunquista, provinciale, popolare, truffaldino, piatto. Non le venne risparmiato nulla. Erano gli anni Settanta, l’élite culturale esisteva e aveva le sue rigidità ideologiche. Lo storicismo marxista, per esempio, che non ammetteva che la storia potesse essere sfacelo: doveva essere progresso, cammino verso la condizione migliore possibile. Doveva avere degli eroi. In Morante, invece, tutto andava in malora, soprattutto le grandi idee e, tra le grandi idee, quella per cui taluni uomini (gli eroi, appunto) potessero salvare gli altri. Arrivò l’Elsa e disse: non c’è salvezza, neanche nei romanzi, men che meno nei romanzi; salvare non sta a noi, non sta a voi. Bum. In più, era allora più forte che mai la convinzione che letteratura di consumo e letteratura d’arte fossero separate da un burrone invalicabile. Morante, invece, pretese di costruirci sopra un ponte. E questo, più di qualsiasi altra cosa, non le venne perdonato. Meglio, cioè peggio: non venne capito. «Questo è il libro al quale si dovrà tornare», scrisse Franco Fortini, che alla guerra di religione dell’anno della Storia non prese mai parte, pur avendo le sue remore sul romanzo. Sono passati quarantacinque anni da allora, e Angela Borghesi, studiosa e docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università Bicocca di Milano, proprio partendo da Fortini e dalla sua assenza, ha ricostruito, articolo per articolo, lettera per lettera, amico per amico, telefonata per telefonata, tutto o quasi tutto quello che in Italia si disse, tra il ’74 e il ’75, su La Storia. Ne ha ricavato un libro (L’anno della Storia, Quodlibet) gigantesco e ricco, formidabile non solo perché restituisce perfettamente il clima culturale di allora, ma soprattutto perché rende evidente come quel clima sia poi diventato una nebbia inestinguibile, che ogni tanto ritorna, cala su di noi, e ancora ci condiziona e compromette lo sguardo. L’incomprensione del senso profondo di ciò che è popolare; la confusione tra popolare e populista; il rifiuto che opponiamo al fatto che il sentimento popolare «nasce da meccaniche divine»; la sinistra che, nel voler emancipare il popolo, se ne smarca e lo perde di vista; la sinistra che vuole migliorare qualcosa o qualcuno che non ama per ciò che è, ma per ciò che promette di diventare; la sinistra che agisce da colono. Nella vicenda critica de La Storia c’è tutto questo, incistato nel ganglio dei gangli. Se ne sta lì, irrisolto, da 45 anni almeno, e adesso che ci torniamo, lo ritroviamo furente, incandescente, infiammato. Nel 1969, Fortini lesse Il mondo salvato dai ragazzini di Morante e le inviò un biglietto ammirato, in cui scrisse: «Leggerla è profitto, positività. E’ come una cosa, un piacere, che posso permettermi di rado; come mangiare cipolla cruda». Aggiunse, come nota a margine: «Nessun sottinteso populistico, mi creda, in questa metafora». Non è un’accusatio manifesta, bensì la prova della resistenza che si opponeva, all’epoca, al ritenere il popolare necessariamente positivo, e radicalmente autentico. Lo sforzo che si compiva per far sì che ad avvicinare gli intellettuali alle masse ci fossero sempre e solo capacità, e mai sentimenti, o piacere. Fu uno sforzo eccessivo, violento, e cementò l’idea, non sempre giustificata e men che meno corretta, che all’intellettuale fosse preclusa la possibilità di comprendere la realtà degli ultimi, che l’intellettuale detestasse tutto ciò che gli ultimi amavano, perché era loro stessi che detestava. Quell’idea, un pregiudizio contro un altro pregiudizio, entrambi tuttavia fondati da una ragione reale, è sopravvissuta, si è inacerbita, nessuno s’è impegnato a sconfiggerla, nessuno ha ritenuto fosse importante farlo, e oggi fa urlare «radicai chic, snob da salotto» contro qualsiasi persona che custodisce ed esercita un minimo di raziocinio. Quasi nessuno intuì che Morante non volle scrivere un best seller. Non volle dare la parola agli ultimi diventando ultima, come aveva fatto Simone Weil, che lesse intensamente negli anni in cui lavorò a La Storia: sapeva che non ne sarebbe stata capace. Volle, invece, dare agli ultimi la dimensione tragica e assoluta del dominio che su di essi veniva esercitato, non affinché ne venissero rimborsati, ma affinché ne capissero profondamente l’origine, ne vedessero il fatto. E, come se non bastasse, volle spiegare agli ultimi che non erano solo, in quella sudditanza: con loro, anche se non se ne riuscivano ad accorgere, c’erano pure i primi. In sostanza, Morante fece con gli ultimi quello che ha sempre fatto con i bambini: raccontarli e rappresentarli non per capirli lei, ma perché capissero loro. «Non c’è parola, in nessun linguaggio umano, capace di consolare le cavie che non sanno il perché della loro morte. (Un sopravvissuto a Hiroshima)». E’ la prima nota che Morante pose in esergo a La Storia, dicendo così già tutto, o quasi. Non siamo pesci, ma topi sì, è capitato che lo fossimo, e capiterà che lo saremo. Cavie inermi che gli eventi mandano avanti per preparare il terreno al futuro rendendolo possibile. Criceti che s’affaticano a correre su una ruota senza sapere perché, senza avere altra scelta. I «piccoli» a cui la Storia si rivela, e grazie al sacrificio dei quali si compie. «Lo hanno trattato come un topo», ha detto il fratello di Ahmed Fdil, il barbone bruciato vivo, mentre dormiva in macchina, da un ragazzino di 13 anni e un altro di 17 che avrebbero agito «per noia». Il tribunale, qualche settimana fa, ha deciso di non condannarli. Sono tutte cavie, in quella storia orrenda: Ahmed Fdil e pure i suoi aguzzini. Sono cavie anche Ida Ramundo vedova Mancuso e il soldato che la stupra in casa sua, Gunther, tedesco e senza cognome, che un pomeriggio di gennaio del 1941 girovaga per San Lorenzo, a Roma, con «lo sguardo disperato, in contrasto con la sua andatura marziale». Non ha l’uniforme. Cerca un bordello e invece trova Ida. La vede, la guarda. Quant’è bella. E si sente solo: è solo. Allora, le si para davanti urlandole «Signorina! Signorina!», senza neanche «sapere cosa bene pretendere». Così comincia La Storia. Seicentosessantuno pagine a cui Morante lavorò per quattro anni, con un intento molto preciso e immenso: pubblicare un libro che potesse essere letto da tutti, dagli ultimi e dai primi, dai topi e dai gatti, dai ricchi e dai poveri, dai bambini e dagli adulti. Si battè per il prezzo: 2.000 lire, edizione economica. Sulla copertina, sotto una foto di Robert Capa che mostrava un corpo abbandonato su un mucchio di rovine, fece scrivere: «Uno scandalo che dura da diecimila anni». Il finimondo cominciò subito, già dall’anticipazione del Messaggero, che uscì il 16 giugno del 1974, quattro giorni prima dell’arrivo del romanzo in libreria, impaginata con il seguente occhiello: «L’epica dei tempi moderni: dove definitivamente gli eroi non sono coloro che manovrano la macchina del potere, ma quelli che la subiscono». Nota Borghesi che (ironia della sorte!) quel giorno sul quotidiano c’era un editoriale in prima pagina intitolato La solita storia, sulla «bassa cucina degli accordi politici di allora». Ruggero Guarini, responsabile delle pagine culturali del Messaggero, diede a Morante carta bianca per costruire la pagina come preferiva: sapeva che era il solo modo per vincere la ritrosia della scrittrice, non amante dei giornali (e forse non aveva tutti i torti, visto che nell’anno del post #Metoo, nel pieno della revisione del linguaggio e dei modi in cui ci si esprime quando si parla di donne, su La Repubblica, in un pezzo sul lavoro di Angela Borghesi, Morante s’è presa un «uterina scrittrice romana»). La scelta di quell’occhiello è esemplare. La Storia che entra nel romanzo, il romanzo che si fa storia, ed esclude gli eroi con le maiuscole e include solo quelli che vogliono salvarsi la pelle, o vendicare quella d’altri. Davide Segre, il personaggio che più di tutti è imbevuto di senso della storia, di ideologia, l’anarchico colto e poetico, s’avvita e si strangola per aver assassinato un tedesco per rappresaglia senza che niente di quello in cui crede lo salvi o ne allenti la pena. E’ lui il personaggio più drammatico, persino più di Ida: in lui fallisce una redenzione che a Ida viene negata perché, semplicemente, non le è coessenziale. La povera vedova sola non può migliorare niente: può solo peggiorare, incappare in un accidente e soccombere. Il giovane anarchico bello e vigoroso, invece, sperimenta una caduta. Anche questa scelta le viene rimproverata. Gianfranceschi scrisse: «Volendo essere una requisitoria contro la storia, il libro finisce con il trasformarsi in una orazione funebre per le speranze di una deificazione dell’uomo e di un panteismo radicato nella terra». Lietta Tornabuoni (una che aveva iniziato su Noi Donne, una femminista) descrisse Elsa Morante come «una sessantenne grande madre terribile» che faceva sentire tutti bambini e colpevoli. Liana Cellerino tentò almeno di riscattare il romanzo da chi volle confinarlo nella produzione d’evasione ed evidenziò che in Morante «il mondo degli esclusi non è il pasoliniano «vuoto della storia» col corollario di una «barbarica pienezza della vita» , bensì un mondo che la Storia spazza via, inesorabilmente. Nanni Balestrini reagì assai male, ritenne che l’operazione di Morante fosse stata un modo sprezzante per cancellare anni di dibattito sul romanzo e il realismo, l’ideologia e i fatti. Forse aveva ragione: l’Elsa aveva voluto fare tabula rasa. Non solo e non tanto perché la sola cosa che le interessava era il rapporto tra il singolo e la storia collettiva, ma soprattutto perché per lei, così come per Tolstoj, «scrivere romanzi equivale a scrivere la storia» (le venne rimproverata la tracotanza: «s’è presa per Tolstoj !»). Alla lettura de La Storia come romanzo intriso di ideologia della rassegnazione, Borghesi contrappone quella di Nicola Chiaromonte, che ne colse l’intento: dare conto dell’eguaglianza degli uomini di fronte al potere che li sovrasta. Quel potere è la Storia, non la politica. Mo rante è stata scalfita dalle parole di Simone Weil: «gli uomini forti non dubitano mai che le conseguenze dei loro atti li obbligheranno a loro volta a piegarsi». Il pubblico capì l’abbraccio di Elsa, il ricamo con cui unì i forti e i deboli, l’indicazione chiara del destino comune e comunemente tragico che aveva, però, in quella comunione, la speranza di farci sentire tutti insieme, tutti dalla stessa parte, figli e fratelli. Che dalla storia delle vittime i carnefici dovessero trarre non solo un monito ma pure il loro medesimo destino, Morante lo intuì e lo rese perfettamente. Ed è quella, oggi, la consapevolezza che richiediamo ai romanzi (sarebbe stata anche solo pensabile, senza Morante, la letteratura di Elena Ferrante?). Al suo tempo, però, l’Elsa pagò il successo come Manganelli diceva che si paga il successo: con la lettura sbagliata. Non sapremo mai quanto ne soffrì, se moltissimo o per niente. Nel 1980, Moravia le scrisse una lettera (la trovate in Quando verrai sarò quasi felice, Bompiani) per consigliarle di accettare la proposta di Liliana Cavani: fare de La Storia un film in tre puntate per la televisione (il progetto andrà in porto, ma con la regia di Luigi Comencini). «La Cavani è una persona molto simpatica e ha fatto dei film nei quali ci sono parti molto belle, è perfettamente in grado di capire quello che tu hai voluto dire. La televisione farebbe arrivare il tuo romanzo di nuovo nelle case della gente umile».