Recensioni / L'architetto che diventò grande all'università

Il 2019 sarà il centenario della nascita di Giancarlo De Carlo, uno dei più grandi architetti del Novecento, che la Triennale di Milano celebrerà con una grande mostra a dicembre. Ma per capire davvero De Carlo intanto dobbiamo volgerci a Urbino. È infatti alla meravigliosa città ducale che l’architetto ha legato il suo nome: a partire dalla metà dagli armi Cinquanta ne ha firmato il Piano regolatore, i collegi universitari e diverse facoltà. Ora questa vicenda viene ricostruita in un bel libro di Lorenzo Mingardi, Sono geloso di questa città. Giancarlo De Carlo e Urbino (per l’editore Quodlibet, pp. 168, euro 19). Qui l’autore ripercorre la costruzione del più significativo esempio di città-campus mai progettato in Italia grazie a molti inediti e materiali d’archivio. Ne emerge che Urbino per De Carlo non è stata soltanto il luogo dove ha realizzato i suoi capolavori ma anche una compagna di vita - come testimonia il titolo del libro, ripreso da un brano dell’architetto: «Sono geloso di questa città al punto da non poter dormire la notte se altri la guardano con speranze possessive o, peggio, se le mettono le mani addosso senza capire la sua natura». De Carlo non si limita a progettare edifici, ma mette in pratica l’idea di come vorrebbe il mondo, una “visione” della città. Di tutta la vicenda l’architetto è il protagonista principale, ma non l’unico: ci sono altre figure eccezionali come Carlo Bo, il rettore illuminato; Egidio Mascioli, il sindaco operaio; il filosofo Livio Sichirollo, grande amico di De Carlo, che ricoprì il ruolo di assessore facendo da mediatore con le istanze locali. Saranno proprio i collegi universitari a dare a De Carlo fama internazionale - non è un caso che sia l’unico edificio moderno italiano ad aver beneficiato della sovvenzione della Fondazione Getty di Los Angeles per la conservazione dei capolavori architettonici nel mondo. Il primo collegio costruito, il Colle, si snoda in camminamenti che si moltiplicano come una metafora della molteplicità della realtà. Un giorno Italo Calvino vi dormì e il mattino dopo raccontò a De Carlo che gli era piaciuto tutto, ma quello che gli era piaciuto di più era stato che «in quel collegio uno potrebbe uscire al mattino perché deve incontrare una ragazza che gli piace e allora comincia a seguire un percorso; però, a un certo punto, il percorso si dirama e poi si dirama ancora, e sale e scende e va in obliquo e offre sempre più scelte; finché arrivi a un ultimo incrocio dove incontri un’altra ragazza che ti piace ancora di più e ti dimentichi della prima: la tua vita cambia e la causa è l’architettura».