Recensioni / L’Amazzonia di Viveiros de Castro

Eduardo Viveiros de Castro è un antropologo brasiliano la cui opera intreccia con grande originalità domini disparati, filosofia psicanalisi arte e letteratura, anche se il nucleo da cui si dirama è lo studio della cosiddetta «anima selvaggia», di cui dimostra l’inconsistenza in un testo poderoso, A incostância da alma selvagem. Tradotto in tutto il mondo, grazie anche al suo insegnamento nelle più prestigiose università, la sua influenza va estendensosi sempre più (per maggiori informazioni si veda il breve ritratto che abbiamo scritto qui). Anche in Italia il suo pensiero, raccolto nel complesso progetto che va sotto il nome di Anti-Narciso, sta diventando popolare, nonostante non siano molte le opere tradotte. Ad esse va ora ad aggiungersi, pubblicato da Quodlibet, Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove, un insieme di lezioni tenute a Cambridge nel 1998 da Eduardo Viveiros de Castro.
Anti-Narciso è un progetto mai scritto, un’idea che, pur senza non essere stata oggetto di una sistemazione specifica, attraversa l’insieme della sua opera incidendo sulla trama stessa della sua scrittura in una sorta di lotta corpo a corpo con il dualismo filosofico, ontologico, cosmologico dominante in occidente. E poiché il progetto contiene la parola «Narciso», l’opera di Viveiros de Castro non poteva sfuggire al clinico. Questo corpo a corpo Viveiros de Castro lo sintetizza così:

Anche se la dualità di corpo e anima è ovviamente pertinente a queste cosmologie [le cosmologie sciamaniche] – come ho detto, tutte le cosmologie sciamaniche operano sulla base di questa fondamentale distinzione –, non può essere interpretata come un dualismo ontologico.

Che significa? Io lo intendo in questo modo: il dualismo sciamanico si basa sulla vita come esperienza unica, che non richiede un al di là teologico, un Dio trascendente, o filosofico, né un Io trascendentale.
Nei mondi di cui parla Viveiros de Castro le persone non sono solo uomini e donne. Persone, in questi mondi, sono anche gli animali. Per esempio: un giaguaro vede l’uomo come persona e l’uomo vede il giaguaro come persona. Ci sono anche gli spiriti, le anime, gli antenati, che pure sono persone; presenti qui ed ora. Tutte queste persone stanno sullo stesso piano, chiamiamolo piano di immanenza. Nessuno sta sopra o vede le cose dal di fuori, non c’è un occhio divino o umano superiore, neppure lo sciamano sta sopra gli altri, semplicemente, potremmo dire, fa il suo mestiere tra gli altri.
Quando si parla di punti di vista, si fa riferimento a culture, modi di vedere, opinioni differenti. Però questa forma di relativismo è ancora interna al modo di pensare dominante tra gli intellettuali occidentali, per esempio quando si pretende di avere una sorta di epistemologia superiore, un punto di osservazione esterno e distaccato da parte di un soggetto ideale che siamo e noi siamo noi. Un sopra e un sotto, un superiore e un inferiore. Una struttura gerarchica che si ritrova anche nella scala morale del relativismo che prevede, a sua volta, una gerarchia al cui vertice stanno gli intellettuali occidentali e al fondo gli animali monocellulari. Uno sotto l’altro: uomo occidentale, uomo tribale, animale domestico, animale selvatico, non mammiferi, organismi viventi attivi di vario tipo (compresi virus e batteri), piante, ecc. Il relativismo, che apparentemente accoglie la molteplicità dei punti di vista, contiene il paradosso di essere la più «elevata» forma di tolleranza.
Gli esempi nel libro sono innumerevoli, provengono sia dall’esperienza dell’autore con i popoli amerindi che dai resoconti di altri antropologi.
L’Amazzonia di Viveiros de Castro è un insieme di realtà che rischiano di sparire sotto gli ultimi colpi di un colonialismo multiforme, la preda di quei mostri a molte teste,  anche che gli eroi tentano di tagliare, facendo nascere però uomini senza tempo e memoria: è la Tebe cosmologica occidentale, con i suoi re giusti e parricidi, con i suoi tiranni che seppelliscono vive le giovani donne.

Il visibile e l’invisibile

Io però, per vedere se ho capito, vorrei piegare queste pratiche antropologiche dentro l’osservazione clinica, dove l’incontro avviene al contrario. L’esperienza clinica con i richiedenti asilo consente di fare colloqui di «antropologia reciproca», nei quali la curiosità tra mondi multipli si manifesta tra più persone presenti al colloquio: richiedenti asilo, clinici, operatori di accoglienza, mediatori – che vivono in Europa, ma provengono dagli stessi mondi dei richiedenti, e vivono due ontologie – spiriti, anime, antenati, djiin, e una molteplicità di altre persone, che per alcuni sono sullo stesso piano e che gli altri (noi) devono imparare a vedere allo stesso modo.
Lo farò prendendo un esempio che fa da ponte tra i mondi, un’attività primigenia: la caccia.
Una della caratteristiche della caccia è l’invisibilità. Preda e predatore si occultano reciprocamente attraverso meccanismi biologici, le metamorfosi della colorazione per occultarsi ai predatori, il letargo nei periodi di mancanza di prede, l’immobilità che non induce l’occhio a percepire il movimento, il passo felpato, lento, lo scatto repentino, in taluni casi, l’uso degli utensili, ecc.
Nelle confraternite dei cacciatori in Africa, sono spesso presenti i djiin, spiriti malevoli che stanno tra il modo umano e quello divino, essenze naturali e spirituali. Spesso queste essenze si installano dentro le relazioni di scambio: «Mio padre apparteneva alla confraternita dei cacciatori. Per proteggere i suoi figli, si allontanò e lavorò come agricoltore, sapeva che doveva dare qualcosa in cambio alla confraternita per uscirne, ma non lo fece. Sperava che la confraternita non se ne accorgesse, così la confraternita si è presa i miei fratelli». La persona che racconta è l’unica che si è salvata perché, dopo essere stata picchiata e lasciata morente nella foresta da parte di un gruppo di ribelli, è stata salvata da un cacciatore.
Poi aggiunge: «Ma questo non lo dovrei sapere nemmeno io e, ora che l’ho detto a voi, non mi sento più sicuro». A volte bisogna non sapere di sapere. Il dire non è separato dal fare, sapere comporta rischi perché qui ed ora, in questa stanza, non sono presenti solo i visibili, coloro che possiedono una materialità corporea, compresi gli oggetti – dagli amuleti ai cellulari, che, come in un’altra conversazione, possono avere il potere di toglierti il sangue a distanza: qui, ora, sono presenti anche gli invisibili, le ombre, le tenebre.
Noi diremmo: agire inconsciamente aiuta. Che cos’è la consapevolezza se non, come dice Macbeth: «una storia raccontata da un idiota, che non significa nulla»?
Non so se l’esperienza clinica, o etno-clinica – così come è stata recentemente rielaborata, a partire da Tobie Nathan, Marie Rose Moro, Natale Losi, Hamid Salmi, Rita Finco, ed altri – possa entrare in dialogo con l’approccio antropologico di Viveiros De Castro o se, come spesso impone l’accademia, debbano restare «pezzi staccati». Mi auguro di no. Attenzione però a non interpretare il lavoro di Viveiros come un dover essere, per non far rientrare dalla finestra il trascendentalismo uscito dalla porta del mondo occidentale. Non si tratta di un’antropologia dello scontro, ma di un’antropologia del rispetto. Il rispetto dell’alterità extra-umana.
Nel frattempo attendiamo con curiosità l’arrivo dell’opera A inconstância da alma selvagem, possibilmente in edizione integrale.