Recensioni / Il paesaggio sono io

Il pittore siede nel suo studio. È di schiena, la testa leggermente spostata a destra, così che s’intravede una lente dei suoi occhiali. Tiene in mano una spatola, con cui sta dipingendo e guarda una mano posta su un foglio incollato: mano e penna, o pennello, che scrive lasciando una traccia. Per terra un tubetto di pittura a olio e un cartiglio su cui sono segni di scrittura illeggibile. Tracce di azzurro sulla camicia, e poi tre macchie di rosso: sul viso, sulla mano, sulla penna-pennello. Davanti a lui il quadro: il paesaggio delle colline verde e nero, e una striscia di azzurro, là in alto. L’opera non è compiuta. La figura di schiena più famosa della pittura è stata dipinta da Vermeer, e al pittore olandese sembra richiamarsi questo quadro che gioca con la realtà stessa del quadro: tutto è reale e immaginario a un tempo. Tullio Pericoli ha dipinto due opere con il medesimo soggetto: se stesso che dipinge. Recano la data del 2017 e s’intitolano Autoritratto. Non ci guarda, come altri celebri autoritratti della pittura - Velàzquez, ad esempio - ma guarda il quadro. Meglio: guarda il paesaggio che dipinge. Nella mostra che si apre ad Ascoli Piceno, curata da Claudio Cerritelli (Forme del paesaggio 1970-2018, Quodlibet, con testi di Salvatore Settis e Silvia Ballestra) c’è tutta la pittura di paesaggio di Tullio Pericoli, da11970 a oggi, ed è proprio del senso di questa pittura che Autoritratto parla. Ci dice: io dipingo il paesaggio, ma vorrei immergermi dentro di lui, perché ne faccio parte. Però se m’immergo, non lo dipingo; per questo dipingo il desiderio di immergermi in lui, di essere parte del paesaggio, ma al tempo stesso di guardarlo. Di più: di rappresentarlo. Chi avrà la fortuna di vedere i quadri esposti nelle sale del Palazzo dei Capitani avrà la possibilità di attraversare tutte le fasi di questa rappresentazione delle colline marchigiane, terra natale di Pericoli, suo luogo materno, come scrivono i suoi presentatori, e insieme anche paterno, perché nell’artista di Ascoli Piceno c’è una duplicità che è quella del disegnatore e del pittore, dell’autore e dell’osservatore, e quella fondamentale del padre e della madre. Terra materna e terra paterna è quella che Pericoli ha iniziato ad accarezzare con le sue mani a partire dai segni de11971, acrilici e tecniche miste su tela, che rivelano la natura sismica del luogo in cui è nato, per passare invece a quelli carezzevoli e delicati degli acquerelli e delle chine del periodo che va da11973 al 1983, dove Pericoli ha rubato a Klee, come ha detto lui stesso in un dialogo con Italo Calvino, paesaggi che raccontano storie in una lingua sconosciuta. Poi a partire dal 2004 il segno si trasforma, diventa più denso e pastoso, così che il paesaggio marchigiano appare in tutta la sua architettura prodotta da secoli e secoli di attività umane. Un luogo dove non c’è un solo metro che non sia prodotto dall’uomo: la forma dei campi, la direzione delle zolle, gli alberi, i boschi, le case e i campi cintati. Un ordine che Pericoli vede anche come un possibile disordine, una forma che si sposta via via nel tempo, per prendere le forme di un quadro astratto, dove la fitta quadrettatura dei campi resta comunque ben visibile. La materia di cui sono fatti i quadri - la pittura a olio - viene graffiata e incisa, ridisegnata con matite e inchiostri. Dal 2018 lo stile si modifica, sembra tornare indietro, agli acquerelli della trasparenza. Un’aria nuova entra nei quadri, una libertà nell’immaginare il paesaggio, cogliendone solo alcuni aspetti o tratti; è come se, invece di lavorare sulla superficie visibile, Pericoli si fosse immerso nelle profondità telluriche per portarle alla luce, facendole diventare tratti del sopra. Come mostra il doppio Autoritratto del 2017, nella sua pittura emerge una inquietudine che è appunto quella di chi non sa dove collocarsi rispetto a quello che vede - il paesaggio - e quello che dipinge - il quadro. Riemerge la domanda di fondo dell’artista: e io chi sono? La traduce in: io dove sono? Davanti al quadro, al tuo quadro, così come noi siamo davanti a te che guardi il tuo quadro, che raffigura il tuo paesaggio. Un solo paesaggio: il tuo.