Recensioni / Ascoltate: la poesia parla due lingue

Per quanto abbia cura di tenersi appartato, Giorgio Agamben è il filosofo italiano oggi forse più presente - in quanto molto tradotto e letto - nella vita intellettuale europea, e non solo. Le sue affascinanti teorie e riflessioni, maturate anche su un vasto retroterra di incontri (ha partecipato ai seminari di Martin Heidegger, ha frequentato Pierre Klossowski e Jacques Derrida, è stato amico di Pier Paolo Pasolini, Elsa Morante e Italo Calvino, per citare alcuni nomi), spaziano su diversi ambiti, quello del linguaggio in particolare. Così, ha spiegato più volte il legame tra filosofia e poesia associando l'amore per la verità all'amore per la parola e definendo il pensiero come «un momento poetico».

Ora, professor Agamben, lei cura una collana di poesia dialettale per l'editore Quodlibet. Un evento, perché propone l'idea di una poesia «altra», parallela e non meno importante di quella riferibile al monolinguismo della tradizione italiana. Com'è nata questa sfida?

«La decisione, o la sfida, come lei dice, è nata dal convergere di una serie di fattori tutti ugualmente urgenti. Da una parte la convinzione che la poesia italiana sia nata con Dante sotto il segno del bilinguismo: il volgare, il “parlar materno”, che apprendiamo da bambini senza alcuno studio, e la lingua che egli definisce secondaria o “grammatica”, che apprendiamo attraverso una lunga disciplina. Non si tratta per me tanto di un ritorno alle origini, quanto piuttosto di una scelta letteraria e politica insieme. L'ipotesi che questa collana propone è, infatti, che oggi alla grammatica di Dante corrisponda l'italiano come lingua nazionale e al volgare i cosiddetti dialetti e che la poesia italiana, che sembra attraversare una fase di crisi o di stasi, potrà rinascere solo se tornerà a nutrirsi di questa intima diglossia. Non è certo un caso se la grande fioritura della poesia italiana del Novecento sia stata discretamente accompagnata da un'altrettanto grande fioritura della poesia in dialetto ed è probabile che esse siano così strettamente connesse, che senza l'una non avremmo avuto nemmeno l'altra...».

E l'aspetto più «politico» della sua scelta, qual è? «Non meno urgente era per me prendere posizione, come aveva fatto Pasolini sulle tracce di Gianfranco Contini, nell'opposizione fra l'unilinguismo petrarchesco, dominante nella nostra tradizione letteraria e caratterizzato dall'unità di tono e di lessico, e il plurilinguismo di Dante. E va da sé che l'urgenza era anche politica e filosofica: di fronte alla cecità di una classe dirigente che, tanto a sinistra che a destra dello schieramento politico, continua a muoversi nella direzione globale indicata dallo sviluppo capitalistico si trattava di ricordare che una sorta di bilinguismo è interno a ogni lingua e a ogni cultura».

ll diglossico Andrea Zanzotto denunciò la sclerosi dell'idioma nativo, legandola alla «catastrofe dell'italiano». Nel 1957 scriveva: «Pace per voi per me / buona gente senza più dialetto». Poi, come aveva teorizzato in Filò, il dialetto lo utilizzò molto, e senza intonarne il requiem. Ma lei, nella sua ricerca, non si è sentito mai come un archeologo che riporta alla luce dei fossili linguistici?
«Una delle novità della nostra raccolta delle poesie di Zanzotto in dialetto è la straordinaria Ecloga in dialetto per la morte del dialetto, che era sfuggita alle precedenti edizioni delle poesie complete. Qui uno dei massimi poeti in lingua del Novecento, al momento di chiedersi: “O vera lingua mia, dove sei?”, afferma senza mezzi termini che “c'era sempre qualcosa di fasullo / in quello che scrivevo in Italiano”. Credo che tanto la domanda che la diagnosi spietata vadano prese sul serio. Né per il poeta né per me si tratta di inseguire fossili linguistici. Proprio al contrario, quel che qui appare alla luce è il problema decisivo tanto per il poeta che per l'uomo come animale parlante: “Dov'è la lingua? E quale lingua io posso veramente dire mia?” In qualche modo i libri della collana, in cui il testo in dialetto ha a fronte l'autotraduzione in italiano, rispondono a queste domande, quasi che la poesia non potesse più dimorare nell'identità di una lingua e, in una sorta di trafelato andirivieni, si muovesse incessantemente da un testo all'altro. Essenziale per me non è tanto il dialetto, quanto questo movimento della lingua al di là della sua identità».

Il recupero del «vecio parlar» da parte di Zanzotto rientra anche in una ricerca di «poesia totale» costruita intarsiando l'italiano con idiomi di ogni tempo e luogo, in primis il dialetto. Che cosa differenzia quest'operazione iperletteraria dal babelico laboratorio dei Cantos di Ezra Pound?
«Tanto i Cantos di Pound che Finnegans Wake di James Joyce sono testi multilinguistici, costruiti attraverso un intarsio quasi delirante di lingue diverse (per Pound, oltre all'inglese, l'italiano, il provenzale, il cinese; per Joyce il mosaico è ancora più vasto). Ma l'analogia col bilinguismo della nostra collana è solo apparente. Mentre per Pound come per Joyce si trattava di raccogliere i frammenti non più intellegibili di una tradizione che era arrivata a un punto morto, cioè, per così dire, secondo il progetto caratteristico delle avanguardie, di provare a trasmettere la stessa impossibilità di una trasmissione; per me si tratta proprio al contrario di riportare l'esperienza del linguaggio al suo punto sorgivo, là dove, come scrive Zanzotto, “si tocca con la lingua il nostro non sapere di dove la lingua venga, nel momento in cui viene, monta come un latte”».

Per Pasolini l'uso del dialetto è legato al processo di autoidentificazione con la terra materna e alla scommessa di far lievitare - dopo la fase pedagogica della «Academiuta de Tenga furlana» - «un volgare illustre del friulano». E forse c'era pure la spinta etica di costruire una «controstoria». Quanto ha pesato in lui la vicinanza affettiva con una cul- tura contadina subalterna e in via di annientamento?
«La decisione di un ventiduenne in un piccolo paese del Friuli, percorso dalle armate tedesche in fuga e bombardato dall'aviazione alleata, di scrivere in dialetto e di fondare la sua Academiuta, mi è sempre parsa non solo coraggiosa, ma estremamente lucida. Negli stessi anni Carlo Levi scrive Cristo si è fermato a Eboli, in cui il problema della cultura contadina e della possibilità di un'altra Italia è pensato con una forza che la cultura progressista del tempo si dimostrò del tutto incapace di comprendere. La cultura veramente subalterna è stata e continua a essere quella dominante, mentre tanto Levi che Pasolini, guardando ciascuno a suo modo alla cultura contadina, cercavano di pensare un'idea dello Stato fondata su una serie di autonomie che partivano dal basso».

Nonostante se ne dia sempre per imminente l'estinzione, i dialetti rifioriscono anche nella poesia contemporanea. Una prova viene dal bilinguismo del veneziano Francesco Giusti. Come spiega questa vitalità?
«La lingua nazionale di cui già negli anni Settanta Pasolini denunciava l'appiattimento oggi ha perso ogni vitalità. Se Pasolini avesse potuto leggere l'italiano in cui sono scritti oggi la maggior parte dei romanzi pubblicati dalle grandi case editrici sarebbe inorridito. Quello che mi pare sia da spiegare non è la vitalità della poesia in dialetto, ma l'inerzia cadaverica della lingua in cui sono scritti quei romanzi».

La sua esplorazione nella poesia bilingue le ha permesso di catalogare in quali aree d'Italia sia più vivo il dialetto, letterariamente e non solo?
«E difficile dare una riposta, perché la poesia dialettale è spesso pubblicata da editori che rimangono nascosti e non hanno accesso alle grandi reti di distribuzione. Certamente il Friuli, da Amedeo Giacomini a Pierluigi Cappello, e il Veneto, da Andrea Zanzotto e Luciano Cecchinel a Pier Franco Uliana, restano particolarmente vivi. Ma il prossimo volume della collana, dopo Pasolini, Zanzotto e Giusti, raccoglierà l'opera completa di Franco Scataglini, uno straordinario poeta anconetano. Naturalmente, come Dante diceva a suo tempo per i volgari, anche il dialetto muta e si trasforma».

Anni fa la Lega propose l'insegnamento obbligatorio del dialetto a scuola. Qualcuno vi scorse l'intento di rafforzare le identità locali etnicizzandole anche per via linguistica, a costo di autosegregare ciascuno nella propria piccola patria e di dichiararla «off limits» agli estranei. Che cosa pensa di quest'uso politico del dialetto?**
«Il dialetto, la lingua-poesia, come lo chiamava Pasolini, è in sé stesso politico. La politica è oggi più che mai legata alla manipolazione della parola. Quanto più l'esperienza della parola è viva e sorgiva, tanto più sfugge alle manipolazioni e crea libertà».