Recensioni / La stupidità è infinita. Bouvard e Pécuchet ne sono la prova

Bouvard e Pécuchet (ora riproposto da Quodlibet) è un monumento alla stupidità e siccome la stupidità è infinita e si declina in infiniti modi Flaubert non riuscì a completare il suo enciclopedico romanzo. Lo colse la morte, ma è probabile che se fosse sopravvissuto non l’avrebbe completato lo stesso. I protagonisti sono due impiegati, due copisti che per caso si incontrano (siamo a Parigi) simpatizzano e presto, grazie a una eredità inaspettata, decidono di trasferirsi in campagna. Si improvvisano agricoltori e naturalmente tutti li derubano. Perdono il raccolto per un incendio e finiscono per decidere che è meglio coltivare alberi da frutto. Nulla li ferma. Vogliono impadronirsi della chimica, dell’archeologia e, in breve, di tutte le discipline che incontrano sulla loro strada. Vogliono studiare il passato e si fanno mandare i romanzi di Walter Scott e di Dumas padre. Lo spiritismo, coi tavolini che ballano, non manca di attirare la loro attenzione. E mentre i due si trastullano in mille imprese, la storia brucia le tappe. A Parigi scoppia il ‘48, tutta la Francia è scossa. Nella parte che non riuscì a completare Flaubert aveva immaginato che i due si mettessero a copiare l’immenso sciocchezzaio che si trova nei libri, nei modi di dire, dovunque. Ermanno Cavazzoni che firma, da esperto, la postfazione, riporta qualche esempio. Eccone uno: «Gli animali arriveranno a parlare; l’uomo infatti non ha sempre parlato» (La Mettrie).