Recensioni / Milton Keynes, la città paradosso

Milton Keynes è l’ultima e più signifcativa new Town, sia per l’unicità delle proposte messe in atto nello sviluppo del suo piano e nella sua costruzione, sia per i suoi controversi risultati. Le ragioni della sua unicità sono molteplici e insite nella coerenza e nella contraddittorietà di alcuni aspetti che la contraddistinguono. Milton Keynes è dunque la più celebre new town dell’ultima parte del XX secolo in Europa.
Questo è il punto di partenza del volume di Ruben Baiocco, che celebra il cinquantesimo anno dall’elaborazione del piano della città, avvenuta tra il 1967 e il 1970. Ripercorrendo le tappe che hanno portato allo sviluppo del «caso Milton Keynes», l’autore focalizza l’attenzione su come un lento esaurirsi del supporto governativo nello sviluppo delle new town possa diventare occasione per l’innovazione di alcune pratiche urbanistiche (p. 11).
Il libro si articola in tre parti che seguono un breve capitolo introduttivo. La prima parte ripercorre la nota vicenda del New Towns Act del 1946, con cui il governo britannico s’impegnò in un considerevole e duraturo intervento pubblico. All’emanazione di tale atto, seguì la creazione di una serie di città, tutte a una distanza compresa tra i trenta e i centocinquanta chilometri da Londra. Proseguendo con la descrizione delle specifcità che hanno caratterizzato lo sviluppo di Milton Keynes, l’autore ritiene fondamentale porre l’accento sul particolare atteggiamento assunto dalla pianifcazione istituzionale. Il piano di Milton Keynes considera, infatti, l’incertezza come caratteristica fondamentale dei processi di urbanizzazione post-moderni.
La seconda parte del saggio si sviluppa attorno ad alcuni paradigmi che hanno fortemente infuenzato lo sviluppo del piano di Milton Keynes. Per l’autore sono cruciali: l’ossessione per gli effetti della mobilità sia sulla forma sia sulla crescita urbana; il «manplan» come opportunità per l’inclusione del punto di vista dell’uomo nella sua veste di cittadino e di fruitore della città, con i suoi desideri e le sue necessità all’interno dei processi decisionali e di sviluppo spaziale; il «non-plan» come rifessione estrema sia sulla necessità della pianifcazione e sulle possibili conseguenze causate dall’assenza della pianifcazione stessa, sia sulla libertà di scelta individuale; infne, il «permissive planning», come allentamento della predeterminazione e dell’organizzazione dello spazio fsico in favore di uno spazio sociale legato alla sfera individuale.
Il terzo e ultimo capitolo descrive i diversi dispositivi urbanistici messi in atto dal piano di Milton Keynes. Baiocco passa qui in rassegna tutti gli elementi che compongono il piano stesso: la griglia polifocale, la mobilità su diversi livelli, la settorializzazione, la disseminazione di centralità locali e di servizi, lo svuotamento del centro urbano come polo d’attrazione inteso nel senso tradizionale e,

infne, il sistema di spazi permeabili che compongono la struttura verde della città.
Con questo lavoro l’autore ottiene in sostanza due effetti: da un lato, l’analisi della relazione tra welfare state e scelta individuale all’interno di un caso speci- fico; dall’altro, la rilettura dell’evoluzione del piano e dello sviluppo della città di Milton Keynes come opportunità di innovazione urbana e di pratiche del planning.

Visioni del futuro, innovazione urbana e pratiche urbanistiche I sistemi urbani hanno un forte potenziale innovativo, grazie alle relazioni che s’instaurano tra le persone, le infrastrutture fsiche, tecnologiche e fnanziarie e alle densità di fussi, d’interazioni e di scambi tra gli elementi che costituiscono il sistema urbano stesso. Forse per questo motivo, l’immaginario collettivo ha ciclicamente prodotto visioni di possibili futuri urbani. Visioni ultimamente riprese anche da alcune mostre sul futuro di specifche città, per esempio a Rotterdam con la woonvisie del 2016 (www.digitalsustainability.com/?p=717), oppure focalizzati su temi come la sostenibilità, per esempio a Leeuwardeen con la mostra Places of Hope (www.placesofhope.nl).
Nel New Towns Act è possibile riconoscere l’idea di futuro delle città proposta da Howard all’inizio del XX secolo con le città giardino (Howard, 1965). «Anche se le new town non possono esserne considerate una diretta riproduzione del modello spaziale urbano» (p. 29), la città giardino è stata l’ispirazione di diversi strumenti che sono stati attuati in numerose città nuove così come a Milton Keynes. Per esempio, le new town ne riprendono sia la visione regionale del planning che cerca di creare sinergia tra una metropoli e i poli d’attrazione che gravitano attorno ad essa, sia la relazione tra tali insediamenti e un disegno urbano a scala locale. Questi elementi sono indubbiamente parti innovative del piano. Essi hanno portato a novità nello sviluppo spaziale della città volto a creare un vero e proprio nuovo tipo di welfare urbano, sostenuto anche da diverse tipologie di servizi. La letteratura si è spesso concentrata su tale concetto di innovazione urbana come opportunità di rinnovamento dal punto di vista spaziale. Il motivo di tale interesse è l’idea che la struttura fsica di una città e la concentrazione geografca di sistemi di conoscenza possano costituire un’infrastruttura che promuove l’interazione tra diversi attori facilitando la creazione di conoscenza collettiva e favorendo la produzione di innovazione (Concilio, Celino, 2012).
Negli ultimi anni sono stati analizzati diversi aspetti, non solo spaziali, dell’innovazione urbana, come quelli relazionali, quelli legati ad una dimensione relazionale della governance urbana e delle reti sociali (Gerometta et al., 2005). L’innovazione in ambito urbano è quindi stimolata da sistemi complessi. Le città possiedono però capacità differenti nel generare le condizioni necessarie per favorire tale innovazione. Queste capacità sono il risultato di condizioni preesistenti, capaci di ostruire o facilitare l’innovazione stessa (Puerari, 2016; Rauws, 2017). In questa prospettiva sono stati analizzati diversi aspetti dell’innovazione. Da un lato, l’esistenza di spazi fsici ben localizzati che permettano la sperimentazione di nuove pratiche, ma anche l’esistenza di uno spazio mentale che lasci campo alla stessa (Karvonen, van Heur, 2014) e l’emergere di comunità creative, che stimolino scambi, interazioni e nuovi cicli di apprendimento collettivo (Concilio, Celino, 2012). Dall’altro, la capacità da parte di istituzioni pubbliche e private, o da parte di diversi soggetti, di allineare nicchie esistenti di innovazione (Geels, Schot, 2010), ma anche l’esistenza di regole e politiche che ne facilitino la nascita e la crescita (Moroni, 2010).

Ripercorrere ora la vicenda di Milton Keynes I processi di innovazione urbana coinvolgono aspetti, interessi e conoscenze differenti, che si trovano all’interno di un contesto ben preciso. In questa prospettiva, Baiocco propone una rilettura del caso di Milton Keynes come esperimento fondamentale nell’accogliere il paradosso quale figura costitutiva del progetto stesso. Diverse sono le chiavi di lettura del caso che l’autore propone a sostegno di questa tesi, che ben emergono nel testo e nel capitolo introduttivo, ma che meriterebbero un approfondimento maggiore in un capitolo a conclusione del volume. Il libro scritto da Baiocco è sicuramente utile a chiunque voglia ripercorrere le tappe storiche che hanno portato alla nascita di Milton Keynes, così come le retoriche che hanno accompagnato lo sviluppo del piano. La vicenda è celebre, ma la ridondanza in quest’occasione pone l’accento sull’importanza del caso stesso. In secondo luogo, l’autore descrive quest’ultima new town come un fondamentale esperimento, inserendo quindi il caso all’interno di un più che attuale dibattito sulla città come luogo cruciale per la sperimentazione di nuove pratiche (Concilio, Rizzo, 2016; Nevens et al., 2013), di tipi di collaborazione e di dinamiche di co-creazione (Puerari et al., 2018). L’ultima New Town, infine, contribuisce al dibattito sulle condizioni e pratiche urbanistiche che favoriscono l’innovazione urbana attraverso la rilettura delle diverse culture del piano che si sono concretizzate nell’esperimento di Milton Keynes.