Recensioni / L’anno della Storia

In una preziosa conferenza del 1976 dal titolo emblematico, Usi politici giusti e sbagliati della letteratura, Italo Calvino si interroga sul ruolo della letteratura all’interno della società, in un frangente storico in cui confessa amaramente di provare «due sensazioni di vuoto: il vuoto d’un progetto politico in cui io possa credere, e il vuoto d’un progetto letterario in cui io possa credere». Quando lo scrittore si addentra riguardo una possibile sistemazione della letteratura all’interno degli anni Settanta, scrive innanzitutto che «allo scrittore è data la possibilità di occupare lo spazio vacante d’un discorso politico»: si tratta, secondo Calvino, di un «compito che si presenta troppo facile» perché consiste nell’invito ad «alzare la voce» e a presentare «idee di effetto sul pubblico», magari sotto la pressione dei mass-media che spingono a «scrivere sui giornali, a partecipare alle tavole rotonde televisive, a dare la sua opinione su qualsiasi cosa possa egli sapere o non sapere». In questo marasma è facile che allora la parola più autentica e più profonda, per sua definizione flebile, si perda nel turbinio delle chiacchiere, o che essa non venga compresa nel suo nobile e radicale tentativo di «dare voce a ciò che è senza voce», a «dare un nome a ciò che non ha ancora un nome, e specialmente a ciò che il linguaggio politico esclude o cerca di escludere».
Non sappiamo se Calvino fa qui riferimento anche al romanzo di Elsa Morante La storia, pubblicato due anni prima nel 1974, ma certo è che nella descrizione dello scrittore che «usa» bene la letteratura tratteggiata da Calvino, e cioè quello capace di una scrittura che pure se inascoltata o scartata dalla critica riesce con successo ad esplorare i luoghi essenziali per la costruzione di una consapevolezza politica collettiva e a prefigurare modelli per un progetto d’azione, emerge in filigrana l’immagine della scrittrice romana, soprattutto per la lunga ed eccezionale vicenda critica che seguì la pubblicazione del suo romanzo. A questa discussione su La Storia, divampata all’uscita e protratta fino all’anno successivo, partecipò anche lo stesso Calvino con un articolo apparso su «L’Espresso».
Per evidenziare come questa convinzione sulla posizione dello scrittore nella società sia comune anche a Elsa Morante, si possono leggere le pagine, auree, del saggio Pro o contro la bomba atomica, dove la scrittrice paragona il romanziere-poeta al «protagonista-solare, che nei miti affronta il drago notturno, per liberare la città atterrita», sottolineando dunque la portata del suo ruolo. Chi scrive con coscienza allora «non può fermarsi alla denuncia» ma invece deve farsi strenuo testimone del mondo che vive:

«se ha partecipato, come uomo, alla vicenda angosciosa dei suoi contemporanei, e ha diviso il loro rischio e riconosciuto la loro paura (paura della morte), da solo ha dovuto come scrittore, fissare in faccia i mostri aberranti e smascherare la loro irrealtà con paragone della realtà, della quale appunto è venuto a portare testimonianza».

Proprio sul romanzo La storia e sulla vicenda critica che ne è scaturita, viene pubblicato adesso da Quodlibet L’anno della Storia. 1974-1975. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante, opera nata dalla fatica di Angela Borghesi, docente di Letteratura italiana contemporanea all’Università di Milano Bicocca. Si tratta di un volume che ricostruisce, attraverso una cronaca puntuale, precisa e sempre dettagliata, tutto l’itinerario critico che sorse attorno al romanzo di Elsa Morante tra il 1974 e il 1975 riportando un’impressionante antologia degli scritti su La storia (sono più di duecento quelli raccolti nel volume, circa due terzi del totale). Un libro di grande ricchezza non solo perché rende fruibile per la prima volta il materiale disperso su quotidiani e riviste e mette un punto conclusivo, seppure di conclusivo nella storia della letteratura esista ben poco, sulla ricezione in Italia del romanzo di Morante, ma anche perché attraverso il racconto particolareggiato e minuzioso della critica emergono delle idiosincrasie e dei caratteri deleteri che ancora oggi, e forse ancora di più oggi con la frantumazione del ruolo della critica, sono protagonisti degli esercizi di lettura (non ultima la questione radicale circa l’incomprensione, ancora oggi imperante, sul «senso profondo di ciò che è popolare; la confusione tra popolare e populista», come ha scritto Simonetta Sciandivasci su «Il Foglio»).
Nel libro di Borghesi la vicenda editoriale del romanzo è consultabile in tutta la sua interezza, ricostruita attraverso un itinerario cronologico che ne illumina preziosi anfratti. Il romanzo uscì nel giugno 1974, in un’iconica edizione Einaudi che portava in copertina una foto di Robert Capa dalla serie di immagini sulla guerra civile spagnola, raffigurante il cadavere di un bambino riverso a terra su un mucchio di macerie; sul margine inferiore della copertina la scritta «Uno scandalo che dura da diecimila anni». Il libro conta 661 pagine, la collana scelta è quella economica degli Struzzi e il prezzo è di conseguenza basso, 2.000 lire, una decisione riconducibile al volere dell’autrice: il libro deve essere alla portata di tutti. La prima tiratura è di centomila copie, dopo sei mesi le copie vendute sono sei volte tanto, per arrivare, a un anno dall’uscita, all’esorbitante numero di un milione di copie. Se certo i numeri delle vendite sono commisurati alla fama dell’autrice e al risultato del suo lavoro, un ruolo nevralgico è da riconoscere anche alla discussione che divampa nei luoghi di dibattito pubblico, culturale e politico e cioè i giornali e le riviste, che contribuiscono a trasformare l’uscita del libro in molto più che un semplice evento letterario: tutti si sentono in dovere di intervenire, dalle maggiori testate nazionali ai quotidiani della provincia, dalle riviste femminili a quelle musicali, dagli organi dell’estrema sinistra a quello del gruppo religioso dei Focolarini, dal periodico dei parrucchieri alle riviste di automobili, generando così, annota nell’introduzione Borghesi, «il caso letterario italiano più rilevante e politicamente connotato» che «costituisce un fenomeno sociologico di militanza culturale impensabile oggi, nonostante lo strepitoso incremento dei forum mediatici». Sono molti infatti i luoghi che danno adito alla polemica e alla discussione, dal numero elevato di pagine, al prezzo eccessivamente basso del libro fino all’ambientazione del romanzo, un tempo recentissimo, quello della Seconda guerra mondiale, con il quale non si era ancora fatto del tutto i conti. Da queste principali direttrici, la polemica si attesta poi su versanti più letterari, ma è impressionante come quasi nessuno di questi documenti sia esente da un risvolto politico: a scatenarsi è, secondo le parole di Cesare Garboli, una vera e propria «gazzara» della quale è lecito chiedersi: «abbiamo assistito all’esplosione di un caso letterario, o all’eruzione di un formicaio impazzito?».
Dal libro di Borghesi sembra emergere come il romanzo di Morante, commentato allo stesso modo da estremisti di destra e di sinistra, da cattolici e anarchici, in poche occasioni abbia superato con profitto l’esame, spesso confusamente spietato, della critica. La vicenda critica nasce sui quotidiani nazionali, con l’anticipazione di uno stralcio del romanzo, quattro giorni prima dell’uscita, su «Il Messaggero»: la pubblicazione del testo viene accompagnata da un occhiello della stessa Morante, a cui il giornale aveva dato carta bianca per assicurarsi l’anteprima considerata la sua diffidenza verso la stampa, che recita:

«L’epica dei tempi moderni: dove definitivamente gli eroi non sono coloro che manovrano la macchina del potere, ma quelli che la subiscono.»

Si tratta certo di un’immagine esplosiva, in grado di dare sin da subito una connotazione precisa ai protagonisti del romanzo, dalla madre Ida al soldato violento che ne abuserà, dal piccolo Useppe all’anarchico Davide Segre. «Il corriere della sera» nel giorno dell’uscita del romanzo pubblica addirittura tre recensioni nel giro di poche pagine: una breve nota di Natalia Ginzburg che poi scriverà più diffusamente del romanzo («avendo a lungo pianto mentre lo leggevo, mi sono a un tratto chiesta da quanto tempo non piangevo così su un libro, e mi sono ricordata di aver pianto negli anni remoti della mia adolescenza, sui romanzi di Dostoevskij. Ho anche pensato che non riuscivo a vedere nessuna differenza apprezzabile tra La Storia e I Fratelli Karamazov») e le opinioni di due critici accreditati, l’accademico organico Carlo Bo (che scrive «ecco un libro che resterà a che avrà un peso ben preciso») e l’antiaccademico Cesare Garboli, amico di Morante e tra i più fini lettori del romanzo, preciso nell’individuare motivi critici ancora oggi impressionanti per la loro acutezza (lo stupro di Ida che appare al lettore come «un’aggressione che sa di Annunciazione», oppure l’individuazione dietro al «macello» della morte, di una celebrazione della vita: «la gioia e la meraviglia abitano nel romanzo a pochi passi dall’incubo»). Da quel momento però arriveranno molti attacchi, non solo al libro ma anche alla Morante stessa, soprattutto per quanto riguarda la natura politica del romanzo: sulle pagine del «manifesto» sarà pubblicata un’acida lettera di Nanni Balestrini, Letizia Paolozzi, Umberto Silva e Elisabetta Rasy in cui, dopo aver confessato di avere letto chi dieci righe chi dieci pagine del libro, si scrive che «di grandi scrittori reazionari corre voce ce ne siano ancora, certo però non pensavamo ci fosse ancora spazio per bamboleggianti nipotini di De Amicis». O ancora, ne La Storia «i poveri sono talmente poveri che neppure hanno più il bene dell’intelletto», arrivando a definire il romanzo come nient’altro che «una scontata elegia della rassegnazione» (e quale distanza dalla luminosa lettura di Garboli). Ma si schierano contro anche Rossana Rossanda («La Storia non solo non mi pare un libro felice, ma quello che più tradisce i limiti della Morante»), la sinistra extraparlamentare guidata dal lapidario professore Asor Rosa (la cui recensione è acutamente indagata da Borghesi), la neoavanguardia con Renato Barilli che accuserà il romanzo di riportare la letteratura italiana indietro di un secolo, Pier Paolo Pasolini e il circolo vicino ad Alberto Moravia, fino ad un velenoso corsivo di Piero Chiara nel marzo del 1975, quando la polemica si avviava verso la sua conclusione: «La Storia è un libro come L’Ulisse di Joyce, che molti hanno comperato e pochi hanno letto fino in fondo. L’Ulisse perché era troppo difficile, La Storia perché era troppo facile: due forme della noia».

Come si diceva in apertura però, il libro di Angela Borghesi non offre soltanto una panoramica straordinaria sulla ricezione del romanzo di Elsa Morante, ma anche numerosi luoghi di riflessione su alcuni meccanismi che si replicano anche nel mondo culturale odierno: da questo punto di vista La Storia rappresenta la prima manifestazione macroscopica di uno squilibrio tra lettori e critici, finendo per modificare per sempre una base di accordo precedentemente data per scontata. Perché questa storia del romanzo di Morante, oltre a fornire uno spaccato sulla qualità del dibattito politico e culturale degli anni Settanta, parla soprattutto degli italiani e dell’Italia, gettando luce sul ruolo degli intellettuali, che in questa occasione per la prima volta si sentono superati nel loro ruolo sacerdotale dai lettori che commentano e riflettono sulla storia di Ida Ramundo, proprio come loro.
Nelle conclusioni che indagano le possibili ragioni di questa polemica, Borghesi, oltre ad annotare l’assenza di questo libro nel dibattito contemporaneo sugli anni Settanta confrontando alcune recenti pubblicazioni, individua tre pregiudizi che possono aver pesato in maniera decisiva su questa vicenda: i pregiudizi «contro le donne, contro il patetico, contro il libro del successo». Risulta abbastanza evidente come simili pregiudizi affollino ancora oggi un certo modo di guardare alla letteratura: il punto di rottura generato dal romanzo di Morante diventa quindi un crocevia inevitabile per chiunque voglia ripercorrere la genealogia di simili atteggiamenti. Per quanto riguarda la questione del genere, nota giustamente Borghesi che se esso risulta «patente e scontato nella critica di destra», questo era meno prevedibile in quella di sinistra che invece si irrigidisce «di fronte al romanzo ambizioso di una scrittrice cosciente dei propri mezzi e priva di soggezione verso le parole d’ordine allora vigenti in campo letterario e politico».
A vederla oggi, questa discussione pare interessante anche per l’ultimo punto rintracciato da Borghesi con la formula del «libro di successo». Si tratta di un pregiudizio elitario che si scaglia contro il successo commerciale di un’opera: come è possibile infatti per i presunti «detentori del gusto» non sentirsi esautorati della propria funzione di mediazione culturale davanti a un libro che è arrivato ad un pubblico trasversale, fatto di giovani e meno giovani, istruiti e meno istruiti, a maggior ragione quando a parlarne sono anche loro, che non hanno cognizione di causa, né sono interessati, a tutto quello che è stato detto da illuminati critici «confortati comunque da carriere e da cattedre» (si usa qui la famosa formula di Arbasino ripresa anche da Borghesi)? Su questo era stato illuminante Goffredo Fofi nella sua recensione puntuale al libro di Morante su «Ombre rosse» di cui vale la pena riportare una parte:

«Poiché l’opinione sentita che è reazionario scrivere per le masse ci sembra un culmine di idiozia aristocratica e difensiva […] ci sembra chiaro che le ragioni del successo de La Storia siano da ricercare altrove. Se oggi questo romanzo è stato letto o viene attualmente letto da operai, studenti, soldati, carcerati, casalinghe delle città e delle province, e non solo dalle signore, vuol dire che questo romanzo ha qualcosa da dire a tutta questa gente.»

Morante, secondo Fofi, ha deciso di scrivere un romanzo per le masse ed è riuscita nell’intento ricorrendo a un modello ottocentesco e a una lingua piana: ma non si tratta, avvertenza di massima importanza anche oggi, di un romanzo populista, quanto di un romanzo popolare, una differenza decisiva che scatena i «letterati fraciconi» (è sempre Fofi a scagliarsi contro i marxisti chiusi nel loro mondo letterario, «intenti a promuovere solo i libri sui loro tormenti e sulla crisi del romanzo», a cui consiglia di lasciare le loro comode cattedre e darsi alla militanza); la scrittrice è riuscita a raggiungere il grande pubblico senza cedere nulla rispetto alla sua scrittura e senza alcun bisogno della loro mediazione. Se già allora questa discussione mostra l’indebolimento del ruolo del critico come mediatore rispetto ai lettori, la questione si pone oggi in maniera drammatica, in un periodo dove la cultura di massa, travestendosi bellamente da qualcosa di più alto, pervade ogni angolo della quotidianità: in questo appiattimento del panorama, sono rare le sortite di un pensiero e di opere capaci di agire, di una cultura che predichi un risveglio, in un’atmosfera che invece continua a far passare per alto ciò che alto non è ed è pronta invece a demolire, da posizioni arroccate, ciò che raggiunge un successo popolare senza veramente interrogarsi sul valore artistico e letterario. Portando la riflessione all’eccesso, si può forse dire che da questo momento l’incrinatura tra critici e lettori si fa insanabile ed Elsa Morante diventa il capro espiatorio per denunciare questo affrancamento popolare. Infine, la questione del patetico: può essere un capolavoro un libro che fa piangere, si chiede Rossana Rossanda nella sua recensione? Verrebbe da rispondere di sì, anche se siamo comunque nei primi anni di piombo, anni in cui «la tenerezza è debolezza» perché «la ferocia dei tempi richiede durezza, ciglio asciutto, culto della ragione e della necessità» scrive Angela Borghesi.
Ma La Storia, che si chiude con l’icastico «… la Storia continua…», è soprattutto un romanzo dove vive la forza della speranza, anche se il mondo continuerà ad andare sempre nello stesso modo: qui sta il grande nodo del romanzo ignorato da buona parte della critica (la lettura delle pagine di Garboli è quanto di più illuminante al riguardo, ma anche la recensione di Giovanni Raboni sui «Quaderni Piacentini»: «Solo la formicolante attività corporea di questa assenza [della felicità] (la felicità che non c’è, la felicità che dovrebbe esserci, che ci sarà perché naturalmente appartiene agli uomini) spiega l’enorme, silenziosa ilarità che anima tante pagine della Storia, facendo di questo libro «disperato», di questa cronaca di macelli, una sorta di grandioso inno alla gioia»). Come infatti può essere interpretato, se non in questa chiave, il messaggio che Morante affida all’ultima pagina del romanzo, quella frase della matricola 7074 della Casa Penale di Turi, nient’altro che Antonio Gramsci «tutti i semi sono falliti, eccettuato uno, che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia»?