Recensioni / All’origine del modernismo italiano

Da molto tempo non si vedeva un libro di critica letteraria e storia culturale come questo: si tratta di una ampia monografia che attraverso il confronto serrato con una serie di autori ricostruisce il quadro dell’intersecarsi di filosofie della crisi, storia e letteratura in Italia tra il 1903 e il 1922 come recita il sottotitolo. L’ambizioso tentativo è quello di tenere insieme l’analisi della produzione letteraria come campo di collocamento ideologico con quella delle condizioni che tale ideologia producono e in particolare lo sviluppo di un pensiero e di una estetica per certi versi affine a quello che sempre più viene definendosi, grazie alla critica recente, come il modernismo internazionale. Per gli autori trattati in questo volume, Pirandello, Papini, Prezzolini, Soffici, Palazzeschi, Boine, Jahier, Slataper e Michelstaedter, esistevano già etichette critiche diverse, dato che i più erano solidamente presenti nel canone letterario del Novecento, anche se, con l’ovvia eccezione di Pirandello, in posizione secondaria: si parlava di vociani e vocianesimo, per Papini, Prezzolini, Boine, di strapaese letterario per Soffici o Jahier, di espressionismo per certo Jahier, per Boine, il quale veniva anche ad essere uno dei capostipiti della linea ligure del primo Novecento, così Palazzeschi e Soffici erano talora accostati al futurismo, Michelstaedter all’esistenzialismo e così via.
Uno dei principali e generali meriti di questo lavoro è anzitutto dunque quello di aver messo da parte queste etichette di scuola, senza aver loro del tutto negato la validità, per rileggere le posizioni di questi intellettuali alla luce della storia del pensiero e di quella dei rapporti materiali. Certamente un simile indirizzo ha importanti precedenti negli studi di Luperini, che ha liberato in Italia la categoria storiografica del modernismo dal suo utilizzo esclusivamente interno alla storia della cultura cattolica.
Per Cangiano infatti il processo che determinano le parabole intellettuali di questi autori è un processo interno al pensiero borghese che giunge in qualche modo alla dissoluzione dei propri presupposti, all’evidenza della propria contraddittorietà che non può tuttavia essere compresa con categorie interne a quel pensiero (come prodotto sociale) e che quindi comportano o lo sprofondamento in un relativismo assoluto o un ancoraggio del senso a qualche “valore” percepito come metastorico, cioè a uno dei volti che l’ideologia può assumere.
Se guardiamo le date entro cui la trattazione è ricompresa ci rendiamo immediatamente conto che parlare di tutto questo significa anche parlare dell’età giolittiana e del modo in cui in quegli anni la classe dirigente affrontò il processo di costruzione della nazione e della coscienza nazionale, della Prima Guerra Mondiale e dei dibattiti che la precedettero, della complicata situazione politica, economica e sociale del Dopoguerra ed è certamente il secondo merito riuscire a trattare la materia senza prescindere da questi fatti né, come si dice, tenerli sullo sfondo.
Non a caso i primi capitoli servono da introduzione storica e culturale, con una rassegna generale delle posizioni di Pirandello e soprattutto con una interessante lettura del romanzo I vecchi e i giovani quale diagnosi della crisi del socialismo risorgimentale e delle debolezze intrinseche del parlamentarismo liberale della nuova Italia. Ad essi fa seguito una trattazione approfondita dell’opera e della figura di Giovanni Papini, del suo ruolo di creatore di riviste e di organizzatore di cultura, ma soprattutto di mediatore in Italia di posizioni filosofiche quali quelle di Bergson o Nietzsche e di comprimario, sulla scena della filosofia italiana, al neoidealismo di Croce e Gentile.
Una via italiana al modernismo, quella tracciata in questo vasto volume, non priva di ambiguità e ritorni, come ad esempio quello di Prezzolini, che nella sua lunga vita dopo essersi avvicinato alle posizioni di Croce assume uno sguardo critico e per certi aspetti storiografico rispetto ai suoi inizi a fianco di Papini e poi all’esperienza dell’apotismo.
Lo sguardo di questi intellettuali sulla modernità, che è per l’autore inevitabilmente la modernità dello sviluppo capitalistico, è talora quasi spaventato e porta ad una critica della cultura che poggia su nostalgie regressive e mistiche nazionalistiche, come in Boine, con il senso del dovere e della guerra quale dovere morale e il vagheggiamento di una ligusiticità arcaica legata alla terra, o in Jahier dove lo spirito di cameratismo interclassista e populista spinge a rievocare le piccole comunità artigiane e la morale religiosa ove si avverte, sia pur confusamente, il problema del feticismo delle merci e del prevalere sociale del valore di scambio sul valore d’uso.
La borghesia non può, come l’apprendista stregone, reagire contro le forze che essa mette in moto e che a loro volta la determinano socialmente, la sua produzione culturale, anche ove intenda farlo, è impotente a coglierne la vera natura. Questo è un assunto fondamentale del libro di Cangiano mai esplicitato ma immediatamente evidente, mano a mano che illustra i tentativi parziali in questo senso: si tratta infatti di una lunga ricerca durata quasi dieci anni che si fonda su una gran quantità di letture di prima mano, non solo dei volumi degli autori, molti dei quali del resto non più destinati al commercio diffuso e usciti dalle collane di tascabili, ma su molta stampa d’epoca, il che permette di fare molta chiarezza sui posizionamenti reciproci e sullo sviluppo delle singole teorie come lettura di una specifica situazione.
Opera in qualche modo di vera storiografia, pur nell’abbondanza di note non lascia trasparire ad ogni piè sospinto la posizione dell’autore, il quale però lo dissemina qua e là e per esempio al paragrafo Gnoseologia e riscossa borghese (a pagina 129 del volume) segna il suo distacco tanto dalla generazione di critici marxisti attivi nel dopoguerra, che tendeva a classificare queste posizioni intellettuali come «irrazionalismo» borghese proprio dell’età imperialistica, quanto da quella successiva che, su basi che vanno dal neoscetticismo al pensiero negativo o al decostruzionismo, tende a vedere nel relativismo corrosivo di questi autori un potente strumento contro il potere quale produttore di discorso, cioè di ideologia.
Né l’una né l’altra cosa in queste pagine che vengono invece illuminate dal bel capitolo finale dedicato a Carlo Michelstaedter in cui leggiamo: «nella dialettica il concetto richiesto è liberato dai contenuti finiti che si esprimono nei modi della relatività, perché il soggetto non vuole davanti all’altro affermarsi come persona attraverso i modi che la società concede e dunque non considera la materia del mondo (altri soggetti compresi ) come mezzi per arrivare a tale affermazione di sé, così replicando la diffusione delle forme dell’essere sociale. La dialettica è il dialogo che rende evidente la vita insufficiente non il dire che la discussione “vince” […] perché più adatto ai contenuti finiti del momento storico che la realtà esprime, ma il “convincere” che mostra all’altro la comune deficienza».
Quello che in Michelstaedter è ancora il problema della vita autentica, e che dunque non casualmente mette capo in molti dei suoi interpreti alla sopravvalutazione di una dimensione di eticità, è a un passo da ciò che nel coevo Lukács di Storia e coscienza di classe è già il problema dell’alienazione e della naturalizzazione della storia, passo che però può essere compiuto solo a patto di riconoscere nella struttura dialettica dei rapporti di produzione capitalistici il fondamento dell’essere sociale e sulla soglia del quale dunque anche il modernismo più critico si arresta.
Qua e là sembra che Cangiano abbia voluto tratteggiare elementi di una Distruzione della ragione italiana e del resto i due eroi di questo romanzo critico sono forse in fondo Lukács appunto e Gramsci; il primo per quanto si è detto e per la sua capacità di spingere il pensiero borghese oltre la soglia della dialettica materialistica così da mostrarne l’irrazionalismo (che andrà qui inteso come l’impossibilità della conoscenza oggettiva della realtà per come essa è), il secondo perché è un attento studioso dei legami che questa produzione ha con le concrete condizioni storiche e con le specificità degli intellettuali e della società italiana in cui è ben capace di individuare i nuclei di senso comune quale ideologia sedimentata storicamente.
L’apparire di questa opera ci può fare una volta di più pensare che probabilmente si viene formando a piccoli nuclei, anche negli studi letterari, un nuovo marxismo italiano uno dei cui tratti ricorrenti sembra appunto essere la congiunzione Gramsci-Lukács, in passato molto meno frequente per ragioni di politica culturale e di identificazione simbolica con questa o quella fazione politico-intellettuale e insieme la percezione di una maggiore unitarietà all’interno della riflessione del pensatore ungherese, a cui si smette di preferire arbitrariamente il solo lavoro giovanile o quello tardo.
Questa notazione significa in realtà una cosa importantissima: il diverso modo in cui si guarda al pensiero borghese e, in ultima analisi, anche al problema della tradizione (che per un critico letterario è all’ordine del giorno); non più cioè come a una semplice eredità da raccogliere criticamente in virtù del suo potenziale disalienante e da consegnare al proletariato in quanto depositario di interessi universali, ma nemmeno un insieme di discorsi e la stratificazione di meccanismi di dominio da rifiutare o da decostruire e smascherare: piuttosto una selva intricata di verità parziali da ricostruire storicamente (proprio come questo libro fa) come fatto determinato per poterle assumere in quanto esse ebbero di vero e di falso; perché un dialettico sa che la falsità e l’oppressione fanno il mondo a buon diritto tanto quanto la verità e la liberazione, ma per i famosi interessi generali è comunque bene saper distinguere nel mondo, cioè nella storia, le une dalle altre.
Per concludere possiamo dunque dire che questo libro apre due ipotesi suggestive: la prima è la possibilità di avvicinare nuovamente la critica e la storiografia letteraria al marxismo, in Italia, come qui si è fatto su alcuni autori e testi, anche se probabilmente il vero punto debole del libro è proprio quello di considerare i testi più come prodotti sociali e come testimonianze ideologiche che come fatti estetici. Non a caso il capitolo su Palazzeschi, in cui prevale l’analisi testuale, appare il meno coeso al resto del lavoro. Proprio questa sarà una delle sfide di questa nuova critica: cercare di esercitare, come si è fatto, una serrata critica dialettica capace non solo di dissolvere le ideologie mostrandone natura e limiti ma insieme di recuperare la dimensione del testo come opera d’arte, dalla quale essa forse ora rifugge perché impaurita dal dilettantismo e perché impegnata a riconquistare una dimensione di storicità contro alle degenerazioni dello strutturalismo, del decostruzionismo e di quello che forse è il solo vero nemico metastorico che nemmeno le oltre seicento pagine di questo volume possono spaventare: l’accademismo italico.
Sorridendo meno, o più mestamente, veniamo alla seconda ipotesi, che ancora una volta Cangiano non formula apertamente ma che mi sembra si possa chiaramente derivare da come imposta il problema e da come l’analisi storico-critica dell’origine e delle aporie del modernismo è condotta fino alle soglie di una data troppo allusiva per non destare riflessioni ulteriori: né Croce né Lenin avevano del tutto ragione. Il fascismo come reazione borghese alla modernità (tanto nei suoi aspetti di affermazione del capitale quanto nello sviluppo di forze ad esso contrarie) non è né una malattia della nazione né solamente il braccio armato del capitale in una fase imperialistica; è proprio una malattia della borghesia che concresce alla crisi dei suoi istituti materiali, ideologici e filosofici e questo, anche oggi e proprio in questi giorni di ripensamenti sul passato, vuol pur dire qualcosa.