Recensioni / Ritratti di paesaggi Un anno con Pericoli

Ma Ascoli Piceno esiste davvero? Se lo chiede Giorgio Manganelli in un vecchio racconto per la rivista «Marka», guidata da Clio Pizzingrilli, adesso ripubblicato in una pochette con dieci disegni di Pericoli del 1982. E dunque possibile identificare soltanto la terra delle Marche nel paesaggio di scavate colline protagoniste di questa mostra densa, umana, commovente? Insomma, come non chiederci se quel paesaggio mitico, quel paesaggio dolcissimo, quel paesaggio che Tullio ama da sempre, paesaggio della memoria, quel paesaggio, davvero, è figura di un luogo oppure è tanto altro?
Ecco, per rispondere dobbiamo andare indietro nel tempo, ripercorrere la storia di Pericoli e del suo modo di pensare il paesaggio, quello mentale, quello del ricordo, che coincide con il suo modo di ritrarre le persone del passato, mai conosciute ma restituite come potrebbero essere dentro ciascuno di noi, o quelle anche incontrate, tante, che appaiono sempre, come suggerisce Salvatore Settis in catalogo, trapassate dai segni, invecchiate dentro le rughe del tempo, sfatte come un antico tronco, come una collina rosa dal vento e dalla mano dell'uomo. La mostra muove dalle Geologie (1970-1973), le prime opere «dentro» il paesaggio di Pericoli, un dentro che suggerisce lo scavo nella pasta alta della pittura e insieme frattura, taglio, messa a nudo del profondo, «analisi». I tempi sono giusti, quelli della riflessione post-freudiana, ma c'è ancora altro: Pericoli scopre le stratificazioni, evoca le ere del passato ma fa crescere sempre un albero che germoglia come da un nucleo, da un brulicante grumo di esistenze, e poi, sopra, screpolate, grigie terre, verdi, ordinati e macchie scomposte.
La mostra (ospitata al Palazzo dei Capitani del Popolo di Ascoli Piceno, Quodlibet, con testi di Claudio Cerritelli e Silvia Ballestra) esplora la produzione di Pericoli fino al 2018: appena inaugurata, durerà più di un anno - quattro stagioni - fino a maggio 2020.
La chiave, la matrice, è il dialogo con Paul Klee che ha accompagnato da sempre la ricerca di Tullio Pericoli: un quadro è un universo intero, quello che pensiamo sia una veduta in realtà è un microcosmo; quelli che Pericoli ha sempre dipinto non sono paesaggi ma mondi, un mondo intero nello spazio di un acquarello.
Vediamo allora lo spessore, la ricchezza di queste immagini. Una grande veduta, Arco alpino (1982), sembra un omaggio a un racconto antico, diverso, come nell'Allegoria ed Effetti del Buono e del Cattivo Governo dipinto da Ambrogio Lorenzetti al Palazzo Pubblico di Siena, oppure come in una cartografia del Quattrocento o del Cinquecento; ogni paesaggio si radica nella storia. A volte le rocce diventano incubo come in Montagna (2000) o in Dal basso dello stesso anno: colline come dorsi irsuti, picchi, lanche di verde e in basso, magari, un'area cintata, protetta, quasi un rifugio.
Poi ecco, sempre, tornare la memoria della pittura, degli artisti che si sono amati, o nei quali si è colto un soffio, una tensione di vita, di materia come in Crinale (2001) che fa pensare ai paesi, ai toni, agli spessori di Ennio Morlotti, mentre in Terra Rossa (2004) Pericoli inventa un collage di spazi, gestisce toni, sovrapposizioni, inquadrature diverse per dilatare la durata nello stesso dipinto.
Ancora: Ricordi frammentari (2005) e altri quadri di quel momento evocano le nature disperse di Gastone Novelli, o i frammenti, i segni, di Gianfranco Barruchello; così Pericoli scava nel contemporaneo, rilegge il presente e lo trasforma. Dipingere è dialogo, intensa ricerca, così il paesaggio di Terre Rosse (2004), infuocato come un Afro americano, e Collina Nera (2007) dalla sfatta materia come in Fautrier. Pericoli racconta un paesaggio dove appaiono segni del passato e quelli di un incombente presente, come in Senza Cielo (2007) che evoca Burri mentre Tracciati (2016) riscopre le scritture Jugend.
Ricordo una storia non lontana, diversa, che ci fa capire. C'è un altro artista, Mario Giacomelli, fotografo, che ha dialogato con le colline delle Marche, lo ha fatto riprendendole molte volte dall'alto, con una vecchia macchina fotografica analogica, scattando un negativo che poi contrastava fortemente ristampandolo a contatto per ottenere dei neri densissimi; a volte Giacomelli faceva modificare il paesaggio, chiedeva al contadino di arare in curva i solchi, di spostare i covoni, di piazzare i buoi o il carro in un certo luogo; le sue stampe in bianco e nero dialogano con Alberto Burri e hanno trasformato anche loro, drammaticamente, la memoria del paesaggio delle Marche. Anche Pericoli questi paesaggi, dipinti, disegnati per decenni, veduti dal basso, incombenti, o dall'alto, spalancati, aperti, li ha sempre ripensati attraverso la pittura e la sua storia, ma anche attraverso la letteratura, lui che è un grande narratore per figure. Così la Ascoli mitica del racconto di Giorgio Manganelli è davvero una chiave per capire: la Ascoli che lo scrittore rimuove, cancella, nega ma che è sempre germinante ricordo, la Ascoli sognata, perduta, ritrovata è davvero come i Paesaggi, mezzo secolo di ricerca, di Tullio Pericoli. In fondo ogni suo quadro, erbario medievale, griglia di campi divisi, dosso, ripa, è meditazione, scavo nel ricordo. Infanzia perduta, germinazione, solitudine di antiche, sempre rinnovate Geologie