Recensioni / La grande utopia

Un recente volume dedicato alla via Appia e al suo rapporto con Roma stimola molte riflessioni e stimolerà, immagino, ulteriori contributi. Le prime sono per la politica: e in particolare per la breve introduzione di Francesco Rutelli, che di Roma fu sindaco alla fine del secolo scorso. Sono due pagine, che meritano d’essere lette e meditate. E non solo perché molti Romani si sentono un po’ orfani di quegli anni, lontani ma non troppo, in cui personalità come lo stesso Rutelli prima e Walter Veltroni poi hanno dimostrato che si può governare una città avendo in testa idee e visioni non effimere. Ma perché toccano temi nodali che riguardano il nostro rapporto con il patrimonio culturale. Incalziamo dunque la politica, perché si prenda sempre le sue responsabilità; e aiutiamola quando cerca di fare quello che dovrebbe fare: cioè la ricerca di sintesi, anche complicate, per un bene comune. Sintesi necessarie, perché gli interessi in gioco nelle società complesse sono spesso conflittuali, anche quando legittimi, e non è ai portatori di questi interessi che si deve chiedere di raggiungere quell’equilibrio che solo l’arte democratica della politica può immaginare e descrivere.

Le buone pratiche
È questa, peraltro, la differenza che separa le buone pratiche politiche da quello che oggi chiamiamo populismo, quella degenerazione della politica che si impadronisce di fette piú o meno larghe della popolazione, offrendo soluzioni tanto facili quanto poco plausibili a problemi complessi. Problemi che pretendono invece pluralità di ottiche e capacità di ascolto, non solo della pancia (c’è anche quella), ma anche della mente e del cuore delle persone. Rutelli delinea in modo chiaro alcuni nodi della lunga vicenda del rapporto fra Roma e la via Appia, che, grazie alla ricchissima perlustrazione storica che il libro ci offre, si può sintetizzare nel concetto che quella antichissima via e il suo moderno Parco non sono una enclave, non sono uno zoo separato dalla città, non sono un inferno, né un paradiso: sono un pezzo fondamentale di Roma, che può diventare anzi «uno dei tratti dominanti della nuova identità urbana». L’Appia non è soltanto una porzione di territorio intrisa di resti archeologici da salvare di fronte a una tendenza – cito – che la stava portando «dal fascino romantico della desolazione delle antiche rovine a una desolante rovina contemporanea»: l’Appia è una risorsa della città contemporanea, è uno strumento centrale della sua rigenerazione. E ha quindi diritto a un destino contemporaneo. Questo destino parte da due realtà, che giocano un ruolo decisivo nelle scelte dei prossimi anni: l’Appia coinvolge un bacino demografico di circa mezzo milione di abitanti; il territorio dell’Appia gravitante su Roma è per l’85% in mano privata. Sono in contrasto questi due elementi del problema? Non necessariamente. Purché prendiamo atto che negli ultimi tempi due grandi novità hanno cambiato sensibilmente le carte in tavola: la nascita del nuovo autonomo Parco archeologico di competenza statale e l’approvazione del piano di assetto del già esistente Parco Regionale. Almeno sulla carta, può dunque cambiare lo scenario poco esaltante che ci ha accompagnato in questi ultimi vent’anni, quando le due competenze operanti sul territorio, quella statale e quella regionale, sono sembrate piú spesso elidersi o ignorarsi che non fare squadra. Oggi tutto questo non è piú possibile. Anzi, si può, si deve – cito ancora Rutelli – «ripensare il ruolo del Parco, ridefinirne funzioni e margini, restaurarne il paesaggio, realizzare nuovi sistemi di fruizione». Insomma, possiamo sperare di essere in presenza di una nuova fase fondativa: altro che desolazione! È di speranza che dobbiamo nutrirci.

Un'antinomia superata
Il grande dibattito sul patrimonio culturale di questi ultimi anni, di cui anche «Archeo» si è fatta eco, qualcosa deve aver cambiato forse anche nella mentalità diffusa. Rutelli scrive infatti che «l’antinomia – ormai impossibile – tra tutela e mercificazione è finalmente esaurita»: la tutela non coincide solo con la sacrosanta battaglia di questi decenni contro il vandalismo predatorio che animò l’azione di Antonio Cederna, la valorizzazione (le persone di buon senso lo hanno ormai chiaro) non ha nulla a che fare con la mercificazione, ma è il motivo stesso per cui non uno, ma addirittura due parchi insistono sul suo territorio. I due istituti hanno certamente finalità distinte (e questo è un bene perché aiuta a definire i reciproci punti di partenza: archeologico per il Parco statale, naturalistico per quello regionale), ma traggono linfa da una radice culturale che ormai non può non essere condivisa, quella che li rende entrambi – cito ancora – «capaci di integrare i fattori culturali con quelli ecologici». C’è bisogno di dirselo? Non è il concetto stesso di paesaggio storico (quindi anche archeologico) che supera in modo chiarissimo e creativo l’antinomia natura/cultura? Se storia e natura non sono che i due cromosomi da cui trae origine la vita del paesaggio, come non sentirsi quindi in sintonia quando leggiamo che questo «è il primo parco archeologico moderno, ma anche luogo di vita, di scambi, di attività umane, insomma un compendio sensazionale per l’archeologia e la storia, un grande ambito ecologico e paesaggistico». L’Appia è tutto questo insieme, e questa sua natura complessa è la sua profonda meraviglia che non finisce mai di affascinarci, e di farci star male quando le cose vanno male o storte. Di qui l’indicazione politica che il volume suggerisce e che faccio mia con tutto il cuore: «Comune, Regione, Ministero dei Beni Culturali debbono collaborare e non solo convivere. E debbono (certo, nella chiarezza dei ruoli) copianificare gli strumenti e l’organizzazione». Come avrebbe dovuto fare il benedetto Consorzio Stato-Comune per la gestione dell’Area archeologica centrale di Roma avviato nel 2015 e poi soffocato nella culla, se per ignavia o incultura, non saprei dirlo. Quello che abbiamo davanti ora è dunque un Superparco: «Una provocazione, uno stimolo a vedere oltre», come scrivono Alessandra Capuano e Fabrizio Toppetti.

Una nuova stagione
Ma è anche qualcosa di assai piú concreto, qualcosa che ai cittadini di Roma e a milioni di turisti dia l’impressione netta che una nuova stagione stia forse partendo. «Cominciamo a renderlo percepibile – scrive Rutelli – con una segnaletica unitaria e diffusa». Vi sembra poco? È un obiettivo minimalista? A me sembra di no. Cominciamo ad abituare i Romani al fatto che due parchi non si elidono a vicenda ma che 1+1 può fare... 3, se operiamo in sintonia con la Convenzione di Faro, faro davvero per una politica del patrimonio culturale aperta all’esterno, fiduciosa nelle forze migliori che si muovono nelle nostre società, presenti e attive anche in una Roma bistrattata. Ho attinto a piene mani dall’introduzione del volume perché mi trovo in grande sintonia con quelle parole, cosí come con le colleghe e i colleghi che con qualità e impegno si muovono nei due parchi: da loro ci aspettiamo tanto e ci aspettiamo che chiedano aiuto, se ne avranno bisogno, a tutti coloro che una mano potranno e vorranno darla. Per questo meritano di essere ricordate le parole di Orazio Carpenzano, che nella presentazione al volume scrive: «il SuperParco dovrebbe moltiplicare le figure degli utilizzatori e aumentare anche il numero dei soggetti proprietari dei beni culturali coinvolti nell’iniziativa; sviluppare politiche di cogestione tra le forze produttive e il mondo della cultura e quindi un rapporto piú stabile tra pratiche della conservazione e politiche dell’uso, ossia della valorizzazione, in sostanza un rapporto piú maturo tra pubblico e privato». Senza indietreggiare di un solo millimetro dal fronte della salvaguardia, apriamo allora le porte del Parco a tutti coloro che, avendo il privilegio di operare o vivere al suo interno, vogliano e possano sentirsi partecipi di un progetto comune di uso pubblico di un bene che, se è giuridicamente in tante sue parti privato, è sentito e visto oggi piú che mai come un bene universale.