Recensioni / La Storia tra storia, politica e ideologia

Ha a che fare anche con alcuni snodi cruciali del presente, il ponderoso studio che Angela Borghesi, saggista e docente alla Bicocca, ha dedicato al libro più famoso di Elsa Morante e alla corale e prolungata discussione che ha infiammato: L’anno della Storia. 1974-1975. Il dibattito politico e culturale sul romanzo di Elsa Morante. Cronaca e Antologia della critica (Quodlibet, 918 pagine, 34 euro).
Il libro mantiene davvero ciò che il sottotitolo promette. Si tratta infatti di una ricostruzione dettagliata e ragionata di quel dibattito memorabile, corredata di un’attenta e completa raccolta degli interventi di quel periodo, innumerevoli. Si apre con una specie di giallo letterario, la ricostruzione della posizione su La Storia di un uomo chiave della cultura di sinistra del tempo, Franco Fortini, posizione un po’ elusiva e tortuosa, ricostruita da Borghesi con una forse divertita precisione. Prosegue con il resoconto delle principali discussioni, da quelle iniziali di natura più letteraria a quelle che seguiranno, fortemente segnate da polemiche politico-ideologiche (specie a sinistra, in parte anche nell’area anarchica), specialmente dopo l’esplosione dell’enorme successo del libro. Soprattutto, però, Borghesi propone una convincente e profonda chiave di lettura dell’opera della Morante. E, in modo elegante e nitido, mostra quanto fossero miopi o pretestuosi o fuorviati da rigidità ideologiche e politiche e quanto, perciò, risultino oggi datati, molti degli interventi più critici, a volte dall’intento demolitorio, o perfino sprezzanti, compreso quello sul «manifesto» che Luigi Pintor definirà «una mascalzonata, o un segno di fascismo intellettuale», verso quel grande romanzo. La cui autrice guardava altrove rispetto ai punti cardinali dei suoi critici, più fedeli alle credenze prevalenti all’epoca e spesso sacerdoti, o chierichetti, delle medesime. Borghesi allude invece a una sorta di «religiosità dell’umano», che starebbe a fondamento dell’intera opera morantiana, non rinchiusa in visioni della storia dogmatiche, e che «si alimenta delle convergenze tra messaggio evangelico e tradizione spirituale orientale, convergenze che avevano trovato riscontri anche negli studi di Simone Weil». Ai rapporti tra Morante e Weil (e Ortese; ma anche a un possibile nesso con il pensiero di Nicola Chiaromonte) Angela Borghesi ha dedicato studi specifici e sottolinea come questa relazione, con pochissime eccezioni (come Fofi), venga ignorata. Il motivo è presto detto: «Non si fanno davvero i conti con la visione del mondo di Morante perché ciò significherebbe farli anche con Weil, filosofo insieme geniale e ingrato per la radicalità delle analisi sull’organizzazione sociale e politica, sui fenomeni culturali e religiosi […] di cui diffidare perchè in odore di misticismo e antimarxismo». Idem per la tradizione filosofica orientale. «Tutto questo terreno di coltura della Storia è ignorato o guardato con sospetto dall’intellighenzia di sinistra, che storce il naso, chiude occhi e orecchi alla raffigurazione di un’umanità derelitta, sofferente, schiacciata, e pur talora allegra» scrive Borghesi qui echeggiando Garboli - «nella furia di un conflitto mondiale, e ne fa una questione di classi sociali rappresentate o no, di ideologia. Tale disegno narrativo nasce da una riflessione profonda su concetti weiliani quali passività e azione, attenzione, pazienza, oppressione, rivoluzione, progresso. E sventura, attesa, umiltà, compassione». Queste idee non conducono Morante alla resa, all’annichilimento, come le verrà rinfacciato con supponenza. Al contrario, come nella filosofia zen e come in Weil, conducono piuttosto alla resistenza, al risveglio, al riconoscimento delle cose come sono, tanto più necessario in un’epoca «in cui si è perduto tutto», nel grandioso e tremendo Novecento. Proprio nel cuore più devastato del secolo, Morante ambienta il suo romanzo, mentre lo scrive nei successivi anni Sessanta e Settanta (ma con idee iniziali ancora precedenti in una tensione che l’accompagna a lungo), anni di pax occidentale e di ripresa della vitalità e curiosità intellettuale e politica. In quel contesto, in quel clima, «Morante pensò fosse bene ricordare in quale orizzonte di senso ultimo andassero collocate quelle speranze». E di cosa, anche, valesse la pena raccontare, di quali personaggi (come da dedica ad apertura di romanzo: Por el analfabeto a quien escribo). Lo capì forse meglio di tutti Cesare Garboli: «Eccoli, quelli che passano inosservati su questa terra, e che il romanticismo narrativo di Tolstoj e di Manzoni aveva elevato a protagonisti, relegandoli tuttavia nella vaga astrattezza di personaggi di testa, o se si preferisce, “simbolici”. Questa gente anonima, la Morante la individua, la identifica. Solo di costoro, ormai, la vita è raccontabile e interessante. Per il resto poche righe in corpo minore, premesse a ogni capitolo, bastano a sbarazzarci da un funereo intreccio di assurdità da cui la vita è assente». Gli astri che guidavano la strada di Elsa Morante appartenevano a una speciale costellazione eterodossa, illustrata nella Canzone degli F.P. e degli I.M. del Mondo salvato dai ragazzini, del 1968. Insieme a Spinoza (definito la festa del tesoro nascosto), a Giordano Bruno (la grande Epifania), a Giovanni Bellini (la salute dell’occhio che illumina il corpo), a Platone di Atene (la lettura dei simboli), a Rembrandt (la luce), ad Arturo Rimbaud (l’avventura sacra) e a Volfango A. Mozart (la voce), troviamo già Simona Weil (l’intelligenza della santità). Troviamo anche Antonio Gramsci (la speranza di una Città reale), la cui voce poi chiuderà La Storia: «Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so che cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia», firmato: Matricola n.7047 della Casa Penale di Turi. Gramsci, nella lettera a Tatiana del 3 giugno 1929, da cui la citazione è tratta, parla di un giardino e di un orto veri e propri, di un «bilancio floreale consuntivo», parla di dalie, rose e cicoria, ma la forza suggestiva e metaforica della sua frase, le parole di un uomo in carcere nell’inverno del secolo, sono evidenti. Elsa Morante non aveva nessuna intenzione di rinunciare al pensiero e alla figura di chi, nella stessa tradizione marxista, sapeva guardare alla realtà con occhi non condizionati da ideologie, rimettendosi a studiarla e a interpretarla con libertà e onestà intellettuale, oltre a provare a cambiarla. E’ questo intento, questo atteggiamento, a ispirare il romanzo ed è ciò che vi sentono risuonare gli innumerevoli lettori che vi cercheranno anche una spinta, idee e illuminazioni per guardarsi intorno con più lucidità, e anche con più sentimenti (compresa la commozione, compresa la disperazione, compreso il vituperato patetico). Lo faranno, spesso, da dentro la realtà concreta in cui vivono e in cui a volte proveranno ad agire. Non a caso, moltissimi giovani che avevano attraversato il ’68 o erano stati raggiunti dalla sua onda lunga, o dalle onde ancora più lunghe che lo stesso ’68 avevano preceduto e generato, leggeranno La Storia con passione e fervore e parteciperanno alla discussione che dal romanzo prenderà le mosse. Una discussione, come Borghesi dimostra, fortemente condizionata da polemiche e letture che oggi ci appaiono inesorabilmente «datate», davvero da lasciare alla critica roditrice dei topi, al contrario di un romanzo che resta invece vivissimo, che continua a essere cercato da nuove generazioni, da migliaia di lettori ogni anno, capaci di vedere e capire «l’edifico grandioso costruito da questa scrittrice: in cui l’audacia intellettuale e morale non è stata inferiore al genio letterario» (Alfonso Berardinelli). Un’opera utile anche per comprendere certi nodi del presente. La faccenda spinosa e controversa del «populismo», ad esempio. L’idea che se ne ha in Italia deve molto, purtroppo, allo sguardo foderato di ideologia e di settaria concezione politica che aveva stroncato il libro della Morante in nome di una supposta scienza marxista e di una teoria ferrea della lotta di classe guidata dal Partito onnisciente. Una visione che aveva cercato di ridimensionare, non a caso, lo stesso Gramsci e la sua idea più ricca e articolata della società italiana e della lotta politica e culturale e poi alimentato, saldandosi con le cosiddette avanguardie, il disprezzo per le presunte «Liale» della letteratura italiana (salvo innamorarsi, in seguito, del successo di massa e ricercarlo con l’uso spregiudicato e manipolatorio non solo delle tecniche narrative tradizionali rese appena più smerigliate dall’abilità commerciale ma di strumenti nuovi e di potenza inaudita come la televisione). Ridere, irridere, stroncare la rappresentazione del popolo in La Storia, esattamente come era stato fatto nei confronti dei populisti storici (dai russi a Pisacane, o, stando agli scrittori italiani, da Carlo Levi a Pasolini) considerati indegni di stare al pari con gli interpreti autorizzati della teoria e prassi rivoluzionaria, ha significato accumulare un ulteriore ritardo nella comprensione, certo dialettica, della reale condizione anche emotiva oltre che materiale del «popolo», cioè della società italiana, della dinamica reale del conflitto di classe, molto più variegata e articolata di quanto costoro non vedessero. Non a caso, hanno capito tardi e malamente il ’68, e non a caso hanno capito ancor meno il più scomodo e scabroso ’77, ridotto a contrasto tra «due società». Sta in questa incomprensione, di cui quella per La Storia è un episodio rivelatore, la radice della lontananza dei ceti dirigenti intellettuali e politici di gran parte della sinistra, non solo italiana, dalla condizione reale del suo popolo di riferimento. Per fortuna, altri hanno continuato a cercare, a guardare fuori da quegli schemi datati e chiusi. Minoranze, certo, ma feconde, a cui si deve ancora oggi la possibilità di riannodare dei fili, di tenere aperte delle vie, forse solo dei sentieri peraltro non agevoli, tuttavia ancora distinguibili nel caos e nella cupezza del presente. Il libro di Angela Borghesi, un grande e raffinato lavoro di critica letteraria e di storia culturale, ci riporta a questa vicenda con il rigore di una ricostruzione documentaria impeccabile, in una lettura che, mentre ci fa rivivere quegli anni di temperie, davvero ci torna utile anche per l’oggi. A conferma, come l’autrice scrive infine, che La Storia «non sembra passata invano».