Recensioni / Un libro di sottigliezze per il poeta di Czernowitz

Camilla Miglio, «Vita a fronte. Saggio su Paul Celan»

Estate 1942. Sono passati pochi giorni dal sabato di fine giugno in cui Paul Antschel ha cercato di convincere i genitori a lasciare Czernowitz. Da più di un anno la Romania è sotto il conducador Ion Antonescu, che l’ha coinvolta nell’invasione hitleriana dell’Urss. Le ronde fasciste saccheggiano le case degli ebrei, li avviano ai Campi degli Einsatzgruppen. È proprio la notte dello sabbath che passano, di solito. Il ventiduenne studente di francese ha i nervi a pezzi. Non riesce a convincerli, quegli ebrei testardi. Si allontana, si rifugia da amici. L’indomani trova la porta divelta, la casa vuota. (Solo anni dopo scoprirà la sorte dei genitori, nel trasfemmento oltre il Dniestr: il padre ucciso dal tifo, la madre da un colpo alla nuca, nella neve). Nel mese di luglio anche Paul viene deportato, in Moldavia. Ci resta fino al ’44, a lastricare strade. Verranno poi Bucarest, Vienna, Parigi. La fine della traiettoria cadrà nell’aprile del ’70, giù dal ponte Mirabeau.
È in quel vuoto siderale che Antschel si affida a un piccolo taccuino. Sulla prima pagina traduce un sonetto di Shakespeare (per questo, forse, si appassionerà a Ungaretti, il quale i Sonnets li andava traducendo negli stessi, tragici mesi; e soprattutto a Mandel’stam: accreditando la leggenda secondo la quale, alla fine, recitasse il suo Petrarca ai compagni di gulag), cui tengono dietro versi propi: i primi dopo gli àlgidi componimenti della giovinezza. È dunque fra le lingue– nello spazio in cui esse stanno l’una a fronte dell’altra – che Antschel trova, provvisoria, la sua salvezza. A Bucarest sbarcherà il lunario traducendo classici russi e tedeschi in rumeno; e, per la prima volta, userà pseudonimi. Prima traslitterando (Ancel), poi anagrammando il suo cognome. Diventando cioè, unavoltapertutte, Paul Celan.
Su Celan traduttore Camilla Miglio (che già qualche anno fa ci aveva dato una pregevole monografia sulla versione celaniana della Jeane Parque di Valéry) ha scritto – benissimo – un libro straordinario: Vita a fronte Saggio su Paul Celan (Quodlibet «Studio», pp. 288, euro 22,00). Che già dal titolo lascia intendere come non si tratti affatto di un’opera per specialisti di traduttologia (disciplina espansionistica che ovviamente annovera Celan fra i suoi nomi tutelari). A fronte è infatti categoria che, in Celan, ha un significato estensivo («la poesia non s’impone», scriverà in urlo dei suoi ultimi appunti, «ma si espone»). Identificato nello spazio interlinguistico (e interculturale) il suo specifico, si capisce come quella che passa fra le sue traduzioni sia, molto semplicemente, la strada maestra per capire il maggior poeta del Novecento. Il salto analogico che ben conosce ogni lettore di Celan (e di Mandel’stam, e di Ungaretti, e di Char: unico nome, in questa costellazione, che si sottragga allo scrutinio della Miglio) viene da lui associato, in un appunto preparatorio per Il meridiano, la conferenza pronunciata nel ’60 in occasione del Premio Büchner, proprio al «tradurre poesie»: qualcosa che «avviene al di sopra degli abissi delle lingue. Ciò che unisce è il salto» (nella corferenza dirà del «salto come ingresso nella poesia»).
Ecco già uno dei caratteri che fanno l’eccezionalità di questo libro, il quale offre una straordinaria quantità di materiali inediti in italiano, dai carteggi ma soprattutto dal nachlass di appunti, iceberg disponibile nelle edizioni critiche tedesche (ma in diversi casi le citazioni sono di prima mano, dagli archivi di Marbach). Un altro è la prodigiosa sottigliezza con cui viene analizzata ogni inflessione, ogni minima deviazione del senso; il modo in cui ci viene fatta capire – insomma – ogni singola scelta traduttoria di Celan. Per poi passare al commento analitico di alcuni dei suoi testi più celebri, e ardui (dei quali si rende dunque necessaria, spesso, una ritraduzione: che non si vuole in competizione con quelle storiche di Michele Ranchetti e Giuseppe Bevilacqua ma, ponendosi a fronte di esse, mostra rincredibile densità, la radiante ambiguità di quest’opera: «Parla – / Ma non distinguere il no dal sì / Dona al tuo parlare anche il senso: / Donagli l’ombra [...] / È veridico, chi dice ombra»).
Capire un poeta come Celan è, al contempo, necessario e impossibile. Impossibile perché, come ha detto Derrida, vi permane sempre un «fuori-senso [...] in riserva, la cifra della cifra», e dunque non si può capirlo estensivamente ed esaustivamente (è impossibile, cioè, esaurirlo; come dice Miglio, «Celan segna la fine di un certo tipo di comprensibilità [...] ma ci fa intuire anche l’alba di un nuovo, parziale, comprendere»). Necessario perché ciò non deve giustificare l’incoscienza di godere del testo senza capirlo (cioè tentare di capirlo, ovviamente). A parer rnio giustificabile per nessun testo, in questo caso specifico – con l’«intensificata ricettività nei confronti del significato» di una poesia che non a caso si contrappone allo smalto sul nulla dell’altro grande del secolo, Gottfried Benn – una lettura del genere non solo è ingiusta; ha un che di protervo, quasi. Ecco invece che gli avvolgenti protocolli di lettura della Miglio – la quale circonda i testi di Celan, li interroga a più riprese, li inserisce in vastissime reti di relazioni – si rivelano gli unici adeguati (nonché, si scopre, assai simili a quelli con cui leggeva Celan: il quale per tradurre Valéry si valse dei suoi brouillons).
È quella di Camilla Mglio, insomma, una forma dell’«attenzione rigorosa» nella quale, con Malebranche (citato da Benjamin nel saggio su Kafka), Celan identifica «da preghiera naturale dell’anima». È eloquente l’immagine della Grata di parole, che dà il titolo alla sua raccolta del ’59 (capovolgendone una di Benn, appunto): «Il poeta vuole essere compreso, ma solo in lontananza, oltre la grata [...] Sceglie di mettersi dietro le sbarre», spiega l’interprete. In questo modo il lettore si trova, davanti alla poesia, come il poeta a fronte delle cose: dalle quali traluce, a sprazzi, il deus absconditus (in una lettera sostiene Celan che la poesia indaga le cose con una «Spektral-Analyse», producendo «interferenze» che ne rivelano i nessi, i palinsesti segreti). Ed è per questo, pure, che il poeta non ammette radici linguistiche. Il suo scegliere il tedesco – la lingua di sua madre ma anche di coloro che l’hanno uccisa – è la scelta di un destino. Un destino di perenne (perché costitutiva) estrarieità.  (In questo senso in una poesia è citata Marina Cvetaeva: «Tutti i poeti sono ebrei».) Dopo una delle crisi di follia che nel ’67 lo porteranno ad allontanarsi dalla famiglia, e a prendere la strada che lo condurrà sulla Senna, Celan scrisse un biglietto alla moglie e al figlio, salutandoli in tedesco (lui che in casa parlava solo francese) come «Voi umani».
L’aveva capito – l’amico dalla voce irresistibile e dai malinconici occhi scuri che a Vienna, con lei, poté essere solo di passaggio – Ingeborg Bachmann. Che in Malina, l’anno dopo la sua morte, ritrae se stessa come «Principessa di Kagran». Chiede allo Straniero di restare con lei, di non lasciarla mai il più. «Lo Straniero scosse la testa, e la principessa chiese: devi tornare dal tuo popolo? Lo straniero sorrise: il mio popolo è più antico di tutti i popoli ed è disperso in tutti i venti».