Recensioni / «Ci siamo sentiti tanto vivi da credere di poter vivere per sempre»: il genio atrocemente precoce di Pasolini. Intervista a Ivan Crico

Di implacabile bellezza, una vertigine biblica. Avvicino I Turcs tal Friùl, dramma friulano di Pier Paolo Pasolini del 1944, pubblicato postumo nel 1976, meritoriamente edito, ora, da Quodlibet, ai testi biblici più possenti, gli atroci, Giobbe, Isaia, Kohelèt. Sottolineo certe frasi, di ulcerata meraviglia, tradotte con talento, in versi, dal poeta – e pittore – Ivan Crico. «La morte/ oggi ci attende in ogni dove. Qui/ intorno a noi, Cristo. Dove ci siamo/ sentiti tanto vivi da credere/ di poter vivere per sempre»; «Pregare e lavorare;/ non altro ci resta… come/ sempre siamo vissuti morire»; «quello che prima/ non capivo del Signore, adesso/ lo capisco: anche il più grande/ mistero, anche le cose più nascoste,/ anche la morte». Vanno sottolineate queste frasi, teologia cruenta, ferocia estatica, cielo di creta, Dio con lingua d’argilla. Come si sa, Pasolini esordisce nell’alveo friulano, con le Poesie a Casarsa (1942) e lì muore (nel recupero, allucinato, delle «Poesie friulane» in La nuova gioventù, nel 1975), segno di una indifesa fedeltà alla giovinezza e a quella fiammata ispirazione. Sulla dignità della poesia in lingua “altra” Pasolini edifica il suo primo sforzo critico – l’antologia sulla Poesia dialettale del Novecento, 1952 – con perizia poliedrica (il 31 luglio 1953 al giovane poeta veronese, e paraplegico, “Cesarino” Padovani, Pasolini scrive, con cannibale dedizione, «La prosa della tua lettera mi piace assai di più dei tuoi versi dialettali, che, a parte una certa goffaggine e ingenuità infantile… rivelano la presenza di influenze, chiamiamole letterarie, non buone. C’è implicitamente, dietro le tue parole, l’opinione errata che il dialetto debba servire a trasporti affettivi convenzionali e senza mordente, conditi da un’obbligatoria intonazione comica. Cosa che avrà entusiasmato i nuovi veronesi di «musa triveneta». Essi sono dei dilettanti e dei superficiali: magari simpatici come persone, ma molto impreparati e faciloni come letterati. Tu hai probabilmente le doti per metterli per una strada più seria»). In fondo, è grazie all’audacia critica di Pasolini se oggi riconosciamo in Franco Loi, Albino Pierro e Raffaello Baldini alcuni dei poeti grandi del secondo Novecento e in Pierluigi Cappello – che del me donzel di PPP è figlioccio – e Flavio Santi e Fabio Franzin e Isacco Turina, per dire di alcuni, i talentuosi di oggi. Dunque, è perfino necessario, ineludibile, il progetto editoriale costruito per Quodlibet da Giorgio Agamben, che in Ardilut – araldica pasoliniana – pubblica testi in lingue altre, d’altrove, rintracciando nel multilinguismo l’origine stessa della letteratura italiana («Era stato Dante a porre le origini della poesia italiana sotto il segno del bilinguismo…»). La curatela del testo di Pasolini, che si basa sulla storia – foriera di leggende e di canti popolari – dell’avanzata dei «Turchi» – cosiddetti, a indizio di sterminata ferocia – in Friuli, fino a Casarsa risparmiata, è impeccabile. Alla traduzione “di servizio” di Graziella Chiarcossi, infatti, fa il paio quella in versi del poeta Ivan Crico, che esalta la forza del friuliano secondo Pasolini. Il testo, costruito assecondando la snervante attesa dell’invasore, secondo i lamenti degli abitanti – il crisma, appunto, che sta tra il coro della tragedia greca e quello delle Lamentazioni bibliche – ha abissi bianchi, «Ma, qui, in fondo a/ questi campi, tra quattro case/ grigie di fumo sperduti, in un buco/ del Friuli, come può il Signore/ ricordarsi di noi? Si nasce. Si vive./ Si muore. E non sa niente di noi./ Ci uccidono; e Lui non sa nulla».

Come si colloca questo “atto sacro” di Pasolini, che cosa è, da che storia arriva?
Il testo teatrale di Pasolini, un atto unico con un’impostazione frontale che si rifà al teatro misterico medievale (scritto a ventidue anni nel maggio del 1944 e pubblicato postumo nel 1976), si ispira ad un fatto reale: la tragica invasione del Friuli, nel settembre del 1499, da parte di truppe provenienti in gran parte dalla Bosnia e definite in modo generico, dalle cronache del tempo, «i Turchi». Le incursioni, sempre rapidissime e violentissime, in realtà furono più d’una, distribuite nell’arco di quasi due secoli. Tutte, però, contraddistinte dalla medesima sistematica ferocia nel distruggere interi paesi, bruciandoli, uccidendo, violentando, imprigionando ragazzi e ragazze per poi rivenderli, come schiavi, nei marcati d’oriente. La scia insanguinata di terrore lasciata dietro di sé da questi terribili cavalieri continuò, fino alle soglie del nostro tempo, ad alimentare le paure dei friulani nei racconti nelle stalle, nelle osterie, ricomparendo perfino in certe cantilene infantili, nei modi di dire. Pasolini raccoglie memorie orali, studia le descrizioni delle stragi nei documenti dell’epoca, ma soprattutto rimane molto colpito da una lapide, conservata nella Chiesa di Santa Croce a Casarsa della Delizia, in cui alcuni paesani ricordano il «miracolo» che risparmiò il paese e la promessa di erigere l’edificio sacro in segno di ringraziamento alla Beata Vergine. Con tanto di nomi e cognomi che diventano i protagonisti del dramma pasoliniano. Il giovane poeta scrive di getto questo capolavoro in un frangente altrettanto drammatico: sotto i bombardamenti, la minaccia delle truppe naziste; e quel lontano episodio diventa un pretesto per parlare del ripetersi, nella storia, di questa voragine immensa – che annienta ogni certezza e tutto trascina nel suo fondo buio – che è la guerra.

C’è un senso del sacro, fin dalla preghiera iniziale, incessante, e una domanda di Dio tra chi non lo capisce («Oggi noi / ci accorgiamo che molto più in alto / Tu sei della nostra pioggia e del sole/ e di tutti i nostri affanni. La morte / oggi ci attende ovunque») e chi non capendo lo cerca. Insomma, si tratta di pensieri austeri, australi, che in italiano, probabilmente, rischiano di essere astratti rispetto al terreno dialettale.
In questo particolare caso, il rischio di distanziarsi troppo dal testo originale, in termini di astrazione, non è stata in realtà la principale preoccupazione perché il friulano impiegato da Pasolini, come è stato definito da una grande studiosa locale, Andreina Ciceri, amica del poeta e prima curatrice dell’opera, è un friulano estremamente letterario, con echi leopardiani e addirittura dannunziani, «reso classico, candido, assoluto dalla sapienza elettiva-selettiva e da qualche inserto arcaicizzante». Una definizione perfetta per descrivere un linguaggio decantato, depurato, illimpidito come un diamante grezzo da una sapiente opera di politura. Il friulano scritto di Pasolini non è il linguaggio mimetico che ricercherà, qualche anno più tardi, frequentando le degradate borgate romane. Qui il friulano scritto sta a quello parlato come la lingua purissima, assoluta di Penna confrontata con la nostra lingua di ogni giorno. Con la differenza che il friulano, arcaica lingua romanza costellata da dolci palatalizzazioni, dittonghi, straordinari arcaismi, è comunque una lingua estremamente musicale, anche nel suo darsi più quotidiano ed umile, che Pasolini sapeva mettere in risalto e far “cantare” come nessun altro era mai riuscito a fare prima di lui.

Che armi linguistiche hai adoperato, quindi, per tradurre in italiano questo Pasolini?
La preoccupazione di Agamben, quando mi ha proposto questo lavoro in forma poetica, era quella di tentare di riflettere in italiano una medesima, fluida, sospesa musicalità, che nella traduzione letterale spesso, in modo evidente, si perdeva quasi del tutto. Anche in una traduzione splendida, come quella approntata da Graziella Chiarcossi, che permette in ogni caso al lettore di farsi un’idea molto precisa del testo originale. Come procedere quindi? Nel testo pasoliniano vi sono due brevi intensissimi momenti lirici, i «cori dei Turchi», che sono scritti in endecasillabi giambici, che ho proposto da subito di prendere a modello. Casualmente, proprio in quei giorni, la Valduga presentava a Pordenone la sua interessante traduzione per Einaudi delle poesie milanesi del Porta, caratterizzata da un uso sapiente dell’endecasillabo e della rima. Parlai delle mie impressioni di lettura con Agamben, che aveva già letto il testo, e convenimmo che non era un modello applicabile a questo lavoro: il rischio di creare delle forzature, obbligando un testo così lungo all’interno di una forma predeterminata, rendendolo poco scorrevole, era troppo grande. Così proposi di lavorare con versi liberi, ricercando una musicalità simile a quella dell’originale, a costo di invertire interi periodi, tenendo però sempre in mente una certa durata similare del verso che poi spesso, ma non sempre, in modo non predeterminato, coincideva con quella della metrica adottata nei Cori. Scrivendo, ho pensato anche ad alcuni “maestri di stile” di Pasolini, da Pascoli a Penna a Caproni, con uso frequente, tipicamente pasoliniano, dell’enjambement ed un impiego, in modo sempre assai parco, della rima (a volte anche non immediatamente percepibile), sia interna o, a volte, anche molto distanziata.

…e la scelta, così particolare, di una traduzione in versi?
Si tratta, come avevo accennato, di un’intuizione di Agamben. Che mi è sembrata da subito, per quanto ardita e rischiosa, una strada interessante da percorrere, potendo anche contare sui suoi preziosi, sempre puntuali consigli. Poi, a traduzione quasi completata, mi sono imbattuto in questa osservazione di Andreina Ciceri che, all’improvviso, ha illuminato con una nuova luce tutta questa operazione: «Circa l’estrema affinità, in Lui, tra prosa e poesia, sono rivelatrici alcune pagine dei suoi manoscritti dove, alla redazione in prosa segue o si affianca lo stesso testo trasposto in ritmi e versi, con pochissimo scarto quantitativo».

Un’altra novità di questa edizione è la revisione critica ed una nuova traduzione filologica dell’opera. Sì. La cugina di Pasolini, la filologa Graziella Chiarcossi, ha portato avanti in questi anni un approfondito studio comparativo delle varie redazioni manoscritte de I Turcs tal Friùl, apportando integrazioni e correzioni significative rispetto alle edizioni precedenti. Nel volume di Quodlibet è riportata anche una sua autorevole traduzione letterale del testo, fondamentale per aiutare il lettore interessato ad un confronto diretto con il testo originale in lingua friulana.

La poesia, qui, si muove tra dimensione teatrale, drammatica, e teologica, furibonda («come può il Signore/ ricordarsi di noi?»), in una ricerca della verità che scortica («La sera, quando rientro/ dai campi, in cima al carro colmo/ di fieno, mi sembra di toccarlo/ con le mani il Signore, nel cielo»). Da una parte, mi pare prefigurare l’opera intera, polimorfica, di Pasolini, dall’altra, in fondo, che la poesia non sia altro che questo. Dimmi.
In effetti, rileggendo a fondo questo testo esemplare, che lo stesso Pasolini considerava «forse la migliore cosa che io abbia scritto in friulano», ci si rende conto che, in nuce, qui già troviamo molti temi con cui il poeta tornerà a confrontarsi per il resto della sua vita. Qui, all’incrollabile (sincera oppure di facciata) fede popolare che anima alcuni protagonisti della vicenda si contrappone, sempre, il dubbio, che spesso sfocia nell’imprecazione, nella bestemmia. Bestemmia che però è anch’essa alla fine un atto, forse ancor più forte e cosciente, di fede e speranza di poter cambiare – magari a costo della propria vita – il corso delle cose. Presentando questa edizione, il curatore della collana ci ricorda che «Sotto l’apparenza di un’evocazione storica, è tutto il mondo di Pasolini che I Turchi in Friuli mette in scena in un inestricabile ordito di elementi personali (i protagonisti portano lo stesso nome della madre Susanna Colussi) e motivi ideali: l’appassionata fede religiosa e la rivolta contro la Chiesa, l’amore per la vita e la fascinazione per la morte (l’uccisione di Meni Colùs alla fine del dramma sembra annunciare quella del fratello Guido solo un anno dopo), l’impegno nell’azione e la fuga nella preghiera. E non è certo un caso se tutti questi motivi, almeno in apparenza contraddittori, si compongono in una parola che è la stessa che il poeta molti anni dopo avrebbe proposto come titolo per la raccolta delle sue poesie complete: bestemmia».