Recensioni / Quando i Turchi parlavano friulano

Scritto da Pier Paolo Pasolini nel 1944 (e pubblicato per la prima volta solo nel 1976, un anno dopo la sua morte), il dramma I Turcs tal Friùl / I Turchi in Friuli viene ora riproposto da Quodlibet in una nuova edizione (prefazione di Giorgio Agamben, testo e traduzione a cura di Graziella Chiarcossi, traduzione in versi di Ivan Crico, pagine 180, euro 17,00). Grazie alla volontà del filosofo Agamben, il volume - che verrà presentato alle 18 di sabato nella chiesa di Santa Croce di Casarsa della Delizia (Pordenone), il paese natale della madre di Pasolini, oggi sede del Centro studi a lui dedicato - inaugura per la casa editrice maceratese la collana «Ardilut», dedicata alla poesia dialettale, in omaggio all’Academiuta di lenga furlana, fondata a Casarsa da un Pasolini ventitreenne nel febbraio del 1945.
Nella chiesa di Santa Croce - gentilmente concessa dal parroco per l’occasione, nella quale Luca Altavilla reciterà alcuni brani del testo - è murata l’epigrafe da cui Pasolini trasse ispirazione. In realtà, la lapide non appartiene a questo luogo sacro della comunità casarsese, ma vi è stata trasferita nell’anno 1880, proveniente dalla piccola chiesa della Beata Vergine delle Grazie, che venne portata a compimento con pitture e decorazioni nel 1529 come voto della comunità di Casarsa in segno di rigraziamento per lo scampato rischio di devastazione in occasione dell’invasione dei Turchi che lambì il Friuli nel 1499.
I Turcs tal Friùl è un atto unico scritto da Pasolini in friulano durante i mesi della Seconda guerra mondiale, quando era sfollato con la madre in una frazione di Casarsa. Il testo ha un andamento da “mistero”, tra tragedia greca e sacra rappresentazione, e risente di diverse sollecitazioni. La lontana memoria dei fatti storici di secoli prima si interseca con l’urgenza di un presente a cui simbolicamente nel testo si allude: la guerra che nel 1944 aveva trasformato Casarsa in luogo di pericolo e di allarme, con le violenze nazifasciste, le azioni partigiane, i bombardamenti angloamericani che miravano alla ferrovia e al ponte sul Tagliamento, snodi viari strategici per entrambi i fronti.
Il dramma pasoliniano, però, rifugge da una resa documentaristica di questi spunti, tendendo invece a sviluppare una vicenda archetipica, scandita dal ritmo ternario di dolore, morte e rinascita. Il testo riveste un sicuro interesse perché contiene molti dei temi della futura opera di Pasolini, confermando, per Agamben, l’intuizione di Franco Brevini il quale nel 1994 aveva scritto che il baricentro dell’opera di questo scrittore va collocato proprio negli anni friulani, prima del trasferimento a Roma all’inzio de11950: l’inquieta fede religiosa, che porterà l’autore a più di una polemica con la Chiesa; un disperato desiderio di vivere unito a un’oscura fascinazione nei confronti della morte; la volontà di azione e l’astrazione nella meditazione solitaria; la centralità della figura materna.
C’è anche un risvolto personale di indubbia suggestione: alla fine del dramma, l’uccisione di Meni Colùs (Colussi era il cognome di Susanna, la madre di Pier Paolo) - il giovane che ha scelto di reagire alla fatalistica rassegnazione degli altri, sacrificandosi, quasi alter Christus, per la sua gente - sembra annunciare, in una sorta di inconsap evole profezia, quella del fratello Guido, che, partigiano “bianco”, l’anno dopo perderà la vita nell’eccidio di Porzus, a opera di un drappello di partigiani “rossi”, filotítini: la Resistenza, purtroppo, è stata anche questo