Recensioni / Nella grande bufera de La Storia

Quando nel giugno 1974 Elsa Morante pubblicò La Storia, il terzo, più ambizioso e discusso dei suoi romanzi, accadde qualcosa di inaspettato. Si sarebbe detto che molti, un vero e proprio nuovo pubblico della letteratura, non aspettasse altro che un romanzo come quello, leggibile, impegnato, disperatamente vitale e implicitamente messianico come avevano saputo fare solo i grandi russi dell’Ottocento. Altri, all’opposto, soprattutto intellettuali di sinistra e “d’avanguardia”, non avrebbero potuto che respingere quel libro fino a detestarlo, come un evento culturale in quegli anni inconcepibile e che non meritava di accadere.
Questi avversari e giudici reagirono stizzosamente, sprezzantemente, senza essere sfiorati dal minimo dubbio. Erano certi di avere dalla loro proprio le ragioni della storia, il cui corso non permetteva che si tollerasse quell’abuso di potere creativo, giudicato come un regresso al romanzo popolare, tradizionale, commovente, troppo disperato e insieme troppo umanamente ottimistico.
Ma il vero peccato originale del libro, secondo i denigratori, era di essere un bestseller capace di incontrare, di creare il suo pubblico, cioè lettori privi di coscienza storica e marxista, che volevano piangere sul destino tragico di troppo numerosi personaggi maggiori e minori. Il romanzo era perciò intellettualmente manicheo: da un lato la Storia del potere e di chi lo esercita, narrativamente inaccessibile secondo l’autrice, dall’altro le sue vittime, sole possibili protagoniste di un romanzo. Pochi furono i critici disposti a riconoscere l’eccezionalità letteraria e culturale del romanzo, magari ammettendo che l’opera avrebbe richiesto un lavoro interpretativo tutt’altro che affrettato.
Le discussioni e le polemiche durarono un anno, il 1974-75, che anche a distanza di mezzo secolo continua ad apparire una svolta: la fine anticipata di un secolo che fin dall’inizio si era voluto a tutti i costi e in tutti i sensi “rivoluzionario”. Le nuove avanguardie estetiche e politiche di allora erano in realtà in ritardo. Non si accorgevano che una “postmodernità” era già cominciata da tempo sia in letteratura che in politica, e non si poteva replicare all’infinito il superamento del passato e la demolizione trasgressiva delle forme. Solo qualche anno dopo si capì che rivoluzionario era il capitalismo, dalle cui distruttive espansioni sarebbe diventato necessario difendersi con altri metodi, mettendo in discussione, per esempio, un mito della modernità e della rivoluzione vecchio di due secoli.
Ora il libro di Angela Borghesi L’anno della Storia (Quodlibet) ci invita a tornare su quegli anni e su quei temi. Per la sua mole, la sua acribia cronachistica e l’abbondanza degli articoli antologizzati, il volume può intimidire i lettori. Ma quelli che possono sembrare difetti, in realtà sono vantaggi. Non sarebbe stato facile restituire l’atmosfera degli anni Settanta con un’antologia selettiva degli articoli più esemplari. In quel lungo “dopo Sessantotto” le novità del neomarxismo e della critica culturale avevano dissipato la loro provocante energia e annegavano nel catechismo ideologico di un “movimento” a cui era sfuggita di mano ogni capacità politica. Un romanzo epico-popolare come La Storia poteva quindi risultare liberatorio per alcuni e inaccessibile per altri. Lo stile della sua denuncia sociale e morale colpiva un culto storicistico della storia che in forme anche contrastanti accomunava tutte le culture politiche della sinistra. Se la storia, secondo la Morante, era “uno scandalo” che dura da millenni, l’incommensurabilità della tragedia non poteva essere né compensata né interpretata da nessuna filosofia del progresso. Forse, con l’aiuto di Horkheimer e Adorno, che pochi lessero, una cosa era certa: che la tragedia non si concilia in nessun modo con la razionalità storica, poiché è il prodotto di quella razionalità, e la mostra come irrazionale.
La polemica fu virulenta, coinvolse quasi tutti i critici letterari, in vari giornali e riviste. Fecero sentire la loro voce sia stagionati accademici che giovani accademici militanti. Si manifestò (cosa allora tipica) un’urgenza ideologica incontenibile di pronunciare il proprio no o il proprio sì. La Morante fu accusata di «vendere disperazione» e di aver pianificato astutamente con la Einaudi il lancio pubblicitario del suo libro. Si affermò e si proclamò che un libro subito amato e capito da un vasto pubblico non poteva essere vera letteratura. Quel successo imprevisto fu usato come un randello per abbattere il libro, considerato sia scadente che pericoloso, sia da un punto di vista letterario che politico.
A rileggerli ora, molti di quegli articoli appaiono mediocri e affrettati, mentre il libro, benché potesse sembrarlo, non era adatto a essere usato come occasione e pretesto di una polemica immediata. Furono entusiasti, o comunque ammirati e rispettosi, Natalia Ginzburg, Carlo Bo, Geno Pampaloni, Cesare Garboli e Giovanni Raboni. Molto attenti e criticamente equilibrati Gian Carlo Ferretti, Enzo Golino, Goffredo Fofi e Vittorio Spinazzola. Aggressivamente negativi e liquidatori, fra gli altri, Angelo Guglielmi, Rossana Rossanda, Renato Barilli, Walter Pedullà, Alberto Asor Rosa, Cesare Cases: leggendo questi ultimi, la cosa che più colpisce è una fretta, spesso brutale, di mostrarsi intellettualmente superiori all’ideologia del libro, considerata, nello stesso tempo, il solo aspetto da discutere benché non degno di essere discusso.
I casi più complessi o sorprendenti furono quelli di tre scrittori come Pasolini, Calvino e Fortini. Ognuno di loro, per ragioni diverse, fu profondamente colpito dal romanzo perché metteva in discussione la loro idea di letteratura e di critica sociale, le loro scelte tematiche e stilistiche, anche se a partire da esperienze generazionali e presupposti culturali condivisi o affini. Pasolini, dopo aver detto che la prima parte della Storia, letta durante una sua rilettura dei Fratelli Karamazov, reggeva «mirabilmente il confronto», aggiunge subito che la qualità della narrazione scade quando ha inizio quella «lunga celebrazione morantiana della vitalità, dell’innocenza, della joie de vivre dei poveri di spirito». Da questo momento in poi, secondo Pasolini, il «manierismo» e il «decadentismo» farebbero precipitare il libro in una «elementarità disarmante».
Più sottile la reazione di Calvino. La Morante ha voluto scrivere non un bestseller ma un romanzo che avesse come «primi lettori proprio i non lettori». L’obiezione è, però, che far ridere il lettore o fargli paura sono oggi «procedimenti letterari onesti, farlo piangere no». In realtà la sottigliezza di Calvino qui è solo apparente, perché scrivere un romanzo programmando i suoi effetti non è mai molto onesto, che si tratti di pianto, di riso o di paura.
Il caso più bizzarro fu il silenzio di Fortini, al quale Angela Borghesi dedica un’approfondita e sostanziale riflessione nel lungo saggio introduttivo intitolato appunto «Aspettando Fortini». Emerge dai documenti che Fortini avrebbe voluto parlare, ma alla fine tacque. Il romanzo lo metteva a dura prova sul piano del gusto prima ancora che per le sue idee anarchiche o buddhiste. Eppure i due autori avevano in comune diverse cose: Kafka, Simone Weil, Lukacs teorico del realismo e in parte perfino Brecht, che aveva voluto guardare “dialetticamente” gli eventi storici dal punto di vista di chi sta in basso e vive nell’anonimato. L’affondo di Angela Borghesi mette in questione il marxismo di Fortini, i cui limiti non erano mai stati corretti dalle sue letture “eretiche”, cioè né da Kierkegaard e Herzen, né da Adorno e dalla stessa Weil. Ciò che Nicola Chiaromonte, scrive Borghesi, aveva capito leggendo i romanzi storici di Stendhal, Tolstoj e Pasternak era rimasto estraneo a Fortini. Del resto, il neomarxismo degli anni Sessanta aveva voluto ignorare o cancellare, più ancora che Chiaromonte, anche Silone, Orwell, Koestler, Camus. Fu anche una tale lacuna a rendere dogmatici e infine autodistruttivi i movimenti politici nati dal Sessantotto. In un’intervista del settembre 1974, Piergiorgio Bellocchio disse che coloro che accusavano la Morante di «vendere disperazione» non disperavano abbastanza del proprio marxismo. Fra questi, purtroppo, c’era anche Fortini.