Recensioni / Intervista a Jean-Luc Nancy

Prima «prigione» dell'anima, poi sua espressione positiva: ed ora l'uomo vede nel corpo l'unica estensione del suo io.
Che cosa sta succedendo al corpo? Che sia di nuovo l’emblema del rovesciamento dei valori, il simbolo dello scandalo e della provocazione, come negli anni della liberazione sessuale? Tra covergirls seminude (i magazines dei due quotidiani italiani più importanti con la stessa immagine di copertina: Naomi Campbell sontuosamente svestita), spogliarelli di protesta (gli otto discepoli di Pannella filmati e fotografati nella loro disarmante nudità), efebi ambigui (la discussa campagna pubblicitaria di Calvin Klein), una cosa è certa: assistiamo a una mania, se non quasi a una nuova religione del corpo. La tesi finora più diffusa è che dietro a questa religione non vi sia che il credo della società dello spettacolo, quella società in cui, come ha scritto il guru del situazionismo, Guy Debord, la merce stessa si fa «eidolon», immagine. Tutt'altro dunque che una provocazione e liberazione sessuale. Piuttosto una
spettacolarizzazione sessuale che ha un solo scopo: produrre un'immagine di sé, fare di sé uno degli «eidola» dello spettacolo del nostro tempo. Di recente tradotto in Italia (edizioni Cronopio), un saggio di Jean-Luc Nancy intitolato «Corpus» avanza ora una nuova tesi: che, oltre all'idolatria propria della società dello spettacolo, questa ossessione del nostro tempo per il corpo mostri anche qualcos'altro: una nuova idea del corpo sconosciuta alle epoche precedenti, e non solo alle epoche più recenti della liberazione e della repressione sessuale, ma a quelle più remote, e più decisive per noi, della concezione antica e di quella cristiana del corpo. Autore di testi importanti nel dibattito filosofico e politico contemporaneo come «La comunità inoperosa» (Cronopio) e «L'essere abbandonato» (Quodlibet), Nancy è spesso in Italia, invitato a convegni e soggiorni di studio. È in una di queste occasioni che lo abbiamo intervistato.

Il suo libro «Corpus» appare in un momento in cui siamo sopraffatti da un'attenzione senza precedenti per il corpo che rasenta la mania. Da dove ha origine questa smisurata cura del corpo?
In essa agisce certamente una certa concezione moderna del corpo come verità opposta alle astrattezze dello spirito e della morale. E la tesi del corpo come semplice meccanismo vivente che capovolgerebbe le presunte chimere della morale e dello spirito. Un vero e proprio emblema di questa concezione e, ad esempio, il body building, che trae alimento appunto dai saperi biologici e medici che cercano di afferrare nel corpo nient'altro che una perfetta macchina vivente. Tuttavia, io non penso che quest'attenzione inquieta per il corpo, cut stiamo assistendo, sia riconducibile unicamente a questo. Vi è in essa qualcosa che va al di là dell’idolatria, al di là dell'immagine del corpo che si fa adorare per se stessa, al di là dello stesso concetto di corpo come meccanismo vivente.

Che cosa precisamente?
Potrei dire la ricerca, nel corpo, di una presenza sensibile e immediata di ciò che è proprio dell'uomo. La stessa presenza che si fa viva, ad esempio, in quelle indagini scientifiche del nostro tempo che, diversamente dai saperi medici e biologici di cui parlavamo, non conducono al corpo come a una macchina vivente. Penso, ad esempio, alle ricerche sull'intelligenza artificiale che, mostrando l’enorme differenza tra il funzionamento del nostro cervello e quello di un computer, rendono presente, e davvero sensibile quello che un tempo si chiamava il segreto o il mistero dell'anima.

Oltre all'idolatria, al culto dell'immagine del corpo, vi è dunque nel nostro tempo anche la ricerca del corpo come espressione dell'anima?
No. Direi proprio di no. Le ricerche di cui parlavamo rendono appunto sensibile, corporea l'anima e ne sciolgono il segreto nella pura esteriorità del corpo. in realtà l'inquietudine per il corpo nella nostra epoca non attesta altro che non c'è che il corpo, che non c'è che questa esteriorità, questa estensione, questa nuda presenza. Quando dico presenza sensibile di ciò che è proprio dell'uomo, non intendo perciò il corpo come espressione dell'anima, ma il corpo come esteriorità pura, come un'esteriorità priva di interiorità. In un suo poema, Pessoa dice che gli dei non hanno anima, sono interamente il loro corpo. Mi sembra una splendida immagine della concezione del corpo della nostra epoca.

Una concezione evidentemente diversa da quella delle epoche passate.
Si, radicalmente. Nella tradizione platonica, che ha permeato la prima fase della cristianità, il corpo è l'opposto, la prigione dell'anima, l'esteriorità caduta di un'interiorità originaria. Nella seconda fase della cristianità, che si è protratta fino alla modernità, il corpo è si un'esteriorità, ma un'esteriorità positiva dell'interiorità dell'anima. È l'epoca, appunto, del corpo come espressione dell'anima, l'epoca del corpo espressivo. La nostra epoca, invece, è quella che consente di dire: io non sono che il mio corpo. Ma questo vuol dire: io sono una pura esteriorità, o, ancora, io sono fuori, sono sempre altro dall'io.
La cura del corpo così diffusa e i canoni della bellezza così incessantemente rappresentati mi sembrano, a dire il vero, forme di riappropriazione e di identificazione del corpo.

Lei crede davvero che questi canoni ci restituiscano il senso del corpo che caratterizza il nostro tempo? Io penso piuttosto il contrario. Penso che stiamo assistendo alla radicale fine di ogni canone, alla scoperta, cioè, della molteplicità indefinita dei corpi della diversità incessante dei corpi nel mondo, e della stesse diversità presente nel corpo occidentale. Così come penso che la nudità esposta, e che fa davvero problema, non è oggi quella della rappresentazione idolatrica del corpo, ma quella che si rivela, ad esempio, nella sofferenza, nella malattia, nella ferita, in cui appunto ci si perde irrimediabilmente nella pura esteriorità dei corpi. Vede, l'ultimo grande tentativo di pensare il corpo come corpo di cui ci si appropria è quello di Merleau-Ponty e della fenomenologia in generale: il corpo è il corpo proprio che si tocca e che si sente, e che, sentendosi, è in rapporto con sé. Con il pensiero di Heidegger abbiamo imparato a lasciarci alle spalle il corpo fenomenologico. Quando parlo, in Corpus, del corpo come nuda presenza, intendo esattamente descrivere ciò che Heidegger chiama esserci: un'esistenza che non si coglie se non nell'essere esposta in qualcosa che non gli ritorna.

Che cos'è, da questo punto di vista, il rispetto della diversità dei corpi?
     Mi piacerebbe risponderle: e solo da questo punto di vista che si lascia pensare veramente il rispetto della diversità dei corpi. Nelle pagine di Corpus, infatti, il corpo stesso è la diversità o, meglio, con un gioco di parole concepibile forse solo in francese, la divorcité. II mio corpo e la mia diversita-divorcité, ciò da cui sono separato, ciò che è sempre altro da me. Il rispetto dovuto all'altro che è il mio corpo dovrebbe perciò essere senza problemi esteso agli altri corpi. Solo che noi sappiamo che più si accresce questa diversità-divorcité tra i corpi, più si diffonde il razzismo. In Francia si è giunti a quello che il vocabolario medico-biologico chiama «delitto di facies». È sufficiente avere un'aria maghrebina per essere sottoposti a duri controlli. Assumere positivamente l’infinita alterità dei corpi, senza distorcere questa alterità nell'astratto discorso lenificante di un'uguaglianza generale, e in effetti ancora un compito. Così come è, del resto, ancora un compito portare al pensiero l'inquietudine per il corpo che attraversa la nostra epoca.