Recensioni / La poesia e bella? Bravi editori

La parola poetica di oggi non solo è solipsista e autoreferenziale, programmaticamente sdegnosa di (etimologicamente) “svolgere”, e dunque spiegare, la realtà, ma non sa nemmeno “volgersi” a chiarire – a se stessa, innanzitutto – le proprie ragioni, quelle intrinseche al proprio discorso. Immobilmente si parla mirandosi, narcisista e gelida, nello specchio: oppure, se mutiamo metafora, consumando se stessa fino alla più arida cenere, come fiamma di candela. Gelo o autocombustione, sempre un nichilismo espressivo che in Italia un Pasolini, la miracolosa Rosselli (gettiamo lì solo nomi conosciuti), Loi, Scataglini e, in parte, il grande Cattafi provarono a superare. Una conferma? Ci è capitato per le mani “Genere”, la raccolta di versi di Francesco Nappo uscita per le edizioni “Quodlibet” nel 1996. Anche questo è ghiaccio su ghiaccio o, se volete, candela che consuma il suo stoppino. Poesia di concettose solitudini, pervicace nell’evitare il colloquiale riconoscimento o nel manifestare qualche riguardo verso il lettore: certe abilissime rotture metriche, con la congiunzione, la preposizione articolata, lasciata sospesa sul baratro tra i due “emistichi” che impunemente spezzano il continuum semantico, sono sfida se non pura irrisione di quell’infelice. Nella sua prefazione, Michele Ranchetti ci va giù esplicito: “chi legge… non può non subire il ricatto del poeta” (“prova a vedere se capisci, e se no non è colpa mia, Perché io stesso sono all’oscuro di ciò che esprimo”). Snobistica indifferenza: “non essere più qui / non mi spaventa”. Oppure: “Pensai: ‘deliberatio / de se ipso’”.
Epperò, attenzione: ecco la sorpresa. Più o meno sempre, per capire un poeta bisogna scarnirlo, metterne i tessuti e i nervi allo scoperto, in piaga sanguinante da leccare come in un mistero gnostico (che sia questa la differenza sostanziale tra la “poesia” e la banale prosa?). Scommetteremmo che Nappo questa operazione la esige, quasi pregusta in cuor suo l’arrivo dello scarnificatore e, impaziente, si adonta se costui non si fa sono con i suoi attrezzi. In atto sadomasochista, arriva a dolersi, penso, per l’aspettativa tradita. Perché, capziosa come è, la sua poesia rivela nel fondo una segreta piega di umiltà: sembra quasi implorare una lettura a voce alta, una grande declamazione. Come ancora ci avverte Ranchetti, essa contiene “accenni… ad avvenimenti grandiosi: frammenti di saghe franate…”, e una saga chiede la recitazione su un ideale palcoscenico; magari – in questo caso – di lunga e nobile tradizione greco-romana o ellenistico-napoletana (Nappo è nato a Napoli, nel 1949). E qui scatta la sorpresa: se la storia può ridursi a quadro, affresco, immagine, allora è vero, questa poesia di Nappo si identifica in totale agio con la storia quando si sigilla coscientemente nella forma antica dell’epigramma, dell’epillio verace, dalla consistenza alessandrina di certe statue e medaglie di Vincenzo Gemito, dorati bronzi che sembravano appena scavati da Pompei o Ercolano o tratti fuori dal mare sgocciolanti di salsedine: una “maniera” di ineffabile scansione. Allora i versi di Nappo sono perfetti, quasi miracolosi; e perfino si aprono, si lasciano rubare dal lettore che li ha fatti cosa sua rimormorandoseli tra sé e sé, dopo, a libro chiuso.
Non insisterei invece sulla capacità, che Ranchetti gli attribuisce, di “trasformare” in “natura morta” il variegato Presepe napoletano di cui sembra parlare. Lo abbiamo appena stabilito, l’io di Nappo si abbandona di rado al veduto. Si contiene e trattiene. Quando non lo fa e cede, per esempio accompagnando alle evocazioni in timbro “locale” una compita traduzione, sbaglia misura. Immaginiamo che Nappo conosca l’insensato tentativo di Benedetto Croce di “normalizzare” “Lo Cunto de li Cunti” del Basile riscrivendolo in registro italo-borghese. Questa strada non porta da nessuna parte, e Nappo non ne ha bisogno, il suo “dialetto” è lingua forte, con i suoi accenni a limpide “cantate”, a laudi medievali.
Le edizioni “Quodlibet” sono un’isola di solitaria inventività nel tessuto di una città, Macerata, che nonostante la presenza di una sede universitaria stenta ad assumere iniziative di forte respiro culturale. I suoi testi, impeccabili anche nella forma tipografica, ci concedono insperate scoperte. Questa silloge poetica, che si aggiunge ad altre prove di pari qualità, è un punto fermo del cammino per, diremmo maliziosamente, impervi “Sentieri interrotti”.
Cosa può legare la poesia di Nappo a quella del messicano Alonso Leal Güemes che ci arriva nella veste raffinata delle edizioni AUIEO di Trento? Per assuefazione nominalistica chiamiamo “poesia” la prima e la seconda. Quando però guardiamo alla ontogenesi le loro ascendenze sono opposte: se per Nappo si accerta l’inseminazione ermetico-panica, Leon viene escluso; e se è invece questi a rivendicare tanto nobile nascita, allora è Nappo il figlio di padre ignoto.
Ma prima di parlare di Leal Guemes un cenno speciale lo meritano gli editori dell’elegante librino. A Trento, Marco Perilli e Carlo Bortolotti dirigono, dal 1998, “AUIEO”, un quadrimestrale di letteratura (formato 15 x 21, tiratura 500 copie, numero di pagine variabile tra 18 a 30, caratteri Bodoni, ogni numero contiene anche una “immagine” in quadricromia, applicata manualmente su ciascun esemplare). Fino al 2001 ne sono usciti 8 numeri, più un numero monografico dedicato alla pittrice messicana Soledad Tafolla. Predilige autori italiani e ispanoamericani. Sì, Perché l’area di specializzazione è proprio questa: un’area non molto frequentata in Italia. Affiancate alla rivista le edizioni che, in piena coerenza vocazionale, vengono pubblicando racconti, romanzi e poesie di scrittori messicani. Già sono apparse opere di Gerardo Deniz, Alberto Roy Sanchez e, appunto, questo Alonso Leal Güemes. Nel 2003 usciranno un Octavio Paz e un Augusto Monterroso. AUIO tiene a definirsi “indipendente e autofinanziata”. Con un po’ di fortuna, riuscirete a trovare i raffinati fascicoli presso le librerie Feltrinelli. Ma fareste bene ad abbonarvi, anche voi.
Perché “Auio” offre altro. Ogni fascicolo è strutturato in sette voci: vi troverete un racconto di autore ispanico (Deniz, Elizondo, Jacobs, Monterroso…), un saggio, una poesia (José Kozer, Berrocal, Valerio Magrelli…) , l’immagine di cui abbiamo detto (Chiti Batelli, Giosetta Fioroni, Vlady, Orozco…), il “dialogo” con un autore (Marco Luzi, Elémire Zolla, Giuseppe Pontiggia) e, sorpresa finale, un brano scelto “nell’ambito della retorica rinascimentale e barocca”, raro e sempre di affascinante freschezza. Leggerete Francesco Panigarola (1584) o Francesco Petrarca (1357), Anton Francesco Doni (1552) e Francisco de Quevedo (1630), Daniello Bartoli (1679), Wilhehn Heinse (1787) e Gregorio Reisch (1496), sempre con gran diletto.
Su questo sfondo fiorisce il volume di Alonso Leal Güemes. Leal ha una scrittura musicale, o forte è la nostra sensibilità verso la tonalità “ispanica” che ci accosta con simpatia a questo verso libero, sorta di poema delle origini. Per cercare di orizzontarci, abbiamo ripreso in mano la splendida antologia della poesia spagnola di Guanda curata da Oreste Macri (nella seconda edizione, 1961). Perfino troppo ovviamente, abbiamo trovato qui la stessa musica, la stessa “presa” onirica, diremmo. Perché stupirsene? Non c’è un DNA che lega scritture anche temporalmente lontane tra loro ad una stessa matrice linguistico-culturale, uno stesso stampo fortemente sentito e partecipato? La poesia spagnola (o “ispanica”?) del ’900 è stata una altissima componente della spiritualità europea, crediamo abbia fortemente influenzato anche la coeva poesia italiana, con i vari Jimenez, Machado, Guillen, Hernandez (da noi amatissimo anche per motivi etico-politici). Auguriamo ad Alonso Leal Güemes di entrare in quella costellazione. Bella poesia, insomma, grazie ad ottimi editori.