Recensioni / Anna Baldini, Daria Biagi, Stefania De Lucia, Irene Fantappiè, Michele Sisto, La letteratura tedesca in Italia. Un’introduzione (1900-1920)

Il recente volume La letteratura tedesca in Italia. Un’introduzione (1900-1920), a firma di cinque studiosi, tende esplicitamente a caratterizzarsi come presentazione critico-antologica concernente la letteratura tedesca discussa e tradotta in Italia nei primi vent’anni del secolo scorso.
Corredato dalle traiettorie biografiche di alcuni fondamentali operatori culturali, da un’antologia di testi e da un glossario, il volume, in realtà, si spinge ben oltre gli assunti iniziali, facendosi riflessione critica su alcuni luoghi sostanziali dell’attività intellettuale dell’età giolittiana. La riflessione sulla ricezione italiana della letteratura tedesca serve cioè a riflettere su taluni snodi culturali che caratterizzano il lavoro dell’intellettuale, alle prese con la ridefinizione del proprio ruolo, all’avvento della prima società di massa. Fra questi snodi tre risultano a mio parere fondamentali: l’attenzione all’editoria e al mercato librario come via per l’acquisizione di “capitale simbolico” (per dirla con uno dei teorici di riferimento del gruppo di studiosi: Pierre Bourdieu); il nuovo ruolo della critica letteraria; la riflessione sul romanzo.
Anna Baldini, nel saggio di apertura del volume, delinea il macrocampo di indagine nel quale gli altri interventi si muoveranno, e lo caratterizza come scontro ideologico-letterario-editoriale fra almeno tre diverse direttive culturali: quella dell’avanguardia vociano-fiorentina, quella dell’avanguardia lacerbiano-futurista, e infine quella crociana che interseca, almeno parzialmente, le altre due. Benché le tre direttive culturali operino tutte nella riconosciuta assenza (anche editoriale) del mandato sociale dei chierici, e partano dunque da presupposti tesi ad esaltare gli spazi di autonomia dell’intervento culturale, così rovesciando le morenti gerarchie ottocentesche di matrice materialista e positivista, queste direttive si scontrano poi tanto sul terreno ideologico quanto su quello operativo, tanto, potremmo dire, sul terreno strategico quanto su quello tattico. Se il versante del futurismo fiorentino opera in una prospettiva orianesco-paretiana tesa ad esaltare il lavoro di un élite intellettuale in grado di intervenire, a livello sovrastrutturale, mediante un presunto vantaggio strategico del campo letterario-culturale, l’opzione vociana imposta la sfida sul terreno, nuovo, della preparazione “tecnica” degli intellettuali, nella convinzione (mutuata dal Croce dell’Etica ben più che da quello dell’Estetica) che proprio nella fattualità tecnico-politica sia da incentrare la nuova azione, anche in questo caso speranzosamente egemonica, degli intellettuali.
Delineato il campo d’indagine il volume si sposta dunque ad analizzare concreti esempi operativi, a cominciare, col saggio di Michele Sisto, proprio dal campo editoriale e dalle nuove direzioni impresso a questo appunto da intellettuali come Croce (Laterza) e Papini (Carabba e altre). Chiarito che mentre editori già attivi da tempo, come Treves e Sonzogno, si dedicavano alla pubblicazione di autori tedeschi già consacrati, il nuovo strato intellettuale punta alla pubblicazione di autori differenti, tesi non solo a rinnovare il mero campo conoscitivo, ma a diventare parte attiva nella guerra di posizione in corso. Si trattava, insomma, di creare un nuovo mercato editoriale che fosse funzionale all’accrescimento del capitale simbolico della nuova pattuglia intellettuale; che fosse funzionale, voglio dire, a supportare un’azione intellettuale tesa ad avere ricadute e sul campo letterario e su quello politico-culturale. La modifica del repertorio serve dunque non solo ad indirizzare le opzioni di lettura, ma anche, è principalmente il caso dello scontro editoriale in atto fra F.lli Bocca (che già alla fine dell’800 si era aperta ai classici del cosiddetto “irrazionalismo”) e Laterza, ad indirizzare le modalità di lettura, supportando in tal modo gli intenti dei vari gruppi in gioco. Da qui avremo i “Kant” e gli “Hegel” di Croce, lo “Schopenhauer” di Papini (funzionale alla filosofia presentata in Il crepuscolo dei filosofi), la linea dello scetticismo relativista che tanta fortuna avrà nel primo “Leonardo”, ma anche, benché semplicemente in opposizione al positivismo, nella “Critica” crociana (il “Berkeley” sempre di Papini e lo “Hume” di Prezzolini usciti proprio con Laterza), e poi autori quali Novalis (funzionale alla riflessione pragmatista-modernista dello stesso Prezzolini) e Hebbel, Goethe, su cui si appunteranno, fra gli altri, le riflessioni del vociano Scipio Slataper. L’azione editoriale serve pure dunque a ritagliarsi uno spazio di autonomia e riflessione attuativa mediante la modifica del repertorio di letture. Sisto mostra abilmente come l’azione sul mercato librario sia servita a rilanciare le stesse battaglie ideologiche che abbiamo visto operare nell’intervento di Baldini. E nota infine come, vedremo meglio col saggio di Daria Biagi, sia proprio il romanzo (incluso naturalmente quello tedesco) a non essere preso in considerazione nelle battaglie in corso, restando, anche sul piano editoriale, un genere avvertito quale “commerciale” e dunque non funzionale allo scontro cultural-politico condotto.
Il terzo e il quarto intervento, rispettivamente di Stefania De Lucia e di Irene Fantappiè, si appuntano su questioni di carattere più “particolare” – l’uso che Prezzolini fece di Novalis e le traduzioni dal tedesco e le riflessioni critiche di area germanista di Italo Tavolato – ma proprio queste azioni in scala ridotta aiutano a comprendere e chiarire l’operato del gruppo di intellettuali sotto analisi.
Insieme al modernista milanese Tomaso Gallarati Scotti, Prezzolini aveva lanciato il progetto di una collana di scrittori mistici (Poetae Philosophi et Philosophi Minores) che, in seguito al naufragio dell’iniziativa a causa di alcune licenziosità non omesse da Prezzolini nel suo volume su Novalis, passerà dalla Società Editrice Lombarda all’editore Parrella proprio grazie all’intercessione di Croce.
Prezzolini, appunto tramite Novalis, chiariva la dialettica che collegava la sua cosiddetta “filosofia della contingenza” (un misto di Boutroux, Bergson e James con alle spalle i già citati Berkeley e Hume) all’esperienza volontaristica della fede così come presentata in alcuni settori (in particolare da Édouard Le Roy) del fiorente modernismo religioso. Novalis si caratterizzava come un contingentista ante litteram, l’esponente di un posizionamento filosofico che i giovani leonardiani potevano far proprio nello scontro intellettuale in corso, muovendosi in opposizione tanto al consueto positivismo quanto alle prospettive neo-Scolastiche. In tal senso il lavoro su Novalis si inseriva perfettamente negli stimoli culturali al tempo in dibattito, diventando un’arma, fra le altre, della guerra di posizione.
Qualcosa di molto simile accade nel caso del lavoro di Italo Tavolato. Irene Fantappiè si concentra in particolare sulle modalità di trasmissione della cultura tedesca in Italia, notando giustamente come esista un’operazione di filtro, attuata dagli stessi mediatori, finalizzata a veicolare determinati aspetti funzionali agli interessi in gioco. Nel caso della cultura vociano-lacerbiana questi filtri tendono ad operare una selezione sul materiale di partenza esaltandone gli aspetti, ad esempio, tesi all’esaltazione dei generi del comparto autobiografico, genere privilegiato – soprattutto in opposizione al romanzo – fra i letterati italiani del periodo.
Nel caso di Tavolato, inoltre, la selezione si appunta su ulteriori elementi che contribuiscono a chiarificare gli intenti culturali sottesi al progetto di “Lacerba”. Avremo così l’attenzione alla componente “provinciale” in Karl Kraus (funzionale al regionalismo paranazionalistico della rivista che da lontano già annuncia, soprattutto con Papini e Soffici, l’avventura di Strapaese), l’attenzione alla critica della morale in Otto Weininger che è funzionale al ribaltamento delle norme etico-sessuali che pure è fra gli obiettivi dichiarati della rivista. Anche in questi casi dunque, come nell’intero volume, non siamo di fronte al semplice repertorio delle traduzioni dal tedesco in Italia, ma ad una riflessione su come tale azione critico-editoriale sia stata funzionale alla lotta per l’egemonia intellettuale.
L’ultimo saggio, quello di Daria Biagi, riprende le consuete modalità di funzionamento critico, ma le adatta a ciò che risulta essere il caso più vistoso di una “differenza” italiana nel contesto del primo Modernismo europeo: il rifiuto del romanzo, considerato come genere di seconda categoria e inadatto a veicolare le tematiche della rivoluzione epistemologica (Nietzsche, Bergson, Mach, W. James fra gli altri) in corso. Biagi chiarisce egregiamente come tanto la scelta delle traduzioni quanto le modalità di queste abbiano portato gli autori a doversi confrontare con delle questioni concernenti la forma-romanzo che in precedenza erano rimaste inespresse. E rivela, in particolare, come nelle discussioni concernenti le due versioni del Wilhelm Meister di Goethe e l’Heinrich von Ofterdingen di Novalis si siano concentrate in nuce non solo le diverse considerazioni dei letterati italiani del periodo riguardo alla forma-romanzo, ma anche e soprattutto i loro diversi posizionamenti riguardo ad un’idea di letteratura da farsi, fra un posizionamento ancora di ascendenza romantica e un altro già perimetrale alle idee di Prezzolini sulla nuova figura intellettuale che dovrà emergere dalle pagine de “La Voce”: una doppia opzione che è riscontrabile, in particolare, nelle oscillazioni di poetica di un vociano doc (e para-romanziere) come il triestino Slataper. In questo senso il saggio di Biagi esalta gli assunti di fondo dell’intero volume, mostrando come la lotta per l’egemonia non si sia limitata solo allo scontro nel mercato librario e all’utilizzo performativo di autori tedeschi nello sviluppo e supporto delle nuove poetiche ideologiche, ma abbia coinvolto fino la discussione sulle forme della letteratura a venire.
La letteratura tedesca in Italia è dunque ben di più che un’indagine catalogale, o, meglio, questa è costantemente accompagnata da un’attenta riflessione critica tesa a caratterizzare la penetrazione della letteratura tedesca in Italia quale campo d’indagine, azione, creazione e propagazione ideologica di gruppi intellettuali in formazione.