Recensioni / Mimmo Cangiano, La nascita del modernismo italiano. Filosofie della crisi, storia e letteratura 1903-1922

Nell’ultimo decennio, alcuni studi (cominciati da Romano Luperini e proseguiti da studiosi come Raffaele Donnarumma e Massimiliano Tortora) hanno contribuito a vario titolo ad importare nella nostra cultura la categoria del modernismo, fino a qualche anno fa attribuita al solo mondo anglosassone. In effetti, gli storici della nostra letteratura, più attenti alle avanguardie storiche che al clima generale maturato nello scorcio di fine Ottocento-inizio Novecento, hanno spesso trascurato le tracce che la temperie modernista ha lasciato nel nostro ecosistema letterario. Ben vengano dunque studi che pongano nuova luce su quella precisa epoca, da un lato lavorando su alcuni luoghi comuni al riguardo – si pensi al notevole Romanzo-saggio di Ercolino, macchina argomentativa che affronta il modernismo meno positivista e per questo più nascosto -, dall’altro sistematizzando in modo esemplare le varie figure, correnti e manifestazioni di quella complessa stagione. In quest’ultimo indirizzo si colloca il magistrale La nascita del modernismo italiano di Mimmo Cangiano, libro che incute timore per mole e densità, ma che proprio in virtù di queste caratteristiche apre squarci e nuove prospettive sul tema.
Già nell’introduzione Cangiano pone i paletti del suo discorso, che travalica immediatamente i confini della letteratura rendendo il libro un vero e proprio tour de force nella storia culturale del primo ventennio del XX secolo. In questo senso, l’analisi dell’evoluzione della cultura diventa anche analisi politica: la cultura, per Cangiano, ha per forza implicazioni politiche, si traduce in azione politica e fa da supporto alle ideologie di un dato momento storico: nell’epoca osservata, l’ideologia imperante è quella borghese del capitalismo maturo, che ha ormai preso il potere sociale e politico e, di conseguenza, tiene le redini del gioco culturale. Così, il modernismo tratteggiato da Cangiano diventa davvero la «logica culturale» di una classe, quella borghese, appena diventata dominante e subito costretta a fare i conti con le conseguenze della propria rivoluzione: da un lato, la «morte di Dio» e il crollo dei sistemi epistemologici che avevano sorretto le epoche precedenti; dall’altro, la necessità di riconfigurare il proprio ruolo nella storia, puntando a conservare il potere e al tempo stesso a non tradire l’idea di progressività storico-sociale che aveva portato al trionfo sull’aristocrazia. In questo senso, il modernismo diviene lo strumento culturale per preservare l’orizzonte ideologico capitalistico-borghese, ma si costituisce anche come il terreno da cui fioriranno le «filosofie della crisi» degli anni Venti e Trenta. Verrebbe da dire che l’operazione condotta dall’autore recupera gli stessi strumenti con cui Jameson aveva analizzato il postmodernismo; ma il libro di Cangiano si distingue per una più spiccata vocazione enciclopedica – oltre che per l’attenzione particolare riservata a una cultura nazionale, quella italiana. La trattazione procede per coppie. La prima di queste, Papini e Prezzolini, fornisce a Cangiano lo spunto per rivedere la componente mistica, quasi superomistica del modernismo: il nuovo paradigma mentale, comportando la dispersione della conoscenza, impone ai due intellettuali di ritagliarsi un nuovo ruolo nella società, non più legato all’astrattezza concettuale ma ancorato saldamente al «fare». L’atomizzazione gnoseologica che caratterizza il modernismo, però, lo rende particolarmente sensibile a ideologie altamente formalizzanti quali il nazionalismo: attraverso questa via si creerà lo spazio per il fascismo. È questa la posizione che Cangiano evidenzia in Soffici, ed è forse una delle notazioni più rilevanti del lavoro: utilizzare la categoria del modernismo per scovare le radici del fascismo italiano è non solo un’operazione particolarmente intelligente, ma anche apprezzabile per il coraggio che ha richiesto. Si tratta, cioè, di un tentativo di riportare i discorsi culturali in dialogo coi discorsi politici; in questo senso, appare chiara la genealogia critica in cui Cangiano si inserisce e che partendo da Lukács arriva a Franco Moretti; una tradizione che mescola marxismo e critica letteraria e crede fortemente nello stretto rapporto tra cultura e politica. In questo senso, però, va chiarito che il lavoro di Cangiano non si iscrive propriamente nell’ambito della critica letteraria: il suo discorso poggia principalmente su fonti come articoli e saggi. In altre parole, la dimensione della produzione artistica rimane sullo sfondo, non entra mai in gioco come una delle componenti. Questo è forse uno dei limiti di questo libro. Sempre sulla linea di interpretazione politico-culturale in chiave conservatrice del modernismo si pongono le analisi delle posizioni di Boine e Jahier, esponenti del cosiddetto modernismo religioso italiano, che recuperano la lettura teologica della realtà in chiave reazionaria, e soprattutto di Michelstaedter, eletto a simbolo delle contraddizioni irrisolte del modernismo. In particolare, colpisce la volontà di contrastare l’atomizzazione sociale attraverso il superomismo: «Michelstaedter comincia a comprendere il peso giocato dalla stessa organizzazione sociale nella costruzione delle istanze individualistiche (anche di quelle che si pongono in opposizione alle sue leggi)» (p. 515). Il tentativo di riunire le istanze borghesi, di fondo, fallisce, «il pensiero borghese rifiuta sé stesso» (p. 593); il modernismo, per Cangiano, diventa un momento di crisi profonda della cultura borghese, entro la quale si realizza e nella quale si spegne.
Il libro richiede interpretazioni complesse e variegate, presta il fianco a discorsi molto distanti fra loro; il tentativo di rintracciare un sistema culturale frammentato in esperienze personali molto diverse fra loro è però riuscito, perché grazie alla pluralità delle posizioni affrontate Cangiano evita di cadere nella ricerca fine a sé stessa di un’ideologia sterilmente definita: il modernismo di Cangiano non è certo programmatico e coerente, ma anzi accidentato; non casuale, ma costellato da relativismi che gli impediscono di assumere un aspetto facilmente sistematizzabile. Ma è proprio la relatività delle figure scelte da Cangiano ad aprire possibili nuovi spunti: su tutti, sembra interessante in particolare come la necessità di riformulare la cultura borghese presentandola come insuperabile, avvertita dal modernismo, sia un tema comune – anche se affrontato in modo diverso – anche al postmodernismo, che, stando al lavoro di Cangiano, si differenzia da questo sistema culturale per la crisi più netta del ruolo dell’intellettuale. In questo senso, diventa importante sottolineare come Cangiano operi in un contesto non ancora caratterizzato dalla società di massa matura che si realizzerà nella seconda metà del XX secolo; le esperienze intellettuali che ripropone rimangono ancora all’interno delle élite più avanzate della società. Infine, interessante sarebbe proseguire il discorso e analizzare il rapporto tra l’ultima generazione di intellettuali-umanisti, quella che visse la Seconda guerra mondiale, e i loro padri modernisti, da loro mai rinnegati anche se – come si evince dal discorso di Cangiano – complici se non fautori del fascismo che combatterono.
La nascita del modernismo italiano è un libro ben riuscito, che al netto di alcune considerazioni metodologiche (quali l’assenza di riferimenti letterari) può vantare diversi meriti: pone nuovamente l’accento sul rapporto tra politica e cultura, trascurato negli ultimi decenni in seguito alla crisi della critica letteraria, riesaminandolo fecondamente; dà una prima efficace sistemazione a un periodo culturale come il modernismo, individuato molto di recente; offre spunti di lavoro interessanti anche su epoche diverse e successive a quella che prende in esame. Cangiano ha scritto un libro di cui in futuro si dovrà sicuramente tener conto, se si vorrà delineare una storia letteraria del Novecento più precisa e funzionale; molto interessante sarà mettere in relazione la posizione di Cangiano, piuttosto critica nei confronti del modernismo, con le idee di altri studiosi.