Recensioni / Mimmo Cangiano, La nascita del modernismo italiano. Filosofie della crisi, storia e letteratura. 1903-1922

Se si può parlare di una generale tendenza a rivalutare la categoria di modernismo da parte degli studi italiani, questa si è collocata finora all’interno della critica letteraria. Le ricerche di Luperini, Tortora, Donnarumma, Somigli, Pellini tra altri mostrano come anche scrittori italiani del calibro di Pirandello, Svevo, Gadda, Tozzi, Ungaretti, Montale ragionarono e affrontarono, lungo un percorso parallelo, talvolta indipendente talvolta in dialogo, rispetto alle grandi figure europee (Proust, Joyce, Kafka) le questioni estetiche e letterarie che, oggi, trascorso il periodo di un uso altalenante e ambiguo del concetto, possiamo nominare con il termine “modernismo”. Mancava però uno studio che dimostrasse come nel nostro paese fosse penetrata una corrente modernista non soltanto in termini di poetica, ma anche di riflessione filosofica e saggistica, e come questa corrente transnazionale avesse attraversato il primo Novecento, riprendendo e adeguando alle problematiche nazionali quelle considerazioni di natura filosofica, scientifica, estetica, culturale e politica che la critica ha prontamente riconosciuto svilupparsi in paesi vicini, come la Francia, l’impero asburgico, la Germania, l’Inghilterra. I contesti socioculturali di questi paesi sperimentano una situazione analoga dal punto di vista della discussione pubblica, come dimostra, ad esempio, la polemica che sulla «Voce» intreccia le questioni italiane a quelle francesi, e nello specifico al lavoro della NRf. Mimmo Cangiano ha innanzitutto il merito di portare alla nostra attenzione i modi con cui il dibattito estero viene percepito in Italia, consentendo così la ricezione del pensiero modernista europeo.
Per la prima volta, il saggio storico di Cangiano ci consegna un percorso di narrazione delle idee moderniste all’interno del nostro paese, e di come queste influenzino tutto il dibattito italiano dagli inizi del Novecento fino alle soglie del fascismo, attraverso l’analisi della produzione soprattutto saggistica e, secondariamente, letteraria, di nove autori italiani (Pirandello, Papini, Prezzolini, Soffici, Palazzeschi, Boine, Jahier, Slataper, Michelstaedter), i quali hanno agito come un gruppo di intellettuali (spesso in stretto contatto tra loro, benché comitiva “discorde di amici”) che Gramsci avrebbe identificato come “secondo strato”, poiché impegnati nel compito di formare altri intellettuali attivi nelle scuole, nei giornali e nelle istituzioni italiane (particolarmente interessante la rilettura del rapporto tra intellettuali e Grande Guerra, prima e dopo Caporetto, che Cangiano porta a termine).
Tale scelta è stata fatta certamente per chiarire il legame fra le tematiche moderniste in questione e l’operato dell’intellettuale di estrazione borghese al sorgere, in Italia, della società di massa, ma anche per mostrare come abbia operato, qui da noi, il “fare ideologia” a quest’altezza storica, illustrando le dinamiche della socializzazione dello stesso lavoro intellettuale: da qui la necessità di sacrificare, in parte, lo studio della produzione artistica, per ragioni non solo materiali (considerando l’ampiezza del volume), ma anche strategiche. Il risultato, cioè, non è solo quello di dimostrare con perizia l’esistenza nel dibattito italiano delle idee moderniste, ma anche quello di riportare, attraverso l’analisi della produzione saggistica, questa stessa elaborazione intellettuale all’interno della categoria, da intendersi ampiamente, della letteratura, che nel volume di Cangiano comprende tanto il romanzo I vecchi e i giovani di Pirandello quanto l’opera filosofica La persuasione e la rettorica di Michelstaedter. L’estensione del corpus di lavoro, la diversità degli autori scelti, la profondità d’analisi dei concetti e della bibliografia di matrice filosofica ed estetica, e l’intreccio continuo di tutte queste sul piano storico non rendono possibile soffermarsi sulle varie fasi che il poderoso volume di Cangiano riconosce al modernismo italiano.
Che cos’è – per rispondere in breve – questo modernismo italiano? Tre eventi, in particolare, che avvengono contemporaneamente all’inizio del Novecento provocano la sua nascita. Cangiano li racchiude sotto l’etichetta di “Morte di Dio” e sono anche conosciuti col nome di “filosofie della crisi”: la fine del primato dell’oggettività, l’avvento di un soggetto non più unitario e la crisi linguistica del nesso tra referente e significato. Di fronte a tale vero e proprio terremoto epistemologico, la borghesia e gli intellettuali reagirono con un’ideologia, spesso regressiva, nazionalista, idealisticamente reazionaria, che si volle in grado di contrastare l’avanzare di una nuova cultura materialista, i cui protagonisti, contadini e proletari, iniziarono presto a farsi sentire, durante la Grande Guerra e nel biennio rosso. Ad esempio, la consistenza nel modernismo di una prospettiva ruralista, rinnovata appunto dopo Caporetto e l’operazione di consenso portata avanti dallo Stato e dagli intellettuali per la difesa della patria, si vede anche nel suo travasarsi all’interno dell’ideologia fascista. Se inizialmente l’anti-storicismo sembra l’unica risposta (punto di partenza del discorso introduttivo su Pirandello), i capitoli centrali entrano nel dettaglio delle reazioni tese, da un lato, ad esaltare il divenire e le nuove contraddizioni epistemiche e sociali (da parte dei futuristi, e di Palazzeschi) e, dall’altro, a riattivare gli antichi valori in senso politico-religioso (Boine e Jahier) o in senso classico e nazionale (Soffici).
L’importanza degli intellettuali per l’analisi del modernismo italiano è dunque da comprendere e storicizzare in un quadro che per Cangiano deve essere il più totalizzante possibile: lo sforzo di Papini, Prezzolini, Slataper sopra tutti, teso a portare a termine un’autorigenerazione degli intellettuali, poggia sulla convinzione che un’azione culturale, se condotta da una cultura “superiore”, possa ancora modificare il mondo. Per fare questo, gli intellettuali devono riunirsi in gruppi, in riviste, essendo ormai definitivamente tramontata la figura del vate. Essi si orientarono, secondo la volontà del pensiero borghese di assolutizzarsi e di rendere statici tutti i sommovimenti interni alla società, verso quelle forme essenzialiste che non hanno saputo riconoscere i processi storici in essere. Ma nel capitolo finale Michelstaedter, che svolge un ruolo da protagonista e cui spetta il compito di chiudere il percorso di Cangiano, emerge come figura filosofica maggiore del primo Novecento italiano, e figura autocritica per tutta la categoria degli intellettuali: l’unico a saper esplicitare una relazione tra le categorie linguistiche e le ideologie sociali, comprendendo (in anticipo rispetto al dibattito marxista degli anni immediatamente successivi) che quello che accade sul piano culturale sta avvenendo anche su quello sociale. Fu l’unico in grado di spiegare come la crisi dell’oggettività non abbia reso gli uomini più liberi, ma al contrario li abbia alienati, conducendoli ad analizzare un problema storico-sociale su un piano esclusivamente culturale, mentre le verità assolute erano già state sostituite da verità sociali e dalle loro forme “rettoriche”.