Recensioni / Francois Paré, letteratura alla prova del Quebec

«La letteratura è quella che s'insegna», disse una volta Roland Barthes in una conferenza. Senza memoria, Senza trasmissione, non c'è letteratura. Cosa succede allora a tutto ciò che ambisce a essere letteratura, ma non s'insegna? È inevitabilmente destinato all'oblio? Oppure deve cercare di entrare nella «letteratura che s'insegna», perdendo la propria diversità nel nome della riconoscibilità? Su queste domande s’interroga (c’interroga) Francois Paré, professore di letteratura francese in Canada, in un libro, Letterature dell'esiguità (Quodlibet, pp, 208, € 15,00) che si muove tra riflessione teorica e ricerca sul campo, prospettiva istituzionale e bisogno di altrove. Costruito come una serie di pensieri che s'inseguono, per evitare il carattere compatto del trattato di poetica, sul modello del Barthes di Variazioni sulla scrittura, il libro esibisce continuamente citazioni da scrittori sconosciuti alla maggioranza dei lettori Italiani (che hanno una formazione istituzionale: sui banchi di scuola e sulle pagine dei giornali), come Patrice Derbiens; André Paiement, Edvrard Kaman Brathwaite, André Leduc, Aonghas Macnearail, Si tratta per lo più di autori del Quebec (cioè di una minoranza linguistica), ma anche dei Paesi Baschi, sloveni, inuit, tirolesi, delle Barbados, delle Mauritius, delle Seychelles, navajo, scozzesi, etc. Ci sono però anche pagine su Tahar Ben Jelloun, Salman Rushdie, Pier Paolo Pasolini. Potrebbe sembrare allora l'ennesimo tentativo, piuttosto scontato, di allargare il canone, guardare verso le culture altre, dare voce alle zone di minoranza e di emarginazione. Letto così, il libro di Paré verrebbe svuotato della dimensione problematica che lo caratterizza: consapevole del fatto che nel momento in cui diventano oggetto d'insegnamento ogni scrittore e ogni letteratura vengono sottoposti a un processo di «neutralizzazione», Paré rivendica la necessità della marginalità di tutto il discorso letterario. Si tratta pur sempre, in fondo, di un discorso di minoranza, anche nei casi in cui è istituzionalizzato, visto che non riguarda più del 5 % della popolazione mondiale; minoranza, però, che in un modo o nell'altro ha a che fare con il potere: senza indulgere alla facile tentazione dell’antagonismo, Paré propone di interrogarsi sulla letteratura come territorio dell'esiguità, cioè luogo dove si prova a dire l'indicibile e dar voce a chi non ce l'ha. Rompere il silenzio, nella solitudine, invitando all'ascolto; per evitare di essere solo ripetizione del già detto, come avviene, purtroppo, nella maggior parte delle istituzioni letterarie. Ciò non vorrà dire rinunciare all'istituzione, alla scuola e alla critica: vorrà dire, piuttosto, andare a cercare, anche nell'istituzione, i segni di quell'esiguità e di quella minorità (l’oralità, le urla di dolore e sofferenza, le figure di follia e degradazione) che ogni parola, ogni letteratura, all’origine ha avuto. Tra piccole e grandi letterature il confine non è invalicabile, se si legge ogni grande letteratura come qualcosa che un tempo era piccola; lo strappo è avvenuto a tavolino, artificialmente (in Europa durante il Rinascimento), ma la critica ha ancora la possibilità di recuperare nel grande le tracce del piccolo, le sue origini remote,l'eco delle parole disperse e delle voci perdute. Questo è il suo compito, oggi, Senza facili terzomondismi e antagonismi superficiali.
A chi gli chiedeva perché non facesse un corso sulla letteratura del Quebec, Paré non trovava risposta: non farlo significava ignorare quella letteratura, ma farlo significava depotenziarla, in fondo tradirla. Dal dilemma il libro non esce, anche se sembra suggerire una risposta affascinante, che sta nell'andare alla ricerca della letteratura del Quebec all'interno della letteratura francese, perché ogni letteratura, creando la propria importanza, istituisce, ai margini di se stessa, «i luoghi fantasmatici del proprio ammutolimento, della sua stessa estinzione come linguaggio, i propri spazi di esiguità». La dialettica tra «letteratura che s'insegna» e «letteratura che non s'insegna» a questo punto non regge più: il discorso letterario è insieme inclusione ed esclusione, perché è un discorso del margine, zona di confine, terra di nessuno. A patto di non mitizzare la parola originaria, ciò che ogni letteratura, prima di definirsi, è stata: altrimenti la sacralizzazione di questa parola la respinge nel buffo, la esclude dalla storia, ne fa oggetto di venerazione Senza movimento, né energia. Nel1'alternativa tra sacerdozio e maledizione si nasconde il rifiuto: «se fossi mussulmano, sarei il gran Sacerdote della Mecca e il servitore di Allah, Ma poiché non sono che vagamente del Quebec, sono stato messo in casa di cura, dove nessuno trema a ciò che voi dite, dove nessuno vi ascolta», scrive Victor-Lévy Beaulieu. Non è il mito romantico del poeta folle, spossessato dal potere del diritto di parola, a riscattare la letteratura: ciò che le restituisce dignità è piuttosto la sua capacità di separare e riavvicinare il desiderio, giustapporre la fragilità e 1'eccesso, precedere e creare il pubblico. Muoversi senza darsi per scontata. Rimettersi in gioco ogni volta. Riaprire continuamente la partita. Trent'anni fa, in un libro su Kafka, Deleuze e Guattari proponevano l’idea di «letteratura minore»: anziché ambire a diventare lingua di Stato, lingua ufficiale, assolvere una funzione maggiore, la letteratura ha la capacità e la forza di «fare il sogno al contrario: saper creare un divenir-minore». Paré è nella loro scia: «ripensarsi per un certo tempo, al di fuori dell'eternità del verbo, nella pelle del più vulnerabile, ai margini della scomparsa e del silenzio» («Il corpo diviso parto resto discretamente la / dove la traversata del desiderio getta un'ombra»: Denise Desautels). L'obiettivo è quello di andare a caccia, come dice una poesia di Paul Savoie, dell'«effimero animale variopinto»: ciò che è eccezionale perché caduco e inafferrabile. La letteratura: il destino dell'uomo sulla terra.