Recensioni / La traduzione e la lettera

Sul tradurre si fonda ogni comunicazione non elementare. Nessun interlocutore può essere compreso, se non vogliamo nel nostro il suo universo di riferimenti, necessariamente diverso. Non esiste cultura scritta che non sia una fitta trama di rapporti di traduzione, a partire dai testi religiosi e letterari È, perciò, non piccolo choc leggere in un libro che trasuda cultura e intelligenza – La traduzione e la lettera di Antoine Berman, rielaborazione di un seminario tenuto ne 1984 al College international de philosophie di Parigi – che l'intera prassi della traduzione occidentale poggia su fondamenta capovolte e ha prodotto esiti perversi.
Fin dalle origini dello scambio si cercò di assimilare il testo alieno alla propria coltura annullando il più possibile la distanza e le differenze. Non si testò cioè mai, o quasi mai, di preservare forme e contenuti, ma di omologarli e contraffarli, con operazione illusoria e illusionistica insieme: una “buona traduzione”,  si dice, deve produrre un testo che suoni nella lingua e cultura di arrivo come se fosse stato pensato e scritto originariamente in essa.
La “traduzione etnocentrica” è una forma d'“imperialismo”. Con evidente forzatura storica, Berman ne individua le radici nella cultura romana: “La traduzione etnocentrica nasce a Roma... Tutto il corpus dei testi greci viene tradotto, e questa impresa di traduzione massiccia è il vero fondamento della letteratura latina”. Cancellando e appiattendo sistematicamenie le differenze tra i testi, le lingue, le culture non si creano però testi vivi e vitali, bensì mostri: cadaveri animati da un soffio artificiale, robot, androidi.
Questa prassi si ispira secondo Berman – seconda forzatura storica – alla massima di San Paolo: “la lettera uccide, lo spirito vivífica”. Chi si propone di tradurre il senso del messaggio, anziché le singole parole– questo proclama San Gerolamo, il traduttore della Vulgata, la Bibbia cristiana tuttora in uso – è propenso a concedersi qualunque arbitrio. Si arriva così alla vulgata traduttoria, in cui ogni aggiustamento è lecito pur di scrivere “in buon italiano”. Ma il prezzo pagato è la perdita del senso: chi stravolge la forma uccide anche l’essenza del messaggio, che non può essere separata dai suoi modi espressivi.
Questa brillante pars destruens, arricchita da una dettagliata analisi delle deformazioni alle quali il testo viene sottoposto per meglio assimilarlo. Al metodo perverso dominante nella prassi e mercato Berman contrappone la propria “etici della traduzione”: la versione dev’essere letterale anche a costo di alienare, stravolgere, violentare la lingua d’arrivo. Solo così il testo originale conserva la propria identità e diviene oggetto di autentico arricchimento.
Come si vede, Berman addita a editori e traduttori un cammino impervio. E i modelli che propone – tre versioni celebri ma poco familiari al lettore italiano: Hölderlin traduttore di Sofocle, Chateaubriand del Paradiso perduto di Milton, Klossowski dell’Eneide di Virgilio non sono fatti per tranquillizzarli.