Recensioni / Mozziconi

La casa editrice Quodlibet ha ristampato un piccolo, prezioso testo di Luigi Malerba intitolato Mozziconi.
Malerba (pseudonimo di Luigi Bonardi; nato a Pietramogolana, frazione di Berceto in provincia di Parma l’11 novembre 1927 – morto a Roma l’8 maggio 2008),) è uno dei migliori e più apprezzati autori italiani del secondo Novecento. Ha scritto libri memorabili che hanno lasciato il segno in chi li ha letti, influenzando la parte migliore della letteratura italiana contemporanea. Tra i tanti: Il serpente (1966), Salto mortale (1968), Il protagonista (1973), Le rose imperiali (1974), Dopo il pescecane (1979), Il pianeta azzurro (1986), Testa d’argento (1988), Fantasmi romani (2006).
Ha lavorato per il cinema e per diversi giornali.
Nelle edizioni Quodlibet: Le galline pensierose (2014), Consigli inutili (2014), Il pataffio (2015), Storiette e Storiette tascabili (2016), Strategie del comico (2018), Mozziconi (2019).
Conobbi Malerba molti anni fa, quando generosamente tentò di pubblicare il mio libro Il resto è silenzio nella nascente (e di lì a poco morente) Cooperativa Scrittori.
Chiusa l’avventura della Cooperativa, il libro trovò un altro editore e io avevo trovato un personaggio straordinario: Luigi Malerba, Gigi per gli amici. Qualche tempo dopo, negli anni ’70, se non ricordo male, fui regista dell’adattamento radiofonico delle sue Galline pensierose per Radiorai. Gli incontri con lui nella sua casa romana in Via Tormillina, furono sempre contrassegnati da una quieta ma bollente allegria per le storie che raccontava, per sottolineare quanto era stato fedele al ruolo di scrittore avendo sposato una donna che faceva di cognome Lapenna. Ovvero Anna, donna di grande intelligenza e stile.
Ora è ristampato Mozziconi con una bandella firmata E.C. che credo stiano per Ermanno Cavazzoni.
Mozziconi è un barbone che ha per cognome Mozziconi, ma che non ha un nome. Si chiama Mozziconi. Mozziconi e basta. La cosa molto l’imbarazza e lo rende senza amici con cui ridere o litigare. Abita in una casetta abusiva appena fuori Roma vicino all’Acquedotto Felice, luogo che poi tanto felice non è, tanto che Mozziconi butta la casa pezzo per pezzo fuori della finestra e alla fine butta anche la finestra fuori della finestra e se ne va a vivere sotto i ponti lungo il Tevere.
Parla con pochissimi, talvolta viene deriso e lui insulta brevemente pappagalli e pesci parlanti, legge fogli di giornali che i romani «sporcacchioni» gettano dalle spallette dei ponti insieme con barattoli, cicche, stracci, chiodi, piatti sbeccati, lavandini vecchi e altra roba che Mozziconi studiosamente converte in oggetti utili alla sua vita randagia. Guarda la città dal basso e la città lo guarda dall’alto in basso mentre scrive massime che imbottiglia e le tuffa nel Tevere. Quando si ammala Mozziconi fa la sottrazione alla temperatura e così guarisce e inventa proverbi. Mozziconi sa di vivere in una città di ministri «ruboni e peculoni» e scrive una parola, la costruisce lettera per lettera con rami di ciliegio marino in un modo da far invidia ad un artista invitato alla Biennale. La parola sarà ammonimento e vendetta, perfino i turisti vengono a Roma per vedere quelle cinque lettere.
Qual è la parola? Comprate il libro e lo saprete.