Recensioni / Di quei nomadi che vivono nudi

Gli Aranda (o Arunta) […] sono un popolo che vive, o meglio, viveva, nel deserto centrale dell’Australia e che oggi, dal punto di vista culturale, si può considerare estinto. Ne parliamo perché è di straordinario interesse il divario che in questa cultura esisteva tra l’esiguità della componente materiale e la complessità della dimensione religiosa, mitica e sociale, che ne ha fatto oggetto di studio per alcuni dei massimi antropologi del XX secolo.
La straordinarietà del patrimonio di miti e credenze religiose permea talmente a fondo il loro sistema culturale che per capirne la cultura occorre partire dal loro mito di creazione. Il periodo della creazione era chiamato dagli Aranda il «Tempo del Sogno»; quello in cui i grandi antenati vagavano per la terra: allo stesso tempo umani, animali e uccelli; tutte le cose della natura erano un unicum. Le specie naturali e gli esseri umani discendevano tutti da questa forza vitale, quindi erano in relazione intima tra di loro. […]
La vita degli aborigeni era quindi modellata dalle storie del Tempo del Sogno, che costituivano sia la spiegazione del modo in cui il mondo era stato creato, sia del modo in cui le persone dovevano comportarsi e praticare le relazioni sociali. […] Contrariamente al loro straordinario universo spirituale, la cultura materiale degli aborigeni, e specialmente quella degli Aranda, era semplicissima: essi si muovevano all’interno del loro territorio alla perenne ricerca di cibo e acqua. Come in genere avviene per i cacciatori-raccoglitori, la caccia era prerogativa degli uomini e la raccolta spettava a donne e bambini. […]
Gli Aranda, vivendo in un territorio con scarsissime risorse, erano costretti a spostarsi continuamente in cerca di cibo; nei loro campi provvisori, la sera, erano le donne a costruire i semplici paraventi di frasche che li riparavano in parte dal freddo notturno. […] I bagagli personali di uomini e donne costituiscono un catalogo dei più importanti strumenti degli Aranda, ma ciò non significa che tutti questi strumenti venissero trasportati durante le migrazioni giornaliere. Le osservazioni degli antropologi ci dicono che gli Aranda occultavano – in vista di un successivo passaggio – od abbandonavano diversi strumenti, incuranti della fatica che avevano fatto per costruirli. Preferivano rinunciare agli oggetti piuttosto che alla loro libertà di movimento. […] È lo stesso amore per la libertà che spinge gli Aranda a liberarsi degli strumenti costruiti con tanta fatica.
[…] Cosa c’entrano queste storie di primitivi con il design? Qualche risposta può venire dal catalogo di una mostra organizzata dalla Galleria di Arte Moderna di Bologna nel 1975, intitolata Avanguardie e cultura popolare. Nel 1975 Superstudio accompagnava la partecipazione a quella mostra con una serie di schede comparative; in esse la giornata di una famiglia italiana veniva paragonata a quella di una famiglia aborigena australiana, soprattutto con riferimento alla quantità e alla tipologia degli oggetti usati nei rispettivi contesti.
“Galassia di oggetti”, ovvero essi sono quello che noi non siamo
[…] È questo il punto più profondo dell’abisso che ci divide. Noi, circondati di oggetti, condizionati dagli oggetti, schiacciati dagli oggetti che abbiamo voluto o che vorremmo o che sogniamo di avere, accusiamo un disagio sempre maggiore nel riuscire a vivere in una delle regioni della terra più favorite dal clima e dalla natura.
Essi viceversa hanno scelto – o comunque accettato – di vivere, con pochissimi, semplici oggetti, in uno degli ambienti più ostili del globo. Essi hanno scelto di non avere una Storia, di non catalogare tutto, di non misurare, confrontare, sistematizzare, giudicare in scale di valori e imporle; essi hanno scelto di non lasciare impronte monumentali nel tempo e nello spazio, di non accumulare potere e oggetti.
Perché li abbiamo scelti per confrontarli con noi? Perché è più difficile applicare a essi che ad altri primitivi il mito del buon selvaggio o delle isole felici; perché è più facile scorgere in essi i segni dei dolori, delle difficoltà, delle malattie, della fatica di vivere.
Noi abbiamo perseguito per migliaia di anni il superamento di tutte queste cose: ogni generazione è stata convinta di essere prossima al traguardo della felicità, e invece questo si allontanava, mutava, svaniva sotto i nostri occhi come un miraggio.
Nel nostro lontano passato abbiamo preso una decisione fondamentale; abbiamo deciso di sacrificare una parte della nostra libertà alla conquista del nostro benessere; ogni generazione ha fatto il suo piccolo sacrificio per il raggiungimento di questo traguardo; oggi esso è ancora lontano e noi siamo rimasti con poche briciole della nostra libertà.
Loro invece hanno scelto solo di essere liberi, nel bene e nel male, padroni del loro mondo e di sé stessi; liberi perché certi dei significati e dei valori delle cose che li circondano e quindi in armonia con essi; liberi di affrontare i loro problemi perché solo da sé stessi possono attendersene la soluzione; liberi magari di morire a quarant’anni ma al termine di un completo ciclo biologico e sociale.
Chi ha preso la decisione migliore? È impossibile dirlo. I risultati sono così lontani nel tempo e nello spazio da non poter essere paragonati. È più difficile sopravvivere alla mancanza d’acqua in un deserto o alla mancanza di energia in una città?