Recensioni / Jelly Roll. Io sono il jazz

C'è un pianista, compositore, bandleader, cantante che tra il 1915 e il 1930 imperversa in tutti gli Stati Uniti: all'anagrafe è Ferdinand Joseph LaMothe, per tutti è Jelly Roll Morton, nato a New Orleans tra il 1885 e il 1890 (la data resta ancora incerta) e morto a Los Angeles nel 1941 quando riprende l'attività creativa su ipotesi perfino sperimentali. Lascia all'umanità diversi capolavori della storia musicale non solo afroamericana, da King Porter Stomp (standard tuttora suonato in chiave moderna) a Black Bottom Stomp, Smoke House Blues, The Chant, Dead Man Blues, Doctor Jazz, The Pearls, Kansas City Stomp, Wolverine Blues (suonati da tutti i dixielander almeno una volta nella vita). A lui è dedicato un libro fondamentale nella storia del jazz, quel Mister Jelly Roll finalmente tradotto e pubblicato anche in Italia a cura di Claudio Sessa con il titolo di Mister Jelly Roll. Vita, fortune e disavventure di Jelly Roll Morton, creolo di New Orleans, «inventore del jazz», edito da Quodlibet Chorus, che mesi fa ha dato alle stampe una poderosa monograia sull'’Art Ensemble of Chicago, Grande Musica Nera di Paul Steinbeck.
Il volume sul grande jazzista risulta da no quasi un'entità astratta, citata per sentito dire, mai entrata in un immaginario di studi o memorie, di cui il nostro paese, in riferimento alla musica afroamericana, è tutto sommato abbastanza ricco e vario: resta quindi un mistero l'assenza per ben 69 anni dell'opera concepita e voluta da Alan Lomax, rispetto ad esempio a Ecco i blues di Milton Mezzrow e Bernard Wolfe, Satchmo. La mia vita a New Orleans di Louis Armstrong, La signora canta i blues di Billie Holiday e William Duffy, presenti nelle librerie italiane dagli anni Cinquanta/Sessanta come nei coevi bookstore nordamericani.
La colpa, se di colpa si può parlare, è dovuta al clima di incertezze, dubbi, provocazioni, malintesi, che questo tomo poderoso (ben 364 pagine italiane) suscita, negli States, tra gli addetti ai lavori e di riflesso nel gossip internazionale, creando anche da noi sospetti e dinieghi su Morton uomo e artista da parte della critica jazz di prima generazione: i mensili «Musica Jazz», «Ritmo Jazz di ieri e di oggi», nati tra il 1945 e il 1959, all'epoca sono poco propensi a verificare sul campo o sugli archivi le dicerie e le affermazioni su un Morton che, nel libro, risulterebbe sostanzialmente bugiardo o approssimativo. In tal senso la fama sinistra, di cui gode fin da subito il jazzman – accusato dunque dai critici di fare del testo un ricettacolo di mezogne e quindi sminuito addirittura quale musicista non solo impostore, ma anche presuntuoso, esagerato, goliardico – solo ora viene scientificamente ribaltata da una attenta disamina di fonti originarie , grazie a incroci, carotaggi, approfondimenti di ordine storico, musicologico, ento-antropologico.
Lomax e Morton si incontrarono grazie alla politica governativa americana degli anni Trenta, nota anche come New Deal, modello di riformismo sociale illuminato del presidente Theodore W. Roosvelt che incoraggia o promuove anche la cultura e le arti, mediante una serie di iniziative pubbluche riguardanti il coinvolgimento delle classi meno abbienti. Nella musica, in parallelo alla fotografia e in parte al cinema documentario, la Library of Congress di Washington è il punto di partenza e di arrivo di una sorta di censimento delle sonorità folk e popular mediante l'avvio di ricerche sul campo in base alla nuova disciplina etnomusicologica.
John e Alan Lomax, padre e figlio, brillanti studiosi di orientamento marxista - alla pari di moltissimi intellettuali statunitensi, grazie al successo del Partito Comunista Americano che, all'epoca, arriva a essere la terza forza dopo Democratici e Repubblicani – vengono ncaricati di sondare, raccogliere, preservare i patrimoni musicali anonimi, collettivi, spontanei, girando la Nazione in lungo e in largo, dotandosi di apparecchiature sofisticate, quasi aweniristiche, come l'auto giardinetta in cui i sedili posterimi e il bagagliaio vengono sostituiti da un autentico studio di registrazione, in modo da immortalare in loco le voci e gli strumenti delle tradizioni a stelle-e-strisce.
Al giovane Alan, ventitreenne, amante e conoscitore del folk bianco di origini proletarie, tocca occuparsi di jazz, di cui non sa quasi nulla: nel 1938 lo swing è all'apogeo in quanto a successo commerciale e proprio per questo viene disprezzato da lui e dall'intellighenzia, che ignora il recente passato «nobile» di questa musica originale (dal ragtime al Kansas City Style, passando dalle scuole di New Orleans, Chicago, New York e dagli stili barrelhouse, dixie, stride, boogie) essendo i dischi hot ormai introvabili e mai ristampati. La percezione del jazz equivale dunque, nel 1938, a conoscere e ascoltare soltanto le orchestre bianche alla Benny Goodman o le virate pacchiane di un Louis Armstrong, senza sapere che proprio quest'ultimo, dieci anni prima, incide, con gli Hot Five e gli Hot Seven, alcuni capolavori assoluti della cultura novecentesca e prima di lui i vari King Oliver, Bessie Smith, Freddy Keppard, codificano, anche su disco, le sonorità di New Orleans, sviluppatesi già nei primi anni del XX secolo.

L'inventore Tra gli «inventori» del jazz, c' è anche un elegante pianista creolo, che, a certo punto, adopera storpiato, il cognome materno, Morton e preferisce essere apostrofato come Jelly Roll, allusione esplicita all'organo sessuale femminile, per via delle destrezze amatoriali, di cui egli stesso si fa vanto. Jelly Roll Morton, dunque, è ben consapevole di essere tra i «padri fondatoti» anzi si autoproclama l'unico «inventor ofjazz», facendolo scrivere persino sui biglietti da visita, allorché regna incontrastato nei locali notturni di Chicago tra il 1926 e il 1927.
Ma nel momento in cui il pianista si presenta davanti ad Alan non è più nessuno: la crisi del 1929 conduce sul lastrico e nel dimenticatoio molti jazzmen, soprattutto neri, i quali, per sbarcare il lunario, si vedono costretti a occuparsi di altro riducendosi talvolta a eseguire i lavori più umili. JellyRoll, dopo alcuni fallimentari tentativi nel management sportivo, apre un piccolo nightclub sopra un ristorantino a Washington, città ritenuta di secondo piano per il j azz.I1 locale, dove lo stesso Morton suona il piano e serve ai tavoli, resiste con sempre maggiori frequentazioni, grazie a uno stuolo di appassionati che ricordano bene i fasti di questo bizzarro intrattenitore assieme al gruppo allora chiamato The Red Hot Peppers.
Si sparge la voce anche fuori dalla capitale e la notizia giunge alle orecchie di Lomax che non tarda ad avvicinare Jelly Roll e proporgli un'iniziativa rivoluzio - naia: un'autobiografia contemporaneamente parlata, cantata, suonata al pianoforte, che sarà registrata al magnetofono in svariate sedute; il tutto verrà poi riversato su dischi a 78 giri (e solo nel 2007 su cd), mentre la trascrizione del racconto prenderà forma in volume solo ne11950, con tagli e aggiustamenti che di recente - per via delle analisi scientifiche di cui sopra - fanno storcere il naso agli esperti, che a loro volta però constatano la bontà del progetto e soprattutto l'esattezza delle parole del protagonista che, pur tra qualche esibizionismo, si attiene rigorosamente ai fatti accaduti, svelando al mondo la vera New Orleans del primo quarto di Novecento, che per le musiche contemporanee, risulta un po' come l'Atene di Pericle nelle arti o la Firenze quattrocentesca del Rinascimento o ancora la New York postbellica del bebop, dell'action painting, della beat generation.

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