Recensioni / Permunian, storie di lucida malinconia

Ritorna in libreria lo scrittore desenzanese, che ha affidato alle edizioni «Quodlibeb», il suo breve concentrato di frammenti ed epigrammi
Permunian, storie di lucida malinconia
Il sofferto diario affettivo dell'autore di «Camminando nell'aria della sera»

Secondo l’antica medicina, la malinconia è l’umor nero secreto dalla bile. Mi è venuto in mente questo, mentre leggevo "II principio della malinconia" (Quodlibet, pp.67, euro 12),l’ultima fatica di Francesco Permunian, corredata da una breve quanto succulenta nota di Giorgio Cusatelli.
Naturalmente non alludo ad alcuna patologia dell'autore. Oggi per malinconia si intende una condizione sentimentale, una malattia dell'anima invalidante, anche perché fisicamente dolorosa. Ecco quello che pensavo e volevo dire: la malinconia è un patimento corporale.
No,non è un romanzo. Il libricino (per quanto riguarda la mole) si presenta come una sorta di "moleskine" annotato di pensieri distillati. Schegge di autobiografia, frammenti, ossessioni; allucinazioni sottoforma di epigrammi morali. Sulla pagina si staglia nudo il focus, il punto di vista spolpato di narratività e centrifugato al massimo: ottenere un effetto dirompente con il minor numero di parole.
Chi conosce i libri di Permunian ("Cronaca di un servo felice", "Camminando nell’aria della sera", "Nel paese delle ceneri") sa che per lo scrittore desenzanese d'adozione la vita e tibullianamente "pulvis et umbra", buia e polverosa. II disfacimento costituisce il perfido epilogo dell'insensatezza dell'esistenza: anche i ricordi si decompongono «come foglie sotto la pioggia autunnale». Proprio gli stessi ricordi che ci avevano illuso, proponendosi come viatico consolatorio, assumono i contorni dell'incubo, ci assediano, sfilano come "incappucciati", rigurgitano come pressanti fantasmi o come "oggetti smarriti della memoria".
Uno di questi è una donna amata, che con la sua presenza-assenza occupa i pensieri dell' autore. Una donna che è stata portata via da un lutto e che ha lasciato nella carne viva dell’ amato le stimmate della sofferenza, di un vuoto vertiginoso e devastante («Da quando lei non c'è più, spesso la solitudine mi ha aggredito con unghie di ferro). Nel trionfo del nulla e nelle "paludi dell’angoscia" è il tempo il vero moloch che impone il suo dettato crudele e assurdo. Il tempo che ci mangia e ci sfiora illusoriamente come il vento. A questa legge cosmica spietata Permunian oppone il suo delirio trucido, la consapevolezza del suo pessimismo altrettanto spietato. Un pessimismo alimentato dal ghigno irridente che risponde colpo su colpo alle ingegnerie sinistre del destino, che denuncia la babele di schiamazzi di questo mondo, che nella scrittura trova la sua unica possibilità di resistenza umana, perché solo la fantasia può sbugiardare la realtà.
E' sempre la letteratura che ci lancia alla fine la ciambella di salvataggio. E Permunian, con le sue accensioni visionarie che hanno la secchezza bruciante di un aforisma, con la sua prosa liftata di rimandi espressionisti e sleali, ci offre una via di fuga in quegli spazi di poesia purissima in cui gli approdi alla conoscenza valgono più di qualsiasi consolazione. Come direbbe il Principe Charles-,Joseph de Ligne, questo è un libro che va letto a spicchi. Bisogna "aprirlo a caso, e avendolo trovato qualche cosa che ti interessa, chiudere il libro e meditare".