Recensioni / Pessoa, la follia neopagana

Pubblicati in Italia i racconti dello scrittore “firmati” dal filosofo Antònio Mora

Ho creato in me varie personalità. Creo costantemente personalità. Ogni mio sogno, appena lo comincio a sognare, è incarnato da un'altra persona che inizia a sognarlo, e non sono io. Per creare, mi sono distrutto; mi sono esteriorizzato dentro di me che dentro di me non esisto se non esteriormente. Sono la scena viva sulla quale passano svariati attori che recitano variati drammi». Così Fernando Pessoa svela il meraviglioso mistero legato alla finzione letteraria dei suoi numerosi eteronimi.
La vita plurale di Pessoa è tutta nei suoi eteronimi: le sue profondissime e costanti inquietudini spirituali sono riassunte nelle biografie dei personaggi partorite dalla fantasia esoterica della sua mente geniale.
Che vite furono quelle che Fernando visse in questi e altri scritti da lui creati? In che cosa o in che senso lo hanno aiutato, magari a vivere o a morire? I biografi e gli studiosi del grande scrittore portoghese non dimenticano quella sua dichiarazione in cui afferma che fin dall’infanzia aveva piacere a circondarsi di personaggi fittizi da lui inventati e ai quali egli stesso attribuiva l’origine remota dei suoi eteronimi. Alberto Caeiro, Alvaro de Campos, Ricardo Reis sono i simboli dell’opera completa di Fernando Pessoa: un vasto libro dell’inquietudine che cerca nelle elucubrazioni dell’abisso interiore i principi dell’immortalità dell’anima.
Nelle biografie di Pessoa un posto particolare occupa il filosofo Antònio Mora. Tra il 1914 e il 1915 Pessoa decise di firmare con il nome del dottor Antònio Mora, laureato in giurisprudenza, i primi testi teorici sul paganesimo e neopaganesimo, emancipando così il personaggio da finzione narrativa a vero e proprio eteronimo, autore in proprio di testi.
Per la prima volta in italiano vengono pubblicati, nel volume "Il ritorno degli dei" (a cura di Vncenzo Russo, Quodlibet, pp. 333, euro 24) tutti gli scritti che Fernando Pessoa lascia attribuire al filosofo neopagano Antònio Mora.
Alla follia del filosofo Mora lo scrittore e poeta portoghese affida il compito e la responsabilità di speculare su grandi questioni culturali come la storia e l’essenza del paganesimo, la sua ricostruzione nella società moderna, i suoi rapporti con le altre religioni e con il cristianesimo in particolare, la possibilità di fondare una scuola neopagana portoghese.
Infatti Mora crede che le società saranno maggiormente disciplinate e orientate da quella religione che sia più vicina alla Natura, dato che potrà influire sugli uomini affinché non deviino dalle leggi naturali fondamentali della vita umana.
La religione pagana è la più naturale di tutte le religioni. «Il paganesimo -scrive Mora -non è materialista né è limitato: è semplicemente il concetto dell’universo che stabilisce, su tutto, l’esistenza di un destino implacabile e astratto, a cui uomini e dèi sono ugualmente soggetti».
Della religione in generale Antònio Mora crede che sia la manifestazione di un'unità di pensiero. Una religione si risolve in una corrente metafisica. In proposito è interessante leggere cosa il filosofo annota nei suoi quaderni: «Una metafisica e un modo di sentire le cose; questo modo di sentire le cose può, d'accordo con il temperamento dell’individuo [che lo sente], assumere un carattere religioso». Dal ruolo intellettuale del sentimento religioso scaturisce l'inevitabilità della poesia nella formazione del neopaganesimo portoghese. «Triste è l’allegria di queste epoche - osserva il filosofo incantato dal sentimento della Natura - e falsa la sua sicurezza. La loro allegria è triste, tanto che non tarderà a risuonare nei canti dei suoi poeti, perché nessuna concessione più gradita all'anima ci ha offerto la misericordia degli dèi (del Destino) che quella di cambiare e di variare. E la sua sicurezza è falsa, perché non si arriva mai a un limite, non si esaurisce mai la novità, ed esistono sempre nuovi cammini attraverso cui procede la marcia rinnovata di coloro che sono nati con il dono di trovarli».
Il paganesimo, nella verità della poesia, ha un'estetica propria e Mora ne propone il principio generale asserendo che «il fine dell’arte è imitare perfettamente la Natura». Il filosofo rifiuta la vaghezza e l’indefinizione dei sentimenti che confina nella musica. «Per i sentimenti - scrive - perfettamente definiti, tali che l’emozione in essi è difficile, esiste la prosa. Per i sentimenti armonici e fluidi esiste la poesia».
L'originalità del pensiero di Mora si avverte nella sua analisi della storia del cristianesimo, e in particolare del cattolicesimo. È interessante vedere subito cosa scrive: «Diciamo la frase decisiva e affermatrice. La Chiesa Cattolica non deriva, non proce­de dall'Impero Romano. La Chiesa Cattolica è l’Impero Romano. Pertanto il cristianesimo e l'estrema degenerazione del paganesimo greco-romano. Esso è l’elemento tipico della nostra civiltà. Dove appare ci ricivilizziamo; quando scompare, sopraggiunge la ribarbarizzazione». Il Rinascimento, secondo il pensiero di Mora, è grande perché si basa sugli elementi pagani del cattolicesimo, e Dante, considerato dal filosofo rinascimentale, scrisse la Divina Commedia utilizzando gli elementi pagani del cristianesimo.
Nel complesso mondo filosofico di Fernando Pessoa la sequenza senza soluzione di continuità storica del pensiero di Mora arricchisce il mistero legato alla finzione eteronimica, senza la quale è impossibile comprendere l'opera intera de!lo scrittore portoghese.
Se è vero, come scrive lo stesso Pessoa, che egli fu sempre un poeta animato dalla filosofa e non un filosofo con facoltà poetiche, mettersi ora sulle tracce dell’opera di Mora significa interrogare l’essenza di tutta l’invenzione pessoana.
La traduzione italiana dei testi dell’eteronimo inedito Antònio Mora, così come sono stati fissati dalla recente edizione critica pubblicata in Portogallo nel 2oo2, può contribuire a far conoscere un Pessoa un po' "più completo". Questo è anche lo scopo del libro curato da Vncenzo Russo, che getta uno sguardo nuovo sul processo di creazione eteronimica e sui suoi dispositivi, restituendo la dorsale dottrinaria dello scrittore portoghese. «Antònio Mora - scrive infatti Russo - occupa una posizione tanto più significativa, quanto più l’eteronimia viene ripensata in un'ottica pagana: infatti il tentativo - che ha impegnato Pessoa per tutta la vita - di giustificare e far funzionare l’eteronimia quale causa e conseguenza del sistema pagano, ha reso Antònio Mora non già la voce lontana e intermittente di un semplice nome, ma l’esempio pragmatico della prassi eteronimica... La parabola-destino di Mora figura al centro di una ventennale vicenda di trasformazioni, piani, ripensamenti, offre una prospettiva differente di lettura dell’eteronimia, un altro sguardo, come differito rispetto a quello classico dei "four poets"».
Insomma, l’essenza dell’eteronimia di Femando Pessoa (percorso significante aperto verso il recupero incessante di potenzialità espressive e di dimensioni ideologico-letterarie) e tutta riassunta nella figura e nel pensiero di Antònio Mora. Forse anche Alvaro del Campos, Ricardo Reis e Alberto Caeiro possono considerarsi figli della follia del filosofo neopagano.