Recensioni / Le Marche e l'Italia a volo d’uccello

Notissimo pittore di paesaggi, Tullio Pericoli viene celebrato con una mostra ad Ascoli Piceno, a cura di Claudio Cerritelli (Palazzo dei Capitani, fino al 3o maggio 2020; catalogo Quodlibet). Forme del paesaggio (1970-2018) è l'occasione d'intendere, attraverso 165 opere esposte in ordine cronologico inverso, il percorso di un artista che a questo tema ha dedicato una sperimentazione materica e stilistica sempre nuova, spremendo l'essenza dei paesaggi per farne colore, linea, meditazione memoriale, racconto lirico. Nessuno meglio dello stesso Pericoli ha spiegato il cuore di questa ricerca pittorica: in una lezione del 2007 alla Normale di Pisa, egli disse che il suo non è un lavoro sul paesaggio marchigiano, ma «una cadenza, una lingua, un dialetto», un ventaglio espressivo che di quel paesaggio è materiato: l'incancellabile lingua materna che, disse allora, «io uso per parlare, per parlare di tutto». La lingua del paesaggio come finestra o lente sul mondo.
Il gesto di Pericoli trasfigura l'immateriale linea disegnativa in un'incisione, un graffio, un minuscolo scavo nella materia pittorica: che in tal modo si affratella, pur nella brevità del momento creativo, alla sterminata storia dei suoli, al solco degli aratri, alle semine e ai raccolti. Egli interviene sulla densa, pastosa trama di colore ad olio con la matita, con una punta per acquaforte, con altri arnesi, tracciandovi una rete d'inquiete fenditure, quasi fossero le craquelures di un dipinto antico (quelle che, sostiene Emily Braun nel catalogo della mostra di Burri a New York di pochi mesi fa, ne hanno ispirato i Cretti). E le sapienti scalfitture che Pericoli imprime sulla tela sono proiezione e metafora dei potenti segni dell'uomo sul paesaggio.
Cito ancora da quella sua lezione: «la caratteristica del paesaggio collinare è doppia: se si è in cima a una collina si vede il paesaggio che si ha davanti come un mare, come una serie di onde; ma se si scende in quelli che noi chiamavamo i "fossi", i solchi fra una collina e l'altra, il paesaggio appare come un muro sul quale ci si può arrampicare, ma anche scrivere o dipingere, come un supporto per lavorarci sopra. La mia visione è duplice, dall'alto o dal molto basso; però in più io immagino di cavalcare un'aquila, che mi permetta di precipitare e risalire molto rapidamente, e questo mi dà la possibilità di corrompere le prospettive, di falsarle, di vederle simultaneamente da più parti». Questa è dunque la lingua materna con la quale Tullio Pericoli guarda il mondo a volo d'uccello, lo filtra e lo ripropone in pittura, quasi a farne il ritratto della sua terra. Acuto e vigile esploratore di volti umani (memorabili i suoi Ritratti, ripubblicati da Adelphi nel 2009), Pericoli sembra echeggiare la frase attribuita a John Ruskin, «il paesaggio è il volto amato della patria». Un pensiero, questo, più etico che poetico, secondo cui il paesaggio riflette e determina l'ordine morale, e perciò è il luogo-chiave della responsabilità sociale, dove le istanze del presente sono obbligate a misurarsi coi valori della natura, della bellezza e della memoria.
Anche per Pericoli il paesaggio è un volto, ma anche una lingua in cui ogni campo, ogni albero racconta millenni di presenza umana, ne assorbe la memoria e la rispecchia. Perciò colline, valli, pianure sono indagate come i dettagli del volto di un amico in conversazione o in posa. Subentrano qui, guida discreta ma indispensabile, i titoli dei dipinti, che per esser stati assegnati dallo stesso artista valgono come altrettante "istruzioni per l'uso". In un lavoro come il suo, organizzato per grandi cicli, è significativo che il più antico ciclo di paesaggi, quello delle "geologie" (1970-73), allinei titoli come Strutture, Frattura continentale, Focolaio sismico, Orogenesi: il pittore si fa geologo, scruta la terra da sotto, la ritaglia e la scompone, vuol conoscerne l'intima natura. Poi risalendo dalla faglia al cielo (1976-83), all'insegna di una riflessione su Klee, egli geometrizza i paesaggi, li scompone in minuti elementi per ri-assemblarli in composizioni eleganti e sfuggenti, dove l'istanza narrativa è affidata a titoli come Aria di pioggia o Paesaggio e incendio. Nei cicli più recenti (1998- 2003) si succedono vedute intese all'evocazione poetica dei luoghi, frantumando lo spazio secondo un approccio analitico e lirico che si nutre (2004-2009) di notazioni geografiche o prospettiche (Veduta su veduta, Punti di vista, Contro terra, Senza cielo). Fino ai più avanzati esperimenti colore-materia (2018), dolorosi racconti di paesaggi feriti dal terremoto, a cominciare da Pescara del Tronto. Per essi Pericoli sfida l'antica biforcazione fra pittura su tela e affreschi, proponendo una serie di intonaci su tela, dipinti noi ad olio ma anche screpolati ad arte, come pareti di una casa lacerata dal moto sismico (Terre fragili, Focolai, Terre attive, Fragilità).
Titoli cattivanti, le cui potenzialità espressive e narrative si trasmettono come per contagio da un quadro all'altro. Paesaggi altamente soggettivizzati, dove la ricerca di codici rappresentativi di matrice geologica, archeologica o cartografica si sposa a una marcata intensità emotiva che evoca tutta una grammatica del vivere, il modo d'intendere il paesaggio di chi lo andò lentamente forgiando per secoli. Perciò la segmentazione di un paesaggio inteso come orizzonte della memoria attira l'attenzione sul gesto pittorico che trasferisce sulla tela solchi e dossi, moti sismici, crepe di mura crollate. I dipinti di Pericoli raccontano dunque anche un'altra storia, quella della sua manualità artigianale. Le sue tele hanno una speciale intensità discorsiva, chiedono di essere osservate da vicino, di interrogarci su quella loro materia pastosa e scabra, su quei rapporti di colore ora tenui ora sferzati da incendi imprevisti.- Ognuno di questi paesaggi racconta il suo farsi (in quanto dipinto), e dunque suggerisce il lento stratificarsi, e talora il disfarsi, del paesaggio reale. La tela diventa l'equivalente metaforico e concettuale della terra, le incisioni che attraversano il dipinto "equivalgono" alla lunga presenza umana su quelle valli e colline, il gesto del pittore ripercorre quello dell'agricoltore.
Muovendosi sul crinale sottilissimo tra naturalismo e astrazione, le tele di Pericoli implicano una percezione sinestetica: invitano al tatto, chiamano a intensificare l'osservazione in chiave naturalistica e archeologica. I suoi dipinti, nel loro insieme, acquistano un marcato carattere inventariale. Sono il lessico di un linguaggio: la lingua madre di Tullio Pericoli, delle sue Marche. E, per sineddoche, della nostra Italia.