Recensioni / Lowry caparbio e monologante: un predicatore

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Con tre paginette d'intervista Cases dà un giudizio assai penetrante sulla traduzione che impegnò Fortini per sei anni. Nel biennio 1967-'69 il magister suavissimus gli aveva mandato uno stuolo di note dattiloscritte come contrappunto al lavoro svolto, e che Fortini accoglie in misura minore di quanto si possa credere. Cases ogni tanto dubita, però è anche pronto a aggiungere: «tutto sommato l'italiano tu lo sai meglio di me». Ora il senso della traduzione di Fortini è nella fuga dalla parodia. La grande poesia è data storicamente per perduta, il bello e il brutto sono al più una superstizione. Della bellezza classica (idea che Goethe contribuì a demolire) non rimangono se non residui, echi, reminiscenze, una speciale forma di nostalgia. Bisognerà insieme a Fortini ammettere che la traduzione è solo una metafora, un segnavia verso l'opera (di là, da quella parte). Mala domanda che dobbiamo porci, in fondo, è questa: si può conoscere attraverso la distruzione della bellezza? E possibile, certo. Soltanto la strada che conduce al Faust si è fatta più difficile. [...]