Recensioni / Lorenzo Mingardi, Sono geloso di questa città

Il libro, pubblicato nella collana “Città e paesaggio” della sezione “Quodlibet Studio”, costituisce la rielaborazione della tesi di dottorato condotta presso l’Università Iuav di Venezia. Nelle sedi della stessa università, Lorenzo Mingardi ha curato le mostre Giancarlo De Carlo. Moltiplicare la narrazione (2015) e Forme di corrispondenza. Disegni e fotografie (2016) che, unitamente ai numerosi articoli volti all’approfondimento di aspetti particolari della vicenda teorica e professionale dell’architetto genovese, ne dimostrano non sol- tanto una profonda conoscenza, ma una sorta di “affinità elettiva” che caratterizza il suo panorama di ricerca.
Questo testo concorre a delineare la crescente attenzione che, dagli inizi del nuovo millennio, ha interessato la figura di De Carlo attraverso pubblicazioni monografiche e contributi su riviste di rilievo nazionale e internazionale. A questo proposito, va considerato il ruolo del fondo De Carlo che, formatosi dal 1950 nei locali del suo studio milanese, è stato trasferito presso l’Archivio Progetti dello Iuav a partire dal 1998. Tale operazione ha consentito l’ordinamento di tutto il materiale ad opera di Francesco Samassa, autore peraltro della pub- blicazione dell’inventario analiti- co dell’archivio (Il Poligrafo, 2004).
Sulla scorta di una necessaria distanza critica e grazie alla consultazione di documenti inediti, il libro in esame mette a fuoco una delle tappe più significative dell’excursus professionale di De Carlo. Si tratta dei progetti di ampliamento dell’Università di Urbino, rientranti in un più vasto programma di rilancio economico della città imperniato, appunto, sulle potenzialità di carattere culturale, urbanistico e architettonico della rinnovata istituzione universitaria. Tale storia investe un arco temporale di oltre un ventennio, dall’inizio degli anni ’50, ovvero da quando De Carlo viene chiamato ad Urbino dal rettore Carlo Bo, alla metà degli anni ’70, durante i quali si concludono i lavori per la realizza- zione della Facoltà di Magistero.
In particolare, nel 1953 prende avvio quel complesso iter procedurale che condurrà alla redazione di un PRG «pensato e predisposto in funzione dell’Università», mentre nel 1968, lo stesso anno in cui De Carlo scrive La piramide rovesciata, la fase di ideazione della Facoltà di Magistero è già terminata. La struttura del testo si articola in tre capitoli che trattano, rispettivamente, la fase di costruzione del PRG e delle scelte a grande scala, il progetto del Collegio del Colle e l’altro della Facoltà di Magistero. Così, la trattazione evolve attraverso una scansione lineare che segue cronologicamente l’evoluzione della vicenda, riuscendo, tuttavia, a recuperare opportunamente quel- le esperienze che, in anni diversi, hanno assunto un ruolo determinante nelle scelte compiute ad Urbino. Il riferimento riguarda, principalmente, alcune esperienze che hanno segnato la formazione di De Carlo, il suo coinvolgimento nell’organizzazione dei CIAM – peraltro proprio negli stessi anni di avvio della vicenda urbinate – e, più tardi, nel gruppo del Team 10, fino alla sua posizione manifestata durante la temperie culturale del Sessantotto. A questo proposito, è opportuno evidenziare l’intreccio che si realizza nella poetica di De Carlo tra ideologia politica e architettura messo in luce da Mingardi in riferimento al progetto del Magi- stero: Per De Carlo, il rinnovamento dell’università italiana deve avvenire non solo attraverso la possibilità concessa agli studenti di scegliere il proprio percorso di studi con il massimo vantaggio culturale [...], ma anche grazie a delle strutture prive di una configurazione planimetrica rigida, senza perciò alcun elemento che possa rimandare a un controllo sociale calato dall’alto. La complessità di questa lunga vicenda, dettagliatamente tratteggiata all’interno del saggio, trova nella capacità di sintesi, di selezione dei dati, nella semplicità del linguaggio e nella coerenza dell’impalcato teorico, gli strumenti fondamentali di una narrazione efficace, che non rinuncia alla dovizia di particolari. Una narrazione che, grazie alla co- stante presenza di specifici riferimenti temporali, consente un orientamento agevole tra le pagine del testo. Una narrazione, infine, in cui l’A. cerca, induttivamente, di ricavare dalla specificità di un caso emblematico alcuni temi ricorrenti nella cifra architettonica di De Carlo, proponendo delle chiavi di lettura utili all’inquadramento non soltanto del caso trattato, ma anche di altre esperienze che in esso hanno trovato un solido punto di riferimento. Infatti, la vicenda urbinate include una tale quantità di eventi, riguardanti sia gli aspetti autonomi che quelli eteronomi del fare architettonico, da rappresentare nell’excursus dell’archi- tetto quella che potremmo definire una vera e propria “esperienza totale”. Qui De Carlo non è “soltanto” il progettista responsabile della realizzazione delle strutture universitarie, o l’urbanista a capo della redazione del PRG, ma una sorta di demiurgo capace di veicolare le scelte dell’amministrazione locale, di proporre all’attenzione del sindaco e del rettore le idee che saranno determinanti per l’assetto futuro della città: se in partenza il progetto politico di rendere Urbino una città-campus è di Carlo Bo [...], è poi De Carlo, di fatto, a guidarne gli sviluppi. È lui che sceglie le aree dove costruire, è lui che sceglie quali palazzi storici trasformare in Facoltà universita- rie. Ed è lui che, spesso, muove come pedine i membri del Consiglio Comunale per consolida- re la propria autonomia e imporre così la sua architettura della città. In altre parole, a Urbino De Carlo ha l’opportunità di spingersi oltre la scala dell’architettura, sperimentando un’idea di città perseguita attraverso i vari strumenti politici, urbanistici e architettonici a disposizione e riuscendo, inoltre, a condensare tale idea in due opere paradigmatiche della sua produzione: il Collegio del Colle e la Facoltà di Magistero. Da questi progetti emerge una concezione dell’architettura come un organismo spaziale capace di alludere continuamente al funzionamento della struttura urbana, di stabilire un dialogo con l’ambiente circostante: ci sono tre criteri per af- frontare il problema dell’inserimento di un edificio nel paesaggio: uno è dominare il paesaggio, l’altro di assoggettarsi completamente, il terzo è di cercare un equilibrio tra le due posizioni. La mia strada è la terza. Come spiega Mingardi, il ricorso alla similitudine del tessuto della città storica come strumento progettuale rappresenta uno dei tratti caratteristici della metodologia d’intervento di De Carlo. Proseguendo nella ricerca di alcuni punti nodali che possono dedursi dalla vicenda urbinate, emerge il binomio tradizione-innovazione quale polarità costitutiva del modus operandi dell’architetto genovese. Anche in questo caso, si riscontra un equilibrio tra gli aspetti tradizionali, legati alle sue radici nazionali ed assunti attraverso gli studi condotti nell’ambito dei contesti storici delle città italiane, e quelli innovativi, alimentati soprattutto dalla sua proiezione internazionale maturata, segnatamente, a contatto con gli altri esponenti del Team 10. Infatti, la frequentazione di architetti quali Bakema, Candilis, Woods, gli Smithson, e in particolare Van Eyck, consente a De Carlo di ampliare il suo vocabolario architettonico, come dimostrano le articolazioni del progetto per il Collegio: Le relazioni che De Carlo instaura dal 1959 con gli architetti internazionali fanno sì che i suoi progetti si arricchiscano di nuove ipotesi non solo dal punto di vista dell’impianto, ma anche dal punto di vista dei materiali. Al rapporto tra De Carlo e il Team 10 sono stati dedicati due paragrafi – il primo sul CIAM di Otterlo del 1959, l’altro sul Team 10 meeting di Urbino del 1966 – che mettono in evidenza non solo le influenze che potevano essere elaborate a Urbino, ma, simmetricamente, anche il ruolo che quei progetti universitari hanno assunto nell’ambito delle dinamiche del gruppo.
Inoltre, il caso-studio consen- te all’A. di analizzare non soltanto le peculiarità del De Carlo progettista, ma, in virtù delle preesistenze rientranti nel programma di rinnovamento della città, di dare risalto al suo orientamento nel campo della conservazione dei centri storici e quindi, più in generale, del restauro: Conservazione vuol dire trasformazione. Le pietre non si conservano da sole: bisogna dare loro una ragione contemporanea – economica e sociale – perché la conservazione delle configurazioni fisiche dotate di valori storici avvenga attraverso la conservazione dell’interesse della collettività a continuare ad abitarli. In realtà, sullo sfondo di questa considerazione della conservazione quale atto di modificazione necessaria giace, nel caso di Urbino, una volontà di progettazione diffusa e di controllo delle trasformazioni urbane – come emerso, in particolare, dalle norme tecniche di attuazione predisposte dallo stesso De Carlo – che giustifica il titolo del testo.
In conclusione, il valore e l’utilità del libro di Lorenzo Mingardi risiedono, oltre che nei contenuti specifici relativi al caso trattato, nella sua capacità di offrire spunti che travalicano le peculiarità della vicenda urbinate; di proporre chiavi di lettura che danno accesso alla complessità della sfera concettuale dell’architetto, nonché ad altre opere progettate prima e dopo Urbino; di calare l’architettura nel suo contesto storico, economico e sociale, dando corpo alla sua dimensione eteronoma, in linea con la propensione di De Carlo e degli altri esponenti del Team 10; in definitiva, di costituire un punto di vista chiaro e documentato sul ruolo di Giancarlo De Carlo del panorama architettonico dell’Italia del secondo Novecento.