Recensioni / Bello! Ma è mio dovere protestare

Wolfgang Goethe visse l’intera vita con Faust: dal primo incontro con lui, nell’infanzia, al teatro dei burattini, alle ultime correzioni al Faust, pochi giorni prima di morire, nel marzo 1832. Il 17 marzo scriveva all’amico Wilhelm von Humboldt, il fondatore dell’Università di Berlino: “Sono più di sessant’anni che avevo in me la concezione del Faust, in gioventù chiara fin dal principio, meno precisa quanto all’ordinamento”. Qualcosa di analogo può dirsi di Cesare Cases, intellettuale europeo e militante culturale della sinistra prima e più che germanista, cofondatore e direttore dell’“Indice dei libri del mese”: dall’entusiasmo giovanile alla decisione di raccogliere in volume tutti i suoi interventi, editi e inediti, sul capolavoro della letteratura tedesca.
Nasce così, sia pure con ritardo, Laboratorio Faust, a cura e con la doppia introduzione di Michele Sisto e Roberto Venuti: la miglior introduzione al Faust oggi disponibile in italiano. Michele Sisto è anche l’autore di un libro importante e originale, Traiettorie. Studi sulla letteratura tradotta in Italia (pp. 320, €22, Quodlibet, Macerata 2019): sette ampi saggi in cui esplora il rapporto tra “letteratura tradotta e storia letteraria nazionale” attraverso lo scambio culturale tedescoitaliano. Nel primo, notevole saggio sui “primi mediatori italiani del Faust di Goethe (1814-1835)”, si mette tra l’altro in luce l’importanza della recensione pubblicata nel 1827 da Giuseppe Mazzini.
Ma torniamo a Laboratorio Faust. Le prime 200 pagine comprendono gli scritti editi, intorno alla grande Introduzione del 1965 per la traduzione di Barbara Allason (rilevata dalla De Silva di Franco Antonicelli) per la “Nuova Universale” Einaudi. Precedono e seguono interventi più brevi, scritti tra il 1957 e il 1989, scintillanti di verve, intelligenza, erudizione.
La sua interpretazione prende le mosse dagli Studi sul Faust di György Lukács, il quale a sua volta partiva da un passo geniale dei Manoscritti economico-filosofici del 1844, in cui Karl Marx rileva come il potere della magia che Mefistofele mette al servizio di Faust sia un equivalente del potere del denaro nella società capitalistica. Marx cita i versi in cui Mefistofele reagisce alla disperazione di Faust, che riassumo così: “Ma fatti furbo! Se mi compro sei cavalli non è mia la loro forza? Via di galoppo, come se avessi ventiquattro gambe!”
Il denaro, insomma, è una sorta di protesi. Sono debole, ma posso comprarmi la forza degli altri; sono brutto, ma posso comprarmi le donne più belle; e così via… Non è forse questo che il diavolo promette al vecchio professore? Intuizione geniale! Il massimo poeta tedesco, isolato nel piccolo granducato di Weimar, affrontava così i nodi fondamentali del presente e del futuro. La vicenda di Faust culmina nell’attività prosaica di un imprenditore capitalistico (la bonifica e l’apertura alla coltivazione razionale del litorale del Mare del Nord), sconcertando i lettori e critici ottocenteschi.
Fin qui Marx e Lukács. Cases va oltre, discutendo nelle 80 pagine della sua introduzione i nodi decisivi posti dalla germanistica contemporanea, giungendo a conclusioni che restano pienamente valide.
Ma il grande interesse del Laboratorio sta naturalmente negli inediti, introdotti dalla corrispondenza tra Cases e Fortini (1966-1968) a proposito della nuova traduzione che il poeta stava preparando per i “Meridiani” Mondadori: dieci lettere, scelte fra quelle conservate nell’Archivio Fortini dell’Università di Siena, dove egli insegnava (85 lettere di Cases a Fortini e 69 di Fortini a Cases, inviate fra 1955 e 1993), già pubblicate su “L’ospite ingrato” (nn. 4-5, 2001-2002).
Il carteggio si origina da una collaborazione fondamentale per il risultato finale della traduzione. Fortini, benché esule, durante la guerra, nella Svizzera tedesca, dove aveva conosciuto sia Cases sia la futura moglie Ruth Leiser, aveva del tedesco una conoscenza assai sommaria, che non gli impedì di tradurre molte opere importanti, da Brecht a Döblin. In quegli anni gli scrittori italiani, isolati da vent’anni di fascismo, avevano delle lingue straniere una conoscenza sommaria ed esclusivamente libresca. Era perciò normale che si facessero aiutare, per la comprensione dei testi, da persone più esperte. Come è noto, le versioni, bellissime, di Eugenio Montale ed Elio Vittorini si basavano quasi sempre su una prima traduzione letterale di Lucia Rodocanachi.
Non deve dunque stupire, né tanto meno scandalizzare, che Cases sia stato incaricato, con regolare contratto, di rivedere parola per parola la traduzione poetica di Fortini, il quale ne dà ampiamente atto nella sua Introduzione al testo dei “Meridiani” (1970). Fortini inviava a Cases il suo testo, e questi rispondeva con rilievi puntuali, e spesso con una discussione esplicativa. Queste Osservazioni sulla traduzione del “Faust” di Franco Fortini 1967-1969, qui per la prima volta pubblicate, sono una lettura affascinante. Vestiti i panni del pedante, o, come ama dire, del “filisteo” (espressione cara al giovane Marx) esclusivamente preoccupato dell’esattezza filologica, Cases mette a disposizione la propria sterminata conoscenza dei commenti tedeschi e del loro contesto.
Ma è un gioco delle parti. Attento non meno di Fortini alle ragioni della poesia, Cases sapeva anche troppo bene che una versione poetica non può essere letterale, anche se recita da Mefistofele e fa finta di scandalizzarsi: “Bello! Ma è mio dovere protestare”. L’ironia di Cesare ha modo di rivelarsi a ogni pagina. Non mancano battute al vetriolo: “‘Evidenza di immagini’ (era una prima versione di Fortini). Sembra il titolo di un libro di Carlo Bo”. Il novanta per cento delle sue osservazioni saranno accettate dal traduttore, che giustamente rivendica la decisione definitiva, e quando insiste per la propria versione lo fa a ragion veduta.
Queste “osservazioni” diventano così un commento integrale al Faust. Ma non è tutto. Segue un ulteriore inedito: le Note di commento per una traduzione del Faust, scritte a mano tra il 1985 e il 1988 su un “quadernone” e qui per la prima volta pubblicate, grazie al decisivo lavoro di decifrazione di Luca Baranelli. Fu lo stesso Cases a decidere che fossero comprese nel suo grande volume dedicato al Faust.
Nel 1983 Livio Garzanti mi chiese di tradurre il Faust. Richiesta anomala, perché quel capolavoro era sempre stato tradotto in italiano da scrittori o da germanisti; ma dopo Fortini molti avevano detto di no. Risposi che non ero all’altezza. Aggiunsi però alcune considerazioni. Una nuova traduzione poteva giustificarsi solo a quattro condizioni. Prima: testo a fronte e massima fedeltà, per consentire agli studenti di accostarsi all’originale. Seconda: versi e non prosa. Le traduzioni in prosa, pessime a mio giudizio, distruggono in modo irreparabile il nesso tra forma e contenuto, e quindi sono solo apparentemente fedeli. sono solo apparentemente fedeli. Nel migliore dei casi sono un semplice ausilio alla comprensione dell’originale, privo di qualunque autonomia. Terza: stesso numero di versi dell’originale, senza sparigliare. È un vincolo severo, che costringe a lavorare di più, quindi meglio. Quarta: un ampio apparato di note a cura di un valente germanista. L’editore si disse d’accordo e insistette perché traducessi io. Accettai, e per le note proposi Cesare Cases, che a sua volta accettò. Ma testo e note non erano destinate a incontrarsi. Quando, nel 1989, il mio testo fu pronto, Cesare era arrivato al verso 3290 (il Faust ne ha più di undicimila), e per ragioni personali non poteva continuare. Dovetti buttar giù in pochi mesi un commento da dilettante, che tale è rimasto. Ne nacque un’edizione che non poteva aspirare né all’eccellenza letteraria né a quella scientifica, anche se si è dimostrata utile nella pratica didattica.
Cesare lesse la mia traduzione quando venne pubblicata, io leggo ora per la prima volta, con commozione, le note che avrebbero dovuto accompagnarla. Anche se, purtroppo, arrivano soltanto alla fondamentale scena Bosco e caverna della prima parte, contengono una discussione ampia e pregnante di tutti i problemi fondamentali posti da questo poema che Goethe giudicava “incommensurabile”.