Recensioni / Letteratura d’Oltralpe tradotta e ritrovata

Nel giro di poche settimane sono arrivati in traduzione italiana quattro libri francesi (tra gli altri) che sono testimonianza della variegata vitalità della letteratura d’Oltralpe sia nel corso della seconda metà del Novecento che negli ultimi anni (e tra poco sarà disponibile il formidabile e tragico libro di Philippe Lançon Le lambeau<7i>, tradotto da Edizioni e/o con il titolo La traversata). Ancor più interessante è che questi libri, in particolare due, siano stati pubblicati da piccoli editori: si tratta dell’ennesima testimonianza del grande lavoro fatto sulla narrativa da case editrici coraggiose e certamente in grado di muoversi con grande abilità tra le letterature straniere.
Gli argomenti di questi libri, non tutti recenti, sono certo differenti e poco hanno in comune, anche se a emergere da ognuno di essi, seppure in maniera molto diversificata, è una sorta di disagio verso il reale che assume ogni volta un carattere d’invenzione diverso, ma che pure quando pare allontanarsi dalla realtà, immediatamente ne richiama le fratture e i problemi in chiave trasfigurata.

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Si segnala infine il romanzo di Bertrand Leclair, Malintesi, pubblicato da Quodlibet con la traduzione, al solito molto precisa, di Marco Lapenna: il romanzo parla della sordità, un tema che in Malintesi viene indagato uno spunto autobiografico (poiché la figlia dello scrittore è sorda, «Quando ho scoperto che mia figlia era sorda, la mia prima reazione è stata di scrivere per salvarmi da quella che all’epoca mi sembrava una tragedia. Ma non ero pronto, e ho abbandonato, dedicandomi ad altri progetti» ha detto l’autore) e una parte di invenzione, poiché la vicenda del romanzo ha come protagonista un ragazzo sordo nato negli anni Sessanta. Al di là della già segnalata rarità di questo tema in letteratura, questo libro assume la forma di una lunga indagine sull’isolamento che rischia di dettare questa condizione, ma anche sul disorientamento che una simile notizia può portare negli equilibri di una famiglia e sul valore della lingua dei segni (un tema per alcuni versi sconosciuto ai più, ma la cui storia viene qui ripercorsa con dovizia di particolari dallo scrittore).
Nel raccontare una storia simile il registro dello scrittore sarebbe potuto certo scivolare nel patetico, ma invece Leclair, e qui sta una grande dimostrazione della sua abilità di scrittore, sceglie una lingua analitica e un modo di procedere molto limpido, elementi che garantiscono al romanzo una dose di oggettività che non può che arricchirne il valore. Interessante è infine la forma che questo libro assume, sospesa appunto tra l’invenzione e il racconto obliquamente autobiografico e che si nutre anche di innesti simil-saggistici, come nelle parti in cui l’autore si muove tra le varie rappresentazioni della sordità in letteratura.